Guido Ballo (12 aprile 1914 – 26 luglio 2010), siciliano ma milanese d’adozione, insigne critico d’arte e curatore di importanti mostre (sul futurismo, sull’astrattismo, ecc.), è stato anche poeta di notevole valore che avrebbe meritato una ben maggiore fortuna critica. L’intera (o quasi) sua produzione è raccolta in un corposo volume («Il muro ha un suono. Poesie 1940-1990», All’Insegna del Pesce d’Oro, Milano 1994), con una prefazione scritta da Stefano Agosti che si sofferma sulle varie modalità in cui si esercita quella che è stata chiamata la “ricerca etimologica” di Ballo, il quale si avvale di procedimenti mutuati dalle avanguardie vecchie e nuove per arrivare alla definizione dell’essenza ultima dell’uomo e delle cose.
È un lungo discorso che merita di essere approfondito. Ma intanto, per oggi, si può partire da questa poesia-manifesto in cui, scrive Luigi Picchi, «ben chiara è la visione dinamica e vitalistica dell’esistenza: la vita, il mondo, le cose si trasformano e mutano nel perenne fluire del tempo; l’universo è molteplice, ricco di contrasti, sottoposto ad una continua metamorfosi, eppure in una dimensione metastorica e interiore, che è nello stesso tempo trascendente ed immanente, l’essenza permane pura e fissa. Una forza parmenidea sottende quella eraclitea. Essere e Divenire coesistono. L’albero è simbolo di tutto questo anche della lotta contro l’orrore di un’alienante urbanizzazione».
