Il sentimento di meraviglia che molto probabilmente coglie l’addetto ai lavori, ma anche l’attento lettore di quest’opera che raccoglie tutte le poesie edite della lucana Assunta Finiguerra, pubblicata dall’editore Ronzani di Dueville (Vicenza), va al fatto che a curarla sia stata una bresciana doc come Elena Valentina Maiolini, allieva di Francesco Bruni e Pietro Gibellini, docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università dell’Insubria, nome con cui viene designata la storica regione posta a cavaliere tra Italia e Svizzera e che riunisce le province di Como, Lecco, Novara, Ticino, Varese e Verbania-Cusio-Ossola. Ma tant’è. A certa inspiegabile miopia da parte delle istituzioni e degli ambienti culturali lucani nel valorizzare i talenti di cui la regione è da lungo tempo madre prolifica (Morra, Scotellaro, Pierro, Sinisgalli, Riviello) siamo ormai assuefatti; in questo caso, a correre in qualche modo ai ripari provvede, in apertura di volume, il breve scritto di Marcello Pittella, Presidente del Consiglio Regionale della Basilicata, che, dopo aver palesato l’orgoglio del Consiglio nel «sostenere iniziative come questa», riconosce che «la voce di Assunta Finiguerra, rimasta per troppo tempo ai margini, ci ricorda che la grande letteratura può germogliare anche nei luoghi più appartati, e che il dialetto, lungi dall’essere un limite, può farsi strumento di una verità essenziale».
Ciò premesso, ritengo importante sottolineare l’encomiabile impegno della curatrice di questo corposo lavoro, la cui genesi risale al giugno 2022, quando, tramite l’amico Vincenzo Luciani, fui contattata con una e-mail, nella quale mi diceva di aver scoperto Assunta Finiguerra grazie all’amica poetessa Franca Grisoni, autrice di un breve ma denso panorama su amore e morte nella poesia della scrittrice sanfelese per la rivista «Letteratura e dialetti». Ricordo chiaramente, oltre che con piacere ed emozione, il nostro incontro qui a Roma, in un bar nei pressi della mia abitazione; ricordo l’amabile conversazione, la curiosità e l’interesse della studiosa per Assunta, per il suo vissuto, i suoi rapporti con gli altri, la strada intrapresa lungo il sentiero della poesia. In quell’occasione Elena mi mise anche a parte del progetto che intendeva portare avanti, e cioè la cura e pubblicazione di un’opera che riunisse tutte l’edito della poetessa, fino al 2009, anno della sua morte, compresi i versi pubblicati postumi (le due raccolte del 2010) e quelli sparsi su giornali e riviste. Dall’attenzione con cui Elena, studiosa di gran vaglia (ricordo i suoi articoli sulla civiltà letteraria tra Quattrocento ed età contemporanea, con affondi sull’Otto e Novecento; la cura delle edizioni critiche e commentate di Tommaseo, d’Annunzio, Morselli; la monografia su Fauriel; il saggio su Manzoni), ascoltava ciò che le raccontavo, capii chiaramente che avevo di fronte la persona giusta, che avrebbe saputo parlare di Assunta in modo corretto, con competenza e passione sincera. Ma anche Elena, dall’emozione che certo trapelava dalla mia voce a mano a mano che la memoria si dipanava portando in luce e rivivendo, dopo più di dieci anni, gioie e dolori di un rapporto straordinario, dev’essersi presto resa conto che non ero soltanto la depositaria del patrimonio letterario della poetessa, ma che ero effettivamente la sua più cara e intima amica e che mi sarei messa a disposizione senza se e senza ma.
La grande qualità del lavoro svolto da Maiolini si può cogliere appieno leggendo le quarantasette pagine del saggio introduttivo al volume, intitolato Scintille e fumo (da una poesia posta in esergo), suddiviso in nove sezioni, in cui la curatrice traccia un profilo biografico di Finiguerra, nata a San Fele, in provincia di Potenza, nel 1946 ed ivi spentasi nel 2009, la sua vicenda editoriale, i criteri e le scelte di trascrizione, le sue vicissitudini interiori. È un’introduzione colta, densa, ricca, che fornisce un panorama pubblico e privato della poetessa a tutto tondo, che permette al lettore di addentrarsi nel locus magicus della poesia finiguerriana percependone la magìa ambientale e il fascino, un locus in cui la poetessa è vissuta per gran parte della sua vita e nel quale a volte è stata vittima di magie maligne, altre volte ha invece agito da masciiare, da “strega”.
