Guido Cavani (5 ottobre 1897 – 23 aprile 1967), nato e vissuto a Modena, ha scritto un romanzo, «Zebio Còtal» che, pubblicato nel 1958 a proprie spese, fu scoperto da Pasolini e ripubblicato da Feltrinelli nel 1961: la storia di un contadino violento e persino crudele, costretto a vivere in una degradante condizione di povertà, raccontata con una forza espressiva davvero straordinaria, in un’ambientazione verista con accensioni liriche, tra Verga, D’Annunzio (il D’Annunzio delle «Novelle della Pescara») e Tozzi.
Cavani è stato anche poeta, anzi ha esordito proprio come poeta con una raccolta stampata dalla tipografia presso cui lavorava a Modena: «Liriche campagnole» (1923). Seguirono, tutti pubblicati da Ferraguti di Modena, «Lumi di sera» (1940), «Fatica di esistere» (1953), «Misericordia del tempo» (1954), «Riposo d’ogni giorno» (1955), «Nei segni della festa» (1957), «Nei ritorni a me stesso» (1960), fino ai postumi «Poesie» (Rebellato, 1968) e «Approdare in calma» (Ricardo Franco Levi Editore, Modena 1976).
Tutta la produzione in versi di Cavani si può leggere ora in «Poesie», a cura di Patrizia Belloi e Elis Colombini (Colombini, Modena 2014). Lo stesso editore ha ristampato i «Romanzi» (2017) e i «Racconti» (2018).
Scrisse Pasolini nella prefazione a «Zebio Còtal» che Cavani è un «poeta che si fa misteriosamente amare». Un poeta, aggiunge Libero Bigiaretti, che rivela «dietro alla manierata poeticità degli oggetti una reale e pungente malinconia d’uomo»
