“Fragile, ergo sum”, un importante contributo alla costruzione di una nuova ontologia esistenziale

Recensione di Francesco Sirleto a "Teoria della fragilità", di Roberto Gramiccia

 

Teoria della fragilità, Diarkos editore 2025, è l’ultimo libro di Roberto Gramiccia (medico, critico d’arte, scrittore, curatore di mostre), il quale, nelle circa 380 pagine del volume, torna ad occuparsi di un tema a lui molto caro, e cioè la fragilità dell’essere umano. Fin dal titolo, l’autore propone un percorso analitico e fenomenologico finalizzato a mettere in rilievo la fragilità come essenza costitutiva o fondamento ontologico dell’essere umano, quel fondamento che condiziona tutte le forme e le modalità attraverso le quali si sviluppano le molteplici manifestazioni dell’esistenza umana, tanto a livello ontogenetico (tutto ciò che riguarda la vita del singolo individuo) quanto sul piano filogenetico, pertinente cioè alla specie nella sua totalità. 

Ne risulta un’indagine a tutto tondo, grazie alla quale Gramiccia, in virtù di uno stile argomentativo “chiaro e distinto” (cartesiano), a volte incalzante e ricco di riferimenti culturali, riesce a porre le basi e ad articolare una complessa Teoria della fragilità, il cui immediato e primo risultato è il rovesciamento della percezione comune e riduttiva che, della fragilità (associata alla debolezza, alla delicatezza o a una condizione meramente passiva ed emarginante), si è imposta tradizionalmente nell’immaginario collettivo. 

Ma procediamo con ordine, cercando di delineare una breve sintesi di quest’interessante opera, partendo ovviamente dalle sue coordinate filosofiche.

L’uomo come “essere carente”

L’autore sostiene che la fragilità non sia un’eccezione o un difetto da compatire, ma il dato ontologico costitutivo dell’essere umano.  La fonte di quest’impianto antropologico è rappresentata dalla concezione del filosofo tedesco Arnold Gehlen (ripresa e rilanciata dal nostro Umberto Galimberti), secondo cui l’uomo è un Mangelwesen (essere carente, appunto). A differenza degli animali, l’essere umano non possiede un corredo istintuale rigido e preordinato che lo renda idoneo a un ambiente specifico. Questa insufficienza biologica originaria lo condanna a una fragilità costitutiva, ma è proprio questa “mancanza” a spingerlo a forgiare una “seconda natura” (la cultura, la scienza, la società).   

La Téchne come risposta necessaria alla fragilità 

Per sopravvivere alla propria carenza e dominare una natura “matrigna”, l’uomo è “condannato” a ricorrere alla téchne (la tecnica). La tecnica nasce direttamente dalla fragilità. Tuttavia, inserendosi in un meccanismo economico sempre più complesso e pervasivo, la tecnica finisce per auto-potenziarsi in modo afinalistico, creando una nuova forma di dipendenza e asservimento per l’uomo stesso.  È la téchne, dunque, a produrre il dominio, il dominio dell’uomo sull’uomo, il dominio dell’uomo sulla natura.

Fragile ergo sum  

Contestando parzialmente il celebre “cogito ergo sum” cartesiano, l’autore propone il principio “fragile ergo sum“. Il pensiero e l’azione non sorgono dal nulla, ma traggono origine da un malessere originario, dalla consapevolezza dei propri limiti e dall’angoscia della morte. La fragilità è dunque il “marcatore di specie” e il motore primo di ogni agire umano.   

Il Thauma 

Attraverso la rilettura di Emanuele Severino del concetto aristotelico di thauma, l’autore dimostra che la filosofia (e con essa l’arte, la scienza e la religione) non nasce dalla “mera meraviglia”, bensì dal terrore, dallo sgomento e dalla paura primordiale del dolore e della morte. La filosofia è quindi figlia della fragilità.   

Antidualismo e Visione Olistica

Sulla scia di Spinoza e Karl Jaspers, viene rifiutato ogni dualismo cartesiano tra res cogitans e res extensa (anima e corpo, spirito e materia). L’essere umano è un’entità unitaria in cui le sofferenze della psiche e quelle del corpo sono indissolubilmente intrecciate.   

L’Ironia come difesa 

Citando Alberto Bevilacqua e David Foster Wallace, l’ironia viene analizzata non come cinismo postmoderno, ma come strumento autoanalitico e “leggero” per fare i conti con l’ineluttabilità della morte e relativizzare i pesi dell’esistenza.   

