Guido Seborga (10 ottobre 1909 – 13 febbraio 1990) si chiamava in realtà Guido Hess, e con questo nome pubblicò negli anni Trenta del secolo scorso le sue prime opere, comprese alcune poesie su varie riviste dell’epoca. Negli anni Quaranta assunse lo pseudonimo di Seborga derivandolo da un piccolo paese vicino Bordighera dove aveva trascorso l’infanzia. Studiò a Torino e a Parigi, città alla quale rimase sempre culturalmente legato. Partecipò alla Resistenza nelle Brigate Matteotti e dopo la guerra sviluppò la sua attività giornalistica nelle testate del Partito Socialista Italiano (il quotidiano “Avanti!” e la rivista “Socialismo” diretta da Pietro Nenni).
Nel 1948 pubblicò con Mondadori il suo primo romanzo, «L’uomo di Camporosso», che ebbe un buon successo. La successiva prova narrativa («Il figlio di Caino», Mondadori 1949), di impianto meno tradizionale, ne confermò il talento.
Seborga fu anche un ottimo pittore, creatore delle “ideografie” che ricordano le antiche pitture rupestri.
Quanto alla poesia, tre sono le raccolte pubblicate a partire dagli anni Sessanta: «Se avessi una canzone» (Edizioni dell’Albero, Torino 1964), «Vivere disvivere» (Carte Segrete, Roma 1973), «Sangue e cerebrum» (SugarCo, Milano 1980). Nella prima, in particolare, esprime una vena di asciutto pessimismo, con sullo sfondo sempre l’amato paesaggio della Riviera di Ponente e versi di un lucido nitore che richiamano i modi più tipici della cosiddetta “linea ligure”.
