Non si può dire che si avverta il genio di Carmelo Bene (1º settembre 1937 – 16 marzo 2002) nelle poesie che scrisse fra il 1950 e il 1958, cioè tra i suoi 13 e i suoi 21 anni, pubblicate nel 2021 da Bompiani, col titolo «Ho sognato di vivere! Poesie giovanili», con una nota di Stefano De Mattia (che di Carmelo Bene è nipote: è a lui che si deve se queste poesie sono state portate alla luce) e un’introduzione di Filippo Timi che così principia: «Come in un big bang primordiale, Carmelo Bene ad ogni parola creava un infinito. Le sue liriche giovanili, reperti di un’architettura sentimentale, ci fanno ascoltare l’origine dirompente della sua voce, forse l’unica che ha saputo incarnare la poesia. Siamo davanti a una sconfinatezza selvaggia, una foresta di costellazioni, nebulose e vie lattee, un universo in continua espansione».
Ma siamo anche di fronte a un ragazzo che, a cospetto delle prime scoperte della vita, non nasconde le sue fragilità, le sue inquietudini, le sue paure, il suo desiderio di fuga, la sua continua ansia di ricerca. Anche, con qualche guizzo che si direbbe “alla Carmelo Bene”, come in questi versi: «Io cerco un nome / per poter dire: io esisto! / Un giorno avevo un nome: / l’ho perso dimenticandomi. / Ora, per ritrovarmi, / io cerco un nome!». E allora forse, sì, qualcosa del genio di Carmelo Bene si avverte anche qui.