Dialettica, Politica e Storia

A questo punto il discorso diventa più complesso e, dal mio punto di vista, più suggestivo e ricco di spunti di riflessione. La teoria della fragilità, infatti, si intreccia profondamente con la filosofia politica, in particolare con il pensiero dialettico di Hegel e di Marx.  Il conflitto o la lotta, sono intesi come motori di una nuova triade dialettica: se la vita è la tesi, la fragilità (nella sua variante attiva) rappresenta l’antitesi. Dal loro urto nasce il conflitto e, attraverso di esso, il divenire storico (la sintesi).   Da Hegel e Marx si passa poi a Norberto Bobbio e alla sua celebre distinzione tra i caratteri e le idee della Destra contrapposti ai caratteri e alle idee della Sinistra. Mentre la cultura di destra giustifica il darwinismo sociale e la disuguaglianza come dati di “natura”, l’autore, riprendendo Bobbio, utilizza la fragilità per fondare il principio di uguaglianza proprio della Sinistra: gli esseri umani sono uguali proprio in quanto ugualmente fragili, al di là delle differenze fenotipiche o di classe.  In collegamento e sviluppando questa distinzione, si giunge alla critica al Postmoderno (concezione formulata e sostenuta dal francese Lyotard e dall’italiano Vattimo): il pensiero postmoderno e la filosofia del “pensiero debole” vengono letti come la sovrastruttura ideologica del tardo capitalismo. Essi riducono la fragilità a una condizione di rassegnazione passiva, sterilizzando ogni spinta al cambiamento radicale e paralizzando la dialettica storica.   

Le tipologie della fragilità e il riscatto

Il saggio suddivide la fragilità in categorie operative per interpretare la storia e la società: fragilità Individuale opposta e distinta dalla fragilità Sociale/Esistenziale. La prima legata al corredo genetico e ai limiti biologici; la seconda prodotta dalle ingiustizie dei rapporti di classe e di potere. 

Un’altra importante opposizione è quella tra: 1) Fragilità passiva (o rassegnata): quando la consapevolezza della debolezza genera apatia, sottomissione o accidia (favorendo fenomeni storici come la “rivoluzione passiva” di Gramsci, i fascismi o l’accettazione passiva dei totalitarismi e del consumismo digitale). 2) Fragilità attiva (o ribelle): Quando la coscienza della fragilità si fissa come elemento negativo e antagonistico, trasformandosi in volontà di riscatto, conflitto, lotta di classe e rivoluzione (incarnata da figure storiche ed eroi civili analizzati nella seconda parte del volume, curata da Ginevra Amadio: da Spartaco a Gramsci, da Ipazia a Rosa Luxemburg; mancano tuttavia in questo elenco figure come Spinoza e Frida Kahlo).   

Epilogo: La perla e la conchiglia 

L’opera, sul piano della teoria, oggetto di trattazione nella prima parte del libro, si conclude con una metafora formulata da Karl Jaspers (medico e filosofo) nel suo Genio e follia: “La perla è la malattia della conchiglia”. La perla – simbolo del genio, dell’arte, della bellezza e delle più alte conquiste umane – non nasce in una condizione di perfetta e imperturbabile omeostasi, bensì come reazione difensiva e cicatrizzazione di una ferita (un granello di sabbia, un trauma). Senza la vulnerabilità e la ferita della fragilità, non esisterebbe alcuna forma di creazione o di riscatto storico.   

Terminata questa “breve” sintesi di Teoria della fragilità, vorrei aggiungere alcune personali osservazioni e considerazioni, da assumere quali risultati delle riflessioni provocate dalla lettura attenta dell’opera di Gramiccia. 

La prima riguarda la fonte di ispirazione, molto remota in verità, perché antica e classica nel contempo, alla quale certamente avrà attinto lo stesso Arnold Gehlen del delineare la sua concezione dell’uomo come essere carente o Mangelwesen. Si tratta del giovanile dialogo platonico dal titolo Protagora. In questo dialogo (in particolare nel celebre mito di Prometeo raccontato dal sofista Protagora), viene descritta la creazione degli animali mortali da parte degli dèi mediante una mescolanza di terra, fuoco e altre sostanze. Quando giunse il momento di distribuire le doti naturali (forza, velocità, ali, pellicce protettive, zanne), il titano Epimeteo (“colui che pensa dopo”), incaricato da Zeus di questo compito, esaurì sconsideratamente tutte le risorse a disposizione sui bruti, dimenticandosi completamente dell’uomo. L’essere umano si trovò così a essere “ignudo, scalzo, senza coperte e senza armi”: una creatura radicalmente carente, debole e fragile rispetto alla natura circostante, per questo motivo destinata inevitabilmente all’estinzione. Per rimediare a questa tragica dimenticanza e salvare la specie umana dalla distruzione, il fratello Prometeo (“colui che pensa prima”) ruba a Efesto e ad Atena la sapienza tecnica (téchne) insieme al fuoco.

