Ma ti, vecio parlar, resisti
(A. Zanzotto)
Sono stati in molti a credere che i dialetti fossero destinati all’estinzione e che non potessero essere tenuti in vita dalla poesia, ma a dispetto delle diagnosi di morte, dei processi di globalizzazione e di omologazione linguistica, aumenta il numero delle pubblicazioni nelle lingue minori e sembra avverarsi l’auspicio di Andrea Zanzotto che nel 1976 così recitava in una sua lirica: Ma ti, vecio parlar, resisti. E si anca i òmi / te desmentegarà senzha inacòrderse, […] osèi che te à inparà da tant / te parlarà inte ’l sol, inte l’onbrìa. (Ma tu, vecchio parlare, resisti. E anche se gli uomini / ti dimenticheranno senza accorgersene, […] uccelli che ti hanno appreso da tanto tempo / ti parleranno dentro il sole, dentro l’ombra.
C’è da chiedersi quali siano le ragioni di questo fermento di pensieri e di fonie: qualcuno crede che il dialetto abbia un ruolo importante nei processi immaginifici, altri pensano che in quanto lingua antica, naturale e autentica possa esprimere più intensamente memorie e disagi o che l’uso letterario delle lingue minori offra maggiori opportunità alla sperimentazione rispetto a uno standard letterario ormai usurato, esprimendo insieme anche una forma di resistenza a una lingua appiattita nella roboante e vacua retorica da cui siamo circondati. Torna in mente quanto afferma il protagonista de La coscienza di Zeno,quasi alla fine del romanzo: «con ogni parola toscana noi mentiamo […] la nostra vita avrebbe tutt’altro aspetto se fosse detta nel nostro dialetto».
A fotografare l’oggi della poesia in dialetto è una ricca antologia curata da Manuel Cohen, Valerio Cuccaroni, Giuseppe Nava, Rossella Renzi e Christian Sinicco: L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti italiani in dialetto e in altre lingue minoritarie tra Novecento e Duemila (Gwynplaine, Ancona 2014, pag. 745). Il volume, frutto di un progetto di ricerca promosso dalla rivista “Argo”, offre un quadro ampio e articolato della produzione neodialettale e postdialettale dell’ultima parte del Novecento e dei primi anni del Duemila.
I poeti ospitati nell’antologia sono 115, suddivisi in due sezioni: la prima con 34 autori nati prima del 1950, posti in ordine alfabetico, la seconda con i più ‘giovani’ suddivisi per regioni, la cui successione risponde a criteri storici e non geografici, collegandosi ai diversi momenti del processo di unificazione dell’Italia, a partire dalla costituzione del Regno di Sardegna sino all’annessione dell’Alto Adige. La regione con il maggior numero di presenze è il Friuli-Venezia Giulia (con 17 autori), a registrare una sola presenza sono la Toscana e il Trentino Alto Adige. Il volume raccoglie una produzione che abbraccia circa mezzo secolo (il poeta più giovane è nato nel 1988 e il più anziano nel 1932) e attesta una ricerca critica e bibliografica capillare, attenta e scrupolosa.
Nella prima parte i testi dei poeti sono preceduti da un’introduzione e nella maggior parte dei casi sono intercalati da note critiche che consentono di seguire il percorso poetico dell’autore. Nella seconda parte si registra, invece, una struttura discontinua; per più della metà degli autori manca, infatti, un’introduzione che consenta di inquadrare sul piano letterario e linguistico la loro opera, anche se è presente per tutti un sintetico profilo biobibliografico. Gli autori delle note sono sia i curatori dell’antologia sia altri critici e poeti, tra cui Alessandro Burbank, Gianmario Lucini e Julian Zhara. Il maggior numero di profili si deve alla penna di Manuel Cohen.
Nella compilazione di antologie c’è chi predilige criteri popolari, dando spazio a un gran numero di voci poetiche e chi, al contrario, propende per criteri aristocratici, limitando il numero degli autori. Su questa linea si poneva l’antologia curata da Franco Brevini nel 1987 (Poeti dialettali del Novecento, Torino, Einaudi) che, nel tracciare le linee della poesia dialettale del secolo scorso, ospitava 18 poeti, con una sola presenza femminile.