Mi preme, in particolare, porre l’enfasi sull’enorme mole di lavoro a cui Maiolini si è sobbarcata, dimostrando grande abilità nel districarsi tra i gangli di un dialetto così distante dalle sue cadenze lombarde, e poi nell’affrontare e risolvere la questione ‘trascrizione’ nel nobile intento di rendere fruibile e godibile al massimo una poesia generata negli angusti recessi di un piccolo paese dai confini geografici ristretti, ma destinata ai grandi, sconfinati spazi. A questo riguardo, nel paragrafo 3 dell’introduzione, la curatrice si pone il quesito della difficoltà che Assunta deve aver avuto (e ha effettivamente avuto) nel «decidere come trascrivere i versi in sanfelese che componeva con l’esecuzione orale nell’orecchio» (p. 37). In effetti, il problema del come scollare la grafia del suo dialetto dalla pesante pania dei segni diacritici e di come rendere al meglio quei fenomeni del parlato, come il raddoppiamento consonantico intervocalico, la dittongazione di a in ua, il suono dd cacuminale, tipico del siciliano, esito della geminata latina –ll– (se ḍḍ con i due puntini sotto, o senza), le finali di parola tronche, la j e la w semivocaliche e l’affievolimento della e atona in fine di parola (se con dieresi o senza), Assunta se lo era posto, eccome. Ma non era mai effettivamente «giunta a elaborare una grafia uniforme, a fronte della molteplicità delle soluzioni sperimentate nella scrittura persistente anche nei testi più tardi» (p. 39). Proprio a causa dei ripensamenti della poetessa, Maiolini dichiara di aver scelto, per facilitare la comprensione, di non uniformare le soluzioni grafiche, ma di semplificarle, però soltanto nei testi poetici, non nei titoli, che vengono riportati «rispettando la grafia con la quale hanno circolato e si sono fatti conoscere» (p. 40).
Entrando nel merito della struttura dell’opera, la curatrice riunisce, seguendo l’ordine cronologico con cui hanno visto la luce (1999-2010), le seguenti raccolte: Puozzë arrabbià’ (I); Rësciḍḍë (II); Solije (III); Scurije (IV); Muparije (V); Fanfarije (VI); Tatemije (VII). Seguono: la sezione Poesie sparse, pubblicate, cioè, su varie riviste (VIII), e un’Appendice, che comprende Se avrò il coraggio del sole, raccolta in italiano con la quale Finiguerra, nel 1995, si affacciò al mondo della poesia (IX), e le quartine italiane pubblicate in rivista (X), ), per un totale di 303 testi sanfelesi (corredati di autotraduzione al piede) e 76 testi in italiano.
Concludono il corposo volume un’antologia critica, in cui si può leggere, o rileggere, buona parte di ciò che sulla poetica di Finiguerra è stato detto dai suoi estimatori (fra i quali Franco Loi e Achille Serrao), e l’indice dei capoversi, in cui viene indicata, per ogni capoverso, “la raccolta a cui appartiene la poesia con il rimando al numero romano che la individua” (p. 589).
In un’epoca di disaffezione per la lettura, in cui le librerie, un tempo stracolme, tendono a scomparire o a trasformarsi all’interno delle abitazioni, va dato merito a Elena Maiolini di aver contribuito, con quest’opera, a trasmettere ai riceventi, agli amatori delle letture poetiche in dialetto, o poetiche tout court, la voce di Finiguerra, non come suoni indistinti che ode in lontananza chi apre una finestra, ma come voce familiare, la voce di una cara ‘amica di casa’.
Finiguerra, ci tengo a dirlo, ha saputo fare degli antichi, concreti valori materici, propri della ristretta parlata sanfelese, in cui, come in tutte le parlate locali, i contenuti moralistici sono fortemente attivi e in cui le certezze del mitico tempo ciclico, con i suoi riti, sembrano costantemente insidiare l’incertezza di quello lineare cristiano, uno strumento di comunicazione incisivo, che lascia il segno, come la subbia colpita dal mazzuolo dello scultore. Finiguerra, con la sua innata potenza espressiva, ha saputo dare voce a tutte le donne del Sud, che, a cominciare dalla sfortunata poetessa del Cinquecento Isabella Morra, anche lei lucana, per secoli hanno pagato a caro prezzo il fatto di essere donne e, a prezzo ancora più caro, il fatto di possedere del talento.
Ho in questi giorni appreso con gioia, e desidero farne menzione, che l’opera è stata già presentata in due contesti importanti: a Potenza, all’Università degli Studi della Basilicata (a cura del Dipartimento per l’innovazione umanistica, scientifica e sociale, della Biblioteca centrale di Ateneo e del Consiglio Regionale della Basilicata) e all’antico Palazzo Toaldi Capra di Schio (nell’ambito di “Semenze matte 2026”, stagione poetica scledense, che prevede una serie di incontri culturali, laboratori e approfondimenti critici), dove ha ricevuto una calorosa accoglienza.
Concludo questo mio scritto ringraziando di cuore Elena Maiolini per avermi più volte citata nel volume, cosa che mi ha molto lusingato e fatto sentire in qualche modo partecipe di quello che è l’omaggio più sincero, prezioso e valido all’opera poetica di Assunta Finiguerra, e augurando a questa creatura, nata sotto i migliori auspici, una lunga vita felice.