Questo mito platonico anticipa e rafforza straordinariamente i concetti chiave discussi nel saggio: 1)L’uomo come essere carente: La fragilità biologica non è un incidente di percorso, ma la condizione originaria con cui l’essere umano viene gettato nel mondo, privo degli equipaggiamenti istintuali e protettivi degli animali. 2) La téchne come risposta alla fragilità: La tecnica (e con essa il fuoco e il sapere pratico) non nasce da una posizione di trionfo o di onnipotenza divina, ma come strumento di compensazione e di sopravvivenza di fronte alla vulnerabilità costitutiva dell’uomo. 3) Il passaggio alla dimensione politica: Nel prosieguo del mito di Protagora, la sola téchne materiale si rivela ancora insufficiente a garantire la sopravvivenza degli uomini contro le belve, interviene quindi Hermes che convince gli uomini in pericolo ad associarsi e a invocare la giustizia e il pudore (aidòs), fondando così il legame politico e sociale.

Il mito platonico di Prometeo conferma dunque che la fragilità non è una semplice mancanza accidentale, ma la vera e propria molla generatrice della civiltà, della tecnica e della storia umana.

La seconda riflessione riguarda la possibilità di inserire tra le fonti la figura e il pensiero di Spinoza. Baruch Spinoza può e deve essere inserito a pieno titolo tra i “padri nobili” di una teoria della fragilità, e la sua inclusione arricchisce straordinariamente il quadro filosofico fin qui delineato, dialogando in modo sorprendente sia con l’impianto del saggio sulla fragilità sia con la visione leopardiana della social catena. Il grande filosofo olandese di origine ebraica (che fu un “uomo fragile” non solo per la sua condizione esistenziale di ebreo eretico scomunicato, escluso, minacciato di morte e costretto a vivere ai margini, limando e lucidando lenti per occhiali, ma anche per la tubercolosi che lo stroncò a soli 44 anni) ha fondato l’intera sua filosofia proprio sulla vulnerabilità originaria dell’essere umano e sulla necessità della solidarietà fondata sulla ragione.

Nel sistema spinoziano (espresso magistralmente nell’Ethica), Dio e la Natura coincidono (Deus sive Natura). L’essere umano non è un impero nel mezzo di un impero, ma è un modo finito, un’espressione particolare e limitata della potenza infinita di Dio-Natura. In quanto ente finito, l’uomo è costantemente esposto alla forza delle cause esterne: “L’uomo non è padrone della propria sorte; la forza con cui l’uomo persevera nell’essere è limitata ed è infinitamente superata dalla potenza delle cause esterne.” (Etica, IV, Prop. 3).

Questa definizione spinoziana descrive esattamente la fragilità ontologica: l’essere umano è radicalmente vulnerabile, sballottato dalle passioni e dagli eventi del mondo, incapace di un controllo assoluto sulla propria esistenza.

Dalla coscienza della propria limitatezza e fragilità nascono le passioni che Spinoza definisce “tristi” (la paura, l’odio, la tristezza, l’invidia). Quando l’uomo si percepisce fragile e separato dagli altri, cade nella servitù delle passioni, diventando preda di un automatismo cieco che lo porta a temere il simile e a desiderare di dominarlo (generando conflitti, guerre e sopraffazioni, come descritto anche nel saggio Tractatus theologico-politicus e nel Tractatus politicus). Tuttavia, proprio come nel mito di Prometeo o ne La Ginestra di Leopardi, la consapevolezza di questa fragilità non conduce Spinoza alla rassegnazione nichilista, ma alla costruzione di un’etica della liberazione e della comunità.

L’uomo è Dio per l’uomo: Spinoza afferma lucidamente che “nulla è più utile all’uomo di un altro uomo” (Etica, IV, Prop. 18). Gli esseri umani possono conservarsi e superare la propria debolezza solo unendo le forze (la social catena, come verrà formulata da Leopardi).  La ragione spinoziana spinge gli uomini a uscire dallo stato di natura (che è uno stato di debolezza e paura reciproca) stringendo un patto, il Pactum Societatis, basato sulla ragione. La società, lo Stato e l’amicizia non nascono da un comando divino o da un egoismo geometrico, ma dal bisogno vitale di protezione e di incremento della propria potenza di esistere (conatus) attraverso la cooperazione.

La terza riflessione è relativa al rapporto tra Spinoza e Leopardi sul terreno della Fragilità. Se in Leopardi (altro magnifico esemplare di uomo fragile che riesce a trasformare la sua fragilità in motore di creatività poetica e filosofica) la necessità della social catena nasce dalla compassione condivisa di fronte alla crudeltà della Natura-matrigna, in Spinoza essa nasce dalla ragione e dalla comprensione che la nostra salvezza (beatitudo) non è un fatto isolato, ma collettivo: «Gli uomini che sono guidati dalla ragione non aspirano a nulla per sé che non desiderino anche per gli altri uomini» (Etica, IV, Prop. 18, scolio). In entrambi i casi, la fragilità individuale, anziché condurre all’isolamento o alla tirannide del più forte, diventa il fondamento etico e politico della solidarietà umana, confermando che l’essere umano si salva solo insieme ai suoi simili.

