Pa’ vèrghine ave di Maurizio Casagrande

Recensione di Nelvia Di Monte

 Anche se in alcuni autori neodialettali la lingua avvalora talvolta una elitaria autoreferenzialità, di solito la fiducia verso una comunicazione intesa come legame sociale appare abbinata alla poesia in dialetto, insita nel suo scaturire da un ambito geografico e umano circoscritto e riconoscibile ma capace di dilatarsi a più ampi orizzonti. Ne sono un valido esempio i testi qui raccolti (vincitori del Premio Internazionale di Poesia “Renato Giorgi”), seconda pubblicazione dopo Sofegòn carogna (Il Ponte del Sale, 2011). Va sottolineato il costante studio della poesia di tanti autori da parte di Casagrande, che ha al suo attivo opere di critica letteraria (come Un altro VenetoEdizioni Cofine, in collaborazione con Matteo Vercesi), interviste con scrittori (In un gorgo di fedeltà, Il Ponte del Sale), antologie tematiche (In classe, con i poeti, puntoacapo Editrice).

 
La premessa serve a chiarire il carattere fortemente intersoggettivo di queste poesie, anche quando – come nella prima sezione – sono riferite a se stesso ma, non a caso, iniziano con una dedica alla memoria di Amedeo Giacomini: e alla sua poetica dei bintars (gli ‘sprecavita’) si collega sia l’atteggiamento ruvido ed energico  con cui presenta i lati meno belli di sé, sia l’adesione ad una lingua “calda del fogo ca jen da soto / tera – calda nel fuoco che proviene dalle viscere / della terra”. Diverse poesie delle due successive sezioni sono dedicate a poeti, tutti ‘contemporanei’, quelli conosciuti direttamente e diventati amici, e quelli ormai lontani ma che le parole rendono sempre vicini e attuali. Frequentare i grandi poeti è fonte di esperienze uniche e fondanti,  “Una gran bella scuola” (titolo di una sezione)  per Casagrande che, da insegnante, in un testo si rammarica di quanto sia arduo trasmettere agli alunni i poeti che lui predilige, quelli che “ti inchiodano con un verso / magari uno soltanto / ma immenso”.
 
Non è solo un interesse verso le loro parole, innanzi tutto è poter percorrere insieme uno spazio di vita, come attraversare un paesaggio con il poeta Sandro Zanotto “assorbito nei fondali / delle Aque perse / nelle quali cantavi di secche sabbiose / gabbiani salici e di un ragazzo”. Oppure stare per giorni in ascolto del canto di un castagno che muore per imparare “a cantare ’e so note ca s-ciòca / pena te ’e meti so’ a boca – a scandire le sue note stridenti / appena le formuli in bocca”, perché i poeti condividono anche “la voce di un vuoto”, appartengono al coro di coloro che Cecchinel (a lui è dedicato il testo) definisce “noi tutti / che amiamo solo il nulla”. Altri testi toccano esperienze più intime, a volte sembrano estemporanee, ma sono come tasselli di un disegno in fieri che circoscrive riflessioni su persone e occasioni, su avvenimenti privati innestati dentro una realtà più ampia e complessa, come la canzone del vento che soffia ugualmente su luoghi di guerra e sulla laguna veneta, e alla quale il poeta affida il compito di portare un bacio alla madre: perché la poesia sa tenere in vita i legami nel tempo, nonostante tutto.
 
Un aspetto particolare di questa scrittura poetica riguarda il modo in cui Casagrande intende – e applica – la versione in italiano. Di solito è un testo considerato ‘di servizio’ che, più o meno letterale o curato nella forma poetica, resta comunque subordinato all’originale. L’autore, invece, attua una “vera e propria riscrittura” rispetto al dialetto, ancorato al basso padovano ma con neologismi, contaminazioni e scelte lessicali arcaiche. La maggiore autonomia della traduzione, lo “scarto” scelto dall’autore, fa sì che questa non cerchi di limare le espressioni più precise o astratte per farle aderire alle parole in dialetto, che hanno dalla loro una più rapida immediatezza rispetto all’oggetto indicato, e una più incisiva e sonora sinteticità. Riportiamo un esempio, che, sulla scia di Noventa, suona anche come un proclama di poetica: “me piase ’a puisìa de chea sorta / co’ ’ersi ca s-cioca  i par tirà ’ia / ma duri ’fa ’l fero incandìo / co te ’o friteghi in acoa jassà / boni oncò diman e co sirà – mi piace quel genere di poesia / con versi sferzanti che sembrano buttati là / ma saldi come il ferro rovente / quando lo tempri nell’acqua gelida / buoni oggi domani e sempre”. 
 
Maurizio Casagrande  Pa’ vèrghine ave  (Le Voci della Luna, 2015)

 
Nelvia Di Monte
 
 2015-12-04