A ogni antologia si può rimproverare di aver escluso qualche poeta o di averne inclusi altri senza particolari meriti. La varietà dei giudizi e dei percorsi che possono essere seguiti nella selezione appare evidente da un raffronto tra la sezione dedicata al Veneto (una tra le regioni più ricche di voci poetiche con 14 presenze) e un’antologia regionale edita nel 2014, curata da Maurizio Casagrande e Matteo Vercesi, (Un altro Veneto. Poeti in dialetto fra Novecento e Duemila, Roma, Edizioni Cofine) che ospita 16 autori; fa sicuramente riflettere il fatto che siano solo cinque i poeti presenti in entrambe, anche se in Un altro Veneto è molto più ampio l’arco cronologico considerato. Questo è il destino dell’antologie: se da un lato aspirano a essere una fotografia più o meno elitaria di un determinato contesto letterario dall’altro, al di là dei nomi irrinunciabili su cui la critica ha ormai espresso un indiscusso giudizio di valore, sono frutto di personali valutazioni estetiche.
D’altronde muoversi nel fitto panorama delle pubblicazioni in dialetto non è semplice; non sono molti i poeti dialettali presenti nelle collane di grandi case editrici e le raccolte poetiche nelle lingue minori, che sono spesso affidate all’editoria locale o a quella di nicchia, hanno in genere una tiratura limitata e una diffusione che in alcuni casi non valica l’ambito regionale. A testare le scelte di un’antologia è il tempo e solo una successiva mappatura potrà confermare o smentire ricerche precedenti.
L’Italia a pezzi ha il merito di aver individuato le tendenze della letteratura dialettale in Italia tra la fine del Novecento e il Duemila con particolare attenzione agli aspetti stilistici e alle sperimentazioni in atto. Un altro merito è quello di aver inserito molte voci femminili, superando ogni precedente ricognizione letteraria, non ultima la pregevole antologia curata da Achille Serrao nel 1992 (Via Terra, Udine, Campanotto Editore) di cui L’Italia a pezzi conferma molte scelte.
Non è possibile in questo spazio dare conto della varietà dei registri poetici, degli stili e delle tematiche di cui troviamo testimonianza ne L’Italia a pezzi, considerato il numero degli autori presenti. Si va dalla poesia d’amore a quella della memoria, dai temi esistenziali ai disagi della modernità; c’è anche la poesia segnata da forti ragioni etiche e civili, si incontra la riflessione sullo sgretolarsi dei rapporti nella dimensione di solitudine e di estraneità di una società urbanizzata e compare anche il tema del lavoro, della fabbrica e della crisi economica. Ci sono esempi significativi di sperimentalismo, non manca la riflessione metapoetica ed è frequente anche quella metalinguistica. Ne L’Italia a pezzi è possibile verificare come la poesia in dialetto nel tempo abbia allargato i suoi orizzonti tematici, oltre la dimensione memoriale, narrativa e lirica che ha caratterizzato gran parte della poesia neodialettale.
L’antologia registra tutto il colore delle lingue minori a volte con gli idiomatismi criptici del dialetto, altre volte con forme espressive che sul piano lessicale e sintattico hanno uno scarto minore rispetto alla lingua veicolare. In alcuni poeti emerge lo scrupolo filologico, in altri l’uso di lingue mescidate e non manca l’opportunità di verificare, come sostiene Gianluigi Beccaria, che nella scrittura letteraria ogni autore ha per lo più ‘inventato’ e non ‘imitato’ un dialetto effettivamente parlato.
A volte a vestire i pensieri sono la rasposità, la terrosità e la durezza dei suoni propri di certi dialetti, altre volte la leggerezza di sillabe sibilate o di sinuose dittongazioni tipiche di altri. Nello scorrere l’ampio panorama di voci poetiche si percepisce come nella scrittura in dialetto il fonosimbolismo assuma una dimensione importante, offrendo qualcosa in più – quasi un valore aggiunto – nel semantizzare il significante. Ma non è solo un fatto di suoni, di onomatopee, di capacità evocativa della lingua; L’Italia a pezzi sa dimostrare come la scelta del dialetto possa essere anche “resistenza” verso una cultura omologante e assuma i tratti di una lotta senz’armi.
L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti italiani in dialetto e in altre lingue minoritarie tra Novecento e Duemila (Gwynplaine, Ancona 2014, pag. 745)
Ombretta Ciurnelli