Poesie per un anno – 591 – Pierluigi Cappello

Recensione di Francesco Paolo Memmo

 

Di Pierluigi Cappello (8 agosto 1967 – 1º ottobre 2017), poeta in lingua italiana e friulana, basti qui citare il recente volume che rappresenta davvero la sua opera omnia (non solo in versi): «Come un sentiero di matita. Poesie, prose, interventi» (BUR, 2024), con contributi critici di Alessandro Fo, Gian Mario Villalta, Eraldo Affinati, e altro materiale concluso da una ricca bibliografia a cura di Anna De Simone.

Cappello, scrive Alessandro Fo, «è una delle voci più limpide della nostra attuale poesia, italiana e in friulano. Poche persone hanno come lui saputo portare una testimonianza tanto diretta ed evidente dell’importanza della cultura, specialmente letteraria, e in particolare della poesia, nell’esistenza di ciascuno di noi».

E Villalta, a conclusione del suo scritto: «Pierluigi pativa molto più di altri l’impossibilità di aggiustare la propria vita, ma non ha rinunciato a pretendere da se stesso la fatica, la delusione, la gioia di incamminarsi verso il luogo della poesia. E quanto camminare c’è nei suoi versi! È un verbo ‘ricorrente’. Egli era ben cosciente di non poterlo fare come molti altri con le proprie gambe, ma – come altri – poteva e sapeva farlo nella poesia».

Affinati, infine, rievoca gli ultimi giorni della sfortunata vita di Cappello, «questo tenero, eterno ragazzo cinquantenne, col sorriso disarmante del vero compagno segreto e la spettrale lucidità del salvato», che sino alla fine ha mostrato «una residua spasmodica volontà di suprema resistenza» al male e alla morte.

«Stato di quiete» (Rizzoli, Milano 2016) è l’ultima raccolta licenziata dal poeta che in una “Nota dell’autore” riassume la sua sofferenza prendendo in prestito i versi di Ungaretti “Ho tanta / stanchezza / sulle spalle // Lasciatemi così / come una / cosa / posata / in un / angolo / e dimenticata”: « Ho scritto trenta poesie in sei anni, sono tutte qui. E mi sto ancora scuotendo la cenere di dosso. Chi mi conosce bene sa che sono stati anni molto difficili, una traversata che capita poche volte nella vita di un uomo, ma non sa quanto spesso ho fatto appello in me alla poesia di Ungaretti datata 26 dicembre 1916. Tutta la vicenda interiore è raccolta in queste poche pagine»