Bianca Dorato: il diario di un’anima verso un crinale di luce

Recensione di Nelvia Di Monte alle poesie inedite di Sël finagi
Le poesie inedite pubblicate in Sël finagi (Nino Aragno Editore, Torino 2014) sono state raccolte con amichevole cura da Remigio Bertolino e Giovanni Tesio, il quale nell’approfondita postfazione annota come non sia stato possibile ricavare dai quaderni di Bianca Dorato (1933-2007) un ordine cronologico dei testi. Un particolare che so intimamente legato al suo rapporto con le parole: nemmeno le lettere che Bianca mi inviò, negli anni in cui così ci tenevamo in contatto, recavano la data. A suggerire – miraco, forse – che il tempo semplicemente è, non segue il ritmo dei calendari ma appare “në sluss dël rìe etern / ant ëlbàuti dle stagion” (un baleno dell’eterno riso / nell’altalena delle stagioni).
Raccolta dopo raccolta la poesia della Dorato ha composto il diario di un’anima nel suo incessante peregrinare verso l’assoluto, seguendo il desiderio di raggiungere quel crinale di luce che si sa e si cerca lungo i sentieri delle amate montagne, ripercorse infinite volte in un movimento fisico e simbolico dentro paesaggi dove ogni elemento reca in sé tracce del Nascosto, il mistero che sta all’origine della vita. E che accomuna tutto l’esistente, la pietra, l’acqua, le erbe che “a confido / chiete soa smens a la fioca” (affidano / quiete il loro seme alla neve), i branchi di animali a cui è dato “savèj la mira leugna/ (…) anté a luiss la prima”(conoscere la meta lontana / (…) dove si fa frutto la primavera).
Bianca Dorato utilizza un idioletto che trova la sua fonte nella parlata provenzale e torinese,  “nella memoria affettiva, culturale e poetica della sua storia personale” (Tesio), si modula in  un ritmo asciutto e stringato (dai versi brevi, spesso settenari o ottonari) e spezza in  enjambements le immagini più distese, dove è rara la rima mentre ad una complessa grafia è lasciato il compito di rendere le sonorità di un linguaggio “che suona erratico, come i massi che s’incontrano in montagna”.
Ci si trova di fronte ad una poesia che si presenta realistica nelle immagini e nelle parole, naturalistica nella precisa descrizione di ambienti e fenomeni, mai involuta nell’espressione, quindi apparentemente facile alla lettura ma che, rapidamente, immerge in un’atmosfera densa di spiritualità e conduce “sël finagi”, sul confine di un altrove difficile da districare. Tuttavia in ogni testo la Dorato mostra come percepirne le epifanie in modo immediato, con uno sguardo limpido e un ascolto del cuore in grado di captare gli elementi reconditi di un assoluto che si manifesta tramite presenze tangibili, che possono essere avvicinate e comprese per affinità ma mai totalmente raggiunte o spiegate. Una solitudine metafisica circonda l’io nei suoi percorsi e nelle sue soste, nel suo sentire e osservare il paesaggio alpino “vivente altare di pietra/ sacro agli uragani della luce” poiché, come scrive Tesio, per la Dorato come per Antonia Pozzi, la montagna è “un emblema mentale (e poetico) incardinato tra esistenza ed essere, tra finitudine e infinito”. Da questa prospettiva – di una sacralità che sta al fondo di ciò che è dato – può essere definita una poesia religiosa, che diviene preghiera quando le parole vogliono farsi tramite tra l’io e un Tu recondito di cui ogni cosa e creatura porta traccia: “Tan bele e sclinte/ tute le marche am parlo/ a son signaj / a mison antërdìe / am men-a n’ëscondù” (Così belle e nitide / tutte le impronte mi parlano / sono segnali/ a dimore proibite / un nascosto mi guida).
Dalla prima plaquette Tzantelèina (1984)Bianca Dorato ha conservato una fedeltà tematica e stilistica personalissima, e le diverse raccolte sono la composita partitura di un’unica sinfonia che le ha consentito ogni volta di mostrare le intersezioni tra il proprio mondo interiore e il paesaggio, fusi in un microcosmo poetico in cui riverberano cenni e bagliori di ciò che è indicibile e incommensurabile. Una scrittura, che segua il canto della vita e le impronte dell’essere, deve comprendere anche il dolore e la morte. Già nel precedente libro Signaj (2006) si era fatta più drammatica la contrapposizione tra l’anelito e l’impossibilità di procedere verso l’agognato crinale. In questa raccolta postuma i testi iniziali danno subito conto del sopraggiungere di momenti di tenebra e di fragore che opprimono e, forse, impediranno di salire alla brusanta (struggente) vetta; oppure una fitta nebbia non lascia scorgere che una zolla aperta, grembo di buio dove sprofondano foglie ed erbe appassite per avviarsi ad una nuova rinascita e “ciuto as arlamo, chiete, ant la dossor / pasianta dël gran creus dësmemorià” (silenziose si abbandonano, quiete, nella dolcezza / consolatrice dell’abisso senza memoria).
Eppure gelo e ferite, angoscia e paure di fronte all’ignoto che, come nei capitelli di cattedrali medioevali, trovano forme di animali, grida e ombre che giungono improvvise sugli alti pendii, portate da ali di cornacchie che planano da non si sa dove: la sofferenza e l’oscurità, dunque, riescono a rendere più nitidi – per contrasto – gli elementi quieti e luminosi di cui è sempre intessuta la poesia di Bianca Dorato. Simile all’acqua che sgorga limpida dopo aver attraversato “la tenebra di miriadi/ di vite macerate in terriccio”, in questa raccolta lo sguardo lirico mostra di essersi inoltrato in più intime sebbene dolorose profondità fino a delineare un orizzonte che non ha più confine. Come la roccia di tante montagne conserva le tracce di antichi fondali oceanici, così – nel penultimo testo – il luogo da dove l’io osserva è una lingua di sabbia protesa tra terra e mare, un crinale che si assottiglia mentre l’onda sale e si attende n’arciam, un richiamo per riprendere il cammino: “E peui – giomai tuta scuma / a ’nrovene ij pass ëd lus – / an dis che a l’é l’ora ’d parte / ël vent ëd la mar sobranta” (E poi – tutta schiuma ormai / ad avvolgerci i passi di luce – / ci dice che è l’ora di partire / il vento della marea).
 
Bianca Dorato, Sël finagi, Nino Aragno Editore, Torino 2014
 
 
Nelvia Di Monte