Foglie. Un ricordo di Pierluigi Cappello

di Luigi Bressan

 

Andavo a trovare Pierluigi spessissimo fin da Congallo. La dolcissima zia Nini ci portava il caffè. Ho seguito Pierluigi nella casa di legno, dove lo visitavo quasi tutti i giorni. Se era mezzogiorno preparavo la pasta coi rigatoni per il ragù della mamma Bruna. I suoi piatti preferiti erano inoltre i tortellini e il frico. La limitatezza del suo menù era motivo di burla divertita da parte degli amici.

Per un periodo andavamo al pensionato vicino a trovare il papà Toni, persona amabilissima. Abbondo di superlativi perché me li mette in bocca la nobile casa Cappello. Mi piacevano anche le sporadiche visite del fratello Stefano, per la franchezza e l’ironia.

Quando la casa di Pierluigi non era inondata da amiche e amici mi leggeva le sue poesie in cantiere. Una volta ho tentato di scrivere qualcosa su questa esperienza ma mi sembrava di distrarmi dal vivo, nonostante a Lui fosse piaciuto l’esordio: mettevo in luce il suo modo di lavorare.

Il primo foglio di una poesia subiva numerose correzioni, allora procedeva a copiare il testo su un altro foglio, che metteva sopra. Anche questo veniva corretto fino a renderne necessario un terzo e così via, a formare un discreto spessore. Perciò dissi a Pierluigi che stava fabbricando mattoni. Ne ridemmo a lungo. 

Uscivamo per una birra o una semplice passeggiata. Fumavamo le sigarette di Pierluigi, e io ogni tanto gliene portavo qualche pacchetto. Ho visitato Pierluigi negli ospedali, meno spesso per ovvi o comprensibili motivi ma spesso nelle trasferte a Fraelacco, Udine e quasi tutti i giorni a San Daniele.

Non dimenticherò mai l’empatia, la delicatezza, l’umana solidarietà che Pierluigi lasciava intravedere verso i compagni, i diversi modi di affrontare da parte loro la sofferenza. Una volta mi fece conoscere un ragazzo sordo-cieco. Ci toccammo a lungo le mani, la faccia, ci accarezzammo e abbracciammo. Sorrideva.

A Chiusaforte, dove ho alloggiato dal prete per due o tre giorni per stare accanto a Pierluigi che vi soggiornava coi genitori, ho potuto sentire fisicamente l’attaccamento di lui per quella terra povera dove la legna era cercata sul greto del Fella, e la sua gente che ne viveva le ristrettezze, anche d’ambiente fisico, ai piedi della Raccolana, che apre verso lo spettacolo del Montasio, di Sella Nevea e del Canin.

Sono stato con Pierluigi alcune volte a Meduno dalla “sorella d’anima” Ida Vallerugo, un paio fermandoci a pernottare da amici. Altre volte a Grado, ospiti degli amici di Milano (Anna De Simone, amica e curatrice letteraria; Ileana e Giorgio De Simone, Aldina e Sergio Toppi, Clara e Franco Saibene, Romana e Enzo Genovese… ).

In queste occasioni condividevamo la camera e ci svegliamo circa alle quattro per necessità igieniche. Pierluigi accendeva una sigaretta e poi incominciavamo a provocarci e a ridere sulle battute più ingenue e spiritose, in friulano, in italiano. Amedeo Giacomini era l’autore più citato e presente nei nostri discorsi. Con lui abbiamo passato almeno una serata “distruttiva”. Una volta era con noi Alessandro Fo. Nel nostro albergo soggiornava un folto gruppo di modelle per una sfilata di moda. La metrica poetica si trovò in concorrenza coi due metri in media di avvenenti esotiche ragazze. Argomento di innumerevoli battute per l’intera giornata.

La compagnia di Pier è stata per me privilegio d’amicizia, empatica sofferenza. Ho sognato più volte di tenerlo in braccio per scendere le scale vedendolo poi con sorpresa e sollievo camminare.