Sono passati 25 anni dal tragico pomeriggio in cui Nino Caminiti, originario di Pace del Mela (Messina), promettente scrittore e poeta siciliano, perse la vita dopo essere stato travolto da un’auto sul Lungomare di Ponente di Milazzo nel giorno della Liberazione del 2001, mentre era tornato a trascorrere la Pasqua a casa e si trovava in visita a un suo amico e donava sorrisi luminosi, condividendo la gioia dei figli avuti e di quelli in arrivo.
Si vuole qui ricordare il giovane uomo, i cui scritti sono stati raccolti in un volume pubblicato in memoria l’anno successivo a quello della morte.
In un mondo in cui le guerre sono moneta corrente e la violenza delle armi è la continuazione della violenza delle parole e dei pensieri, gli scritti di Nino Caminiti, poco conosciuti, rappresentano la testimonianza di un richiamo forte e attuale alla responsabilità degli esseri umani nei confronti della vita.
Come è stato scritto nella Presentazione al libro “scoprire la figura di Nino Caminiti, attraverso i suoi scritti, rappresenta un viaggio affascinante, una inebriante cavalcata in un turbinio di emozioni: sogni, speranze, delusioni, ricerche…Nino è un essere a tutto tondo, i cui occhi guardano, indagano, vedono…”.
Gli occhi di Nino sono il ricordo più vivo che conservo di lui dal giorno in cui ebbi la fortuna di conoscerlo e frequentarlo, potendone apprezzare l’umanità, la profondità dei sentimenti e dei pensieri.
Nino maturò presto la scelta pacifista dell’obiezione di coscienza sostitutivo della leva prestando il proprio servizio operoso presso la Ca.S.A. di padre Pippo Insana a Barcellona Pozzo di Gotto a favore degli ammalati di mente dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario. Come ricorda padre Santino Colosi nella Nota introduttiva, fu questo un evento che determinò un salto di qualità nella vicenda umana e spirituale di Nino, che intraprese un lungo periodo formativo sulle tematiche specifiche della cultura della pace presso la Caritas diocesana di Messina.
Caro Nino, venticinque anni dopo, ti ritrovo sempre nella memoria, come tu ritrovasti la paletta che avevi perduto da bambino con la tua cara nonna, con la quale oggi riposi sulla collina di Pace.
Si offrono ai lettori alcuni degli scritti di Nino Caminiti raccolti nel volume “Parole di Pace” (Litografia Lombardo, Milazzo, 2002).
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Obiezione e Servizio
Un fatto di coscienza
“Il sottoscritto….chiede di svolgere il Servizio sostitutivo Civile, dichiarandosi Obiettore di Coscienza.
Le ragioni della mia richiesta sono dovute ad imprescindibili motivi di coscienza, quali:
il rifiuto all’uso personale delle armi, ma ancor di più al loro uso organizzato, istituzionalizzato, quale quello dell’esercito;
la mia concezione della vita, che si concretizza nel servizio all’uomo prima che alle istituzioni, nell’obiezione alla violenza in tutte le sue forme, nel rifiuto dei privilegi quali creatori di discriminazione e di violenza, nella presa di coscienza della realtà che quotidianamente viviamo, in uno stile di vita che possa divenire testimonianza cristiana“.
Così scrivevo due anni fa nella domanda al Ministero della Difesa per ottenere il riconoscimento alla mia Obiezione di Coscienza al servizio militare.
In quelle poche righe cercavo di riassumere le motivazioni che avevo maturato nel corso degli anni, e che mi avevano portato a questa scelta: optare per il Servizio Civile rifiutando quello militare; questo non per ragioni di comodo o per cercare soluzioni privilegiate, ma perché l’obbligo della leva armata, e cosa essa rappresenta, contrastava con la parte più intima della mia coscienza, che pone tra i valori fondamentali dell’esistenza la Sacralità dell’Uomo.
In questi due anni, durante il tirocinio prima, ma soprattutto durante il servizio, ho cercato di rendere il mio impegno il più possibile coerente alla mia scelta.
Ho potuto verificare come certe parole, Solidarietà, Rispetto, Condivisione, Nonviolenza, per essere pienamente vissute necessitano di maggiore Sacrificio, Umiltà e Rinuncia di quanto invece ne richieda il solo scriverle.
Ho potuto conoscere e confrontarmi con persone che dedicano in tutto o in parte la loro vita a determinate categorie di persone: spendendo del tempo con loro, condividendo ansie, speranze, sogni; curando la loro condizione fisica, preparando loro un pasto, pulendoli se necessario, intervenendo con prestazioni sanitarie; battendosi per i loro interessi e diritti, spesso rischiando di persona, ora contro l’indifferenza, ora contro le istituzioni, ora contro la delinquenza.
Uomini e donne, molti dei quali giovani, sacerdoti, religiosi, persone di fede e non, con differente dedizione e sacrificio, ma tutti impegnati in quegli strati della società che sfuggono al nostro consueto ed ordinario sguardo.
Ho assistito al dibattito sul nuovo ruolo del volontariato, da semplice assistenza al debole tentativo di mutamento sociale per i deboli e la società tutta.
Ho cercato di fare tesoro di tutte queste esperienze. Ho capito come tutti noi siamo chiamati a divenire protagonisti di questo cambiamento, a metterci all’ascolto dei bisogni, ad intervenire con decisione ed umiltà, a trovare il coraggio di andare controcorrente.
