Note critiche di Emerico Giachery su “Giracéo” e “Riόne Munnu” di Maria Lanciotti

Su Giracéo (Capogiro) di Maria Lanciotti, Edizioni Cofine, Roma, 2013

 

Dal labirinto ahimè senza Arianna della mia biblioteca da ‘giracéo’ (simile al vortice che compare sulla copertina) è affiorato il libro di Maria Lanciotti. Un po’ tardi, ma la poesia non ha tempo, specie una poesia come quella della Lanciotti che si innesta su radici di durata, con tenera pietas verso la  simbolica ‘tenna’ verso cui il libro si sintonizza e in cui risuona ancora la voce della ‘zia Palmira’. Ho assaporato con partecipe piacere testi come Ninnaò, Puisia, Cecalicciu e per ragioni d’età (ne ho 88) avrei diritto di trovarmi con Ji reazzi ‘egli’Arcu.  Ho anche diritto a comparire come Santo Protettore dei Poeti Neodialettali, non soltanto per i miei libri (Dialetti in Parnaso, G.G. Belli poeta di Roma fra Carnevale e Quaresima, Albino Pierro grande lirico) ma per l’amicizia con molti di questi poeti. Achille Serrao, ho fatto una prefazione a un suo raffinato libro in lingua, ma lo considero veramente grande come poeta in dialetto, Albino Pierro di cui sono stato amico per venticinque anni seguendo passo passo i suoi libri e successi, di molti poeti abruzzesi, tra i quali amicissimo Alessandro Dommarco. Perciò il mio saluto è pensiero augurale, anche se molto tardo, viene da una passione culturale che ha arricchito la mia lunga vita. Non so formulare l’augurio nella parlata di Subiaco risciacquata nell’Aniene, ma attingo al romanesco la frase che il primo sindaco di Roma liberata, il Principe Filippo (detto Pippo) Doria e io rivolgo all’autrice e a questo tormentato mondo: ‘Volemose bbene!’

 

Isola d’Elba luglio 2017

 

 

 

 

Su Riόne Munnu/Borgata Mondo di Maria Lanciotti Aperilibri n° 10, Edizioni Cofine. Roma, 2018

 

Ho cominciato le vacanze estive rileggendo un libro letto cinquant’anni fa e del tutto dimenticato, e ora ripubblicato per festeggiare gli ottanta dell’autore, il caro amico Elio Pecora, ora presente nella stampa italiana anche per un nuovo libro di ricordi della Roma letteraria anni Cinquanta. Il libro che lessi, La chiave di vetro, mi ha catturato dalla prima pagina, come mi accade di rado. Scrissi subito a Pecora “è bellissimo!”. Poi ho leggiucchiato qua e là Raccontarsi di Demetrio, anzi è stato quel libro a leggere me. A volte succede. Oggi ecco una nuova sorpresa, del tutto inaspettata e per la seconda volta, ora nella declinante estate, debbo dire “bellissimo!”  Il riconoscimento al Premio Ischitella – Pietro Giannone 2017 mi sembra strameritato per il poemetto di Maria Lanciotti, coì vivo e vero, così autentico, nel respiro di quelle libere strofe, evocative di storia drammatica (la vera storia secondo Manzoni, non di prìncipi e potentati, di trattati e vittorie e sconfitte ma sofferta da uomini semplici, vittime di poteri anonimi e lontani). La rivivo con la poetessa ‘vardascia’ e ora pensosamente e amorevolmente memore. Sì, perché quel mondo è rivissuto e amato con tanta tenerezza e trepida gentilezza d’anima. L’implicito messaggio (tanto più profondo quanto più implicito) distrugge gli steccati, tutti mangiano il pane comune fra ‘sdeloncati passuni’. Ed è bello sentirlo, con parole così aliene da retorica, in questi tempi di criminosi muri. L’uso del dialetto, così spontaneo e ‘natio’, si sente davvero necessario. Non è  l’autrice a sceglierlo: è lui a sceglierla e parlare attraverso lei. La sinfonia che vuol nascere sceglie lei la tonalità. Sarà il pianoforte a scegliere Debussy per evocare così magicamente La cathèdrale engloutie. La Lanciotti ha scritto (ed “è stata scritta da”) un testo ammirevole che spero sia apprezzato nel suo giusto valore, e soprattutto sia letto con amore. Con l’amore che merita.

 

Isola d’Elba settembre 2017

 

 

Pubblicato il 2 marzo 2018