Quanda cenere se àveze musere
ammende attizze re ffuoche cu uandesine
ndo iuatature s’è nfelate nu scurpeione
e l’arie nu enze fore da u purtusiedde
e ppenze guardanne fascedde e ffume
ca da criiame faciie tanda suonne
e ccume Nilla Pizze vola colombe
vuliie candà o teatre San Reme
e qquanne vuliie fuscì da stu puaìse
nde i cuorve ultruaggianne re nnotte
e u sagrestane nda re ndennà a llutte
suduaie p’u scheletre inde a l’armadie
e speraie de cunvinge attàneme
de mannàreme a studià a Rionere
pecché raglie de ciucce n’arrive ngiele
né da re nneglie se pote vedé lunduane
Quanta cenere si alza stasera / mentre il fuoco attizzo col grembiule / nel soffietto uno scorpione s’è infilato / e l’aria dal buchetto non esce fuori // e penso guardando scintille e fumo / che da bambina facevo tanti sogni / e come Nilla Pizzi vola colomba / volevo cantare al teatro di Sanremo // e quando volevo fuggire dal paese / dove i corvi oltraggiano le notti / e il sagrestano nel rintoccare a lutto / sudava per lo scheletro nell’armadio // e speravo di convincere mio padre / di mandarmi a Rionero per studiare
/ perché raglio d’asino non arriva al cielo / né dalle nebbie si può vedere lontano
Tu spacche u ciele Sande Fele miie
nda st’aria lévede de cambesande
assemiglie a na femmena fegliande
e pperde u figlie pe u cherdone nganne
Tu spacchi il cielo San Fele mio / in quest’aria livida di camposanto / assomigli a una femmina che partorisce / e perde il figlio per il cordone in gola
L’aneme agge(ia) sterate sope o puanne
nde chiecatte a cammise miie de zite
mbusumuate, tesa tese e cundegnose
m’addumuanne se le dache a libertà
L’anima ho stirato sopra il panno / dove piegai la camicia mia di sposa / inamidata tesa tesa e pudibonda / mi domanda se la metto in libertà
Sciatevinne tutte quande, sciatevinne
sope a culnette tenghe na veppetedde
e ngimme e piede na bannere de Labbedde
re ttene cavede quanne face fridde
nun me cercate cchiù, iie sό nissciune
nun sό ulisse e mmanghe polifeme
nun sό nausiche e mmanghe re ssirene
né circe ca l’uommene tramute ’n puorce
iie sό a vendette de na vita storte
m’afferre a re ccangedde de na galere
nde u sole a qquadrettine fine a sere
se face pagà nu prezze troppe care
Andate tutti quanti via, andate / un poco d’acqua ho sul comodino / e sopra i piedi un tessuto di Bella / li tiene caldi quando fa freddo // non mi cercate più, sono nessuno / non sono ulisse e neanche polifemo / non sono nausicaa né le sirene / né circe che gli uomini tramuta in porci // sono la vendetta d’una vita storta / mi afferro alle grate di una galera / dove il sole a quadretti fino a sera / si fa pagare un prezzo troppo caro
Anema miie u ciele e destellate
e nda conghe accoglie acqua legge
pe te segnà a croce a frundecedde
e fàrete sande nda terre u delore
nun chiuange cchiù, nun sì na parassite
nun è cercate tu de venì o munne
sì nate pe ccase, sì nate pe designe
u fuatte stà… ca ndrete nun se torne
Anima mia il cielo è distillato / e nella conca raccolgo acqua leggera / per segnarti a croce la piccola fronte / e farti santa nella terra del dolore // non piangere più, non sei parassita / non hai chiesto tu di venire al mondo / sei nata per caso, sei nata per disegno / il fatto sta… che indietro non si torna.
Iie te cunduanne Ddiie
a cambà cume l’uommene de Terre
scàveze, allanure, sembe facce nderre
a direte grazzie de a vite ca r’è date.
Te cunduanne pecché nun suaie niende
nun suaie ca u cuane mόzzeche o struazzate
nun suaie manghe ca Mariiadduluruate
l’uocchie avassce a nuie e nun nge vede.
Iie te cunduanne pe i rine sembe apierte
e pe quire ca sό nnate malatizze
a vvocca chiene figlie tu re cchiame
u tuie però è cu l’uocchie azzurre e bbuone
Io ti condanno Dio / a vivere come gli uomini della Terra / scalzi, ignudi, sempre faccia in giù / a dirti grazie della vita che gli hai dato. // Ti condanno perché non sai niente / non sai che il cane morde lo straccione / non sai neanche che Mariaddolorata / gli occhi abbassa a noi e non ci vede. // Io ti condanno per le inquietudini / per quelli che sono nati malaticci / a bocca piena tu li chiami figli / il tuo però ha gli occhi azzurri e sani
Assunta Finiguerra, Le poesie. Raccolte edite e versi sparsi, a cura di Elena Valentina Maiolini, Vicenza, Ronzani, 2025, 604 pp.
