Amleto Pedroli (25 ottobre 1922 – 12 ottobre 2011), poeta svizzero-italiano di Chiasso, insegnante nei licei, traduttore di scrittori tedeschi, ha avuto un percorso poetico nettamente diviso in due fasi: nella prima si collocano le «Poesie» d’esordio che, con la prefazione di Giuseppe Ungaretti, furono pubblicate dalla Tiponova S.A. di Mendrisio nel 1953, le «Poesie nuove» (Rebellato, Padova 1961) e «Le messi d’agosto» (Casagrande, Bellinzona 1968). È questa, secondo Pier Vincenzo Mengaldo, la parte più trascurabile della poesia di Pedroli, caratterizzata da una «scarsa formalizzazione [che] va messa in rapporto immediato con la sua natura integralmente discorsiva» e versi, ora più liberi ora compresi nella misura di tradizionali endecasillabi, «un po’ casuali».
Uno scarto decisivo si ha con le tre raccolte successive («Due cantate profane», Pantarei, Lugano 1971; «Nel garbuglio dei nomi», Fondazione Arturo e Margherita Lang, Lugano 1982; «Voci recitanti», Il Trespolo, Locarno 1987) nelle quali, e soprattutto in quella del 1982 da cui traggo il testo che qui oggi propongo, cito ancora Mengaldo, «si ha un vero e proprio salto dal fisico al metafisico, mentre il pedale di risonanza viene come premuto e immediatamente staccato dall’esistenza».
«Come in molta poesia contemporanea, anche nei testi di Pedroli la realtà appare assurda, di difficile decifrazione, e ha una struttura informe e aggrovigliata: per usare le parole stesse del poeta, è “garbuglio”, “viluppo”, “vortice”, “nodo da sciogliere”, “ordito”. Ma mentre per tanti poeti la verità è l’assente e la parola si riduce a balbettio (per usare un’immagine cara all’ultimo Montale) che solo occasionalmente puo trovare un senso nell’insensato, Pedroli continua a credere che la poesia possa essere conoscenza, per cifre e barlumi, del trascendente» (Flavio Medici).