Infine, l’ultima riflessione concerne le sorprendenti, straordinarie e profonde analogie tra la Teoria della fragilità elaborata da Gramiccia e i temi affrontati nell’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV (pubblicata nel maggio del 2026 e dedicata alla custodia della persona umana nell’era dell’intelligenza artificiale e del progresso tecnologico). Sebbene provengano da prospettive diverse (l’una laica, clinica e dialettico-materialista, l’altra teologica e sociale), i due testi convergono su nodi filosofici cruciali riguardo al destino dell’uomo contemporaneo:

1. La critica al mito della tecnica come “liberazione dalla fragilità”

Nella Teoria della fragilità: la tecnica (téchne) nasce originariamente come risposta alla “carenza” e alla vulnerabilità dell’uomo, ma rischia di trasformarsi in un dispositivo di dominio e auto-potenziamento capitalistico che schiaccia l’essere umano, alienandolo e rendendolo schiavo di un imperativo di efficienza spietata.

Nella Magnifica Humanitas: Papa Leone XIV mette in guardia contro i rischi di un progresso tecnologico e di un potenziamento digitale senza limiti che promettono illusoriamente di «liberarci da ogni fragilità». L’enciclica denuncia come la speranza riposta in un’autoaffermazione tecnologica illimitata finisca per esacerbare le disuguaglianze e scartare intere fasce di popolazione.

2. Il rifiuto della rimozione della fragilità (L’illusione transumanista)

Nella Teoria della fragilità: si critica ferocemente l’idea buonista o mercantilistica secondo cui la fragilità debba essere nascosta, medicalizzata o eliminata per fare spazio solo a standard di efficienza competitiva. Al contrario, la fragilità è il dato ontologico costitutivo da cui partire per comprendere l’uomo.

Nella Magnifica Humanitas: il Pontefice afferma con fermezza che «la vera realizzazione non nasce dalla rimozione delle fragilità, ma da una crescita armoniosa». Pretendere di cancellare il limite umano attraverso la macchina o l’algoritmo significa snaturare il volto autentico dell’uomo, riducendolo a merce o a ingranaggio.

3. La fragilità come “luogo” della solidarietà e del legame sociale

Nella Teoria della fragilità: la consapevolezza della vulnerabilità condivisa (l’essere tutti ugualmente fragili) diventa il fondamento laico dell’uguaglianza e la miccia per attivare risposte collettive, solidali e persino di rivolta contro le ingiustizie sociali (la social catena leopardiana e l’istanza comunitaria).

Nella Magnifica Humanitas: La debolezza e il limite umano non sono visti come una condanna isolante, ma come il terreno nel quale fiorisce la vera solidarietà e la cura reciproca. Richiamando San Paolo («La forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza», Cor. 12,9), l’enciclica sottolinea che nessuna persona è così debole da non poter offrire il proprio contributo alla costruzione del bene comune, e che il progresso si misura unicamente sulla dignità di ciascuno, specialmente degli ultimi (i poveri, i malati, i migranti, considerati “pietre angolari” anziché scarti).

4. Il rifiuto del dominio e la centralità dell’umano contro l’alienazione

Entrambi i testi condividono una forte avversione verso un sistema (che sia il capitalismo finanziario o la tecnocrazia digitale) che riduce le persone a strumenti di produzione o dati di consumo. Sia Gramiccia (attingendo a Marx, Gramsci e alla clinica) sia Leone XIV (attraverso la Dottrina Sociale della Chiesa) invocano un sussulto di umanità: la necessità di rigettare la logica della competizione cannibale per riscoprire che l’uomo non si misura sulla base della sua infallibile efficienza, ma sulla capacità di abitare il limite, di coltivare la giustizia e di stringere legami fraterni autentici.

In sintesi, la Magnifica Humanitas sembra riecheggiare sul piano etico-religioso quella stessa “antropologia della fragilità” teorizzata da Gramiccia: la constatazione che la grandezza dell’essere umano non risiede nell’onnipotenza tecnica, ma nella consapevolezza della propria vulnerabilità, riscattata unicamente dalla cura reciproca e dalla solidarietà comunitaria.

Concludendo su Teoria della fragilità, ritengo che la lettura (seguita dalla riflessione) dell’opera di Gramiccia sia una necessità quanto mai attuale, perché affronta con serietà e coraggio e con uno sguardo spinoziano, vale a dire sub specie aeternitatis, i problemi e le sfide che l’umanità, oggi, in questa “epoca di privazione” (In der duerftiger Zeit, Hoelderlin, Brot und Wein), nella quale la posta in gioco è rappresentata dalla sua stessa sopravvivenza, è costretta ad affrontare.

Francesco Sirleto