Ho incontrato molti giovani che come me avevano scelto l’Obiezione di Coscienza. Ci siamo confrontati, abbiamo lavorato insieme, sperimentando come sia difficile, anche per chi si professa nonviolento, andare d’accordo. Non tutti avevano maturato le stesse convinzioni. Molti erano giunti all’obiezione per motivi per lo più religiosi e/o di solidarietà, convinti di utilizzare al meglio l’anno comunque richiesto dallo Stato; altri per ragioni più propriamente antimilitariste e/o nonviolente; alcuni con l’idea di poter fare un servizio più comodo di quello militare.
Detto questo piace considerare come proprio tra questi ultimi giovani, quelli meno motivati all’inizio, vi sia stato chi con il proprio impegno e con un serio sforzo nel maturare certe tematiche, ha dato spunti e impulsi positivi a tutto il gruppo.
Attraverso incontri settimanali e corsi di formazione, abbiamo affrontato quelle tematiche proprie dell’Obiezione di Coscienza. Tra l’altro abbiamo analizzato i progressivi spostamenti dell’asse di controllo, non più EST/OVEST, ma NORD/SUD.
Confermando la certezza di come il potere militare è a difesa più del potere economico che di reali confini territoriali.
Abbiamo cercato quelle soluzioni alternative alla violenza e ai conflitti (intendendo per conflitto non solo l’ipotesi più ampia: la guerra, ma anche tutte quelle situazioni di scontro nella nostra società, che vedono coinvolti gruppi o persone singole), analizzandone le cause, proponendo ipotesi di soluzione, quali la poco conosciuta Difesa Popolare Nonviolenta o Civile. Abbiamo verificato i risultati ottenuti là dove questa esperienza è stata attuata (Cecoslovacchia, Filippine, Polonia).
Abbiamo sperimentato come sia possibile un suo impiego a tutti i livelli, contro tutte le violenze e ingiustizie, da quelle sindacali (per esempio) fino a confrontarsi con quelle mafiose.
Ci siamo impegnati a proporre una cultura di pace, non remissiva ma più determinante e decisiva se tenace, come alternativa a quella corrente, imposta, che privilegia scelte di violenza e di repressione. Ciò nel convincimento che per preparare la pace bisogna educare alla pace.
Per circa 36 ore alla settimana ho vissuto per 12 mesi alla Casa di Solidarietà ed Accoglienza per malati mentali a Barcellona. Tanti volti, tanti nomi, a volte troppi, per una realtà che è difficile accettare, ma che purtroppo esiste. La comunità pacese è stata più volte sensibilizzata su questotema, dalla presenza di Padre Insana, anima della Ca.S.A., che spesso ha visitato la nostra parrocchia; ma anche da una giornata di festa organizzata nel salone parrocchiale per i frequentatoriabituali della Ca.S.A., giornata che mi è stata ricordata con gioia nella speranza di riviverla.
Il mio servizio, nei momenti che lo hanno caratterizzato da quelli più umili (pulire i bagni o altri locali), a quelli più in vista (partecipazioni a convegni), dalla partita a carte con B. alle riunioni sulla nonviolenza, tutto questo non avrebbe avuto senso, se non avessi posto al centro del mio impegno l’Uomo.
(da “Il Nicodemo” n. 3, luglio 1992, p. 15).

Si è avverato un sogno, non è retorica
Nell’ultima settimana dello scorso aprile, in Sud Africa per milioni di persone si è avverato un sogno lungo tutta una vita.
Ma iniziamo abbozzando alcuni tratti di questo sogno o meglio delle sue origini.
Ricordando date, nomi, circostanze, contraddizioni.
Come la contraddizione di un paese del continente africano, il cosiddetto continente “nero”, governato da e solo da bianchi, in cui la maggioranza nera è relegata ai margini, nelle riserve o”homeland” come vengono chiamare.
Come la successiva contraddizione di un paese che si considera, ed è considerato, tra i più civili, pur calpestando i diritti umani, pur basandosi su leggi razziali: leggi sancite nel 1948 che vannocomunemente racchiuse nella parola “apartheid – separazione”, ma di fatto la discriminazione razziale in Sud Africa vi è sempre stata da quando nel 1652 arrivarono i primi colonizzatori, i Boeri.
Ricordando che il 21 marzo si celebra la giornata internazionale contro la discriminazione razziale, perché proprio in Sud Africa, il 21 marzo 1960, una manifestazione di un’organizzazioneantiapartheid fu repressa nel sangue dalla polizia sudafricana.
Ricordando Soweto-day (il giorno di Soweto) che nel 1976 segnò l’inizio degli scontri tra la polizia e migliaia di giovani studenti neri che protestavano contro l’obbligo, imposto dal governo, di studiare l’afrikaans, la lingua dei Boeri. Più di 800 ragazze e ragazzi furono uccisi.
Ricordando Biko, maggior esponente del Movimento della consapevolezza nera, che si ispirava all’insegnamento di Malcom X e del Black Power dei neri statunitensi: fu torturato e ucciso in prigione.
Ricordando l’impegno della Chiesa e del suo pastore Desmond Tutu, a cui fu assegnato il premio Nobel per la pace.
Ricordando l’African National Congress, il maggiore dei movimenti antiapartheid, fondato nel lontano 1912, d’ispirazione non violenta, rifacentesi proprio all’insegnamento di Gandhi che in Sudafrica visse a lungo. Ed i maggiori esponenti di questo movimento tra i quali spicca su tutti uno dei fautori di questo sogno: Nelson Mandela.
Ed oggi il sogno si è avverato. Milioni di persone, che prima ne erano escluse, hanno potuto esercitare uno dei più elementari diritti: quello del voto. Ma ancor di più, uno di loro, un nero, Nelson Mandela, uno che ha subito, con una carcerazione lunga quasi 28 anni, la repressione di questo Stato, ne è ora presidente, o meglio presidente del nuovo Stato che è oggi il Sud Africa, cosìcome nuova è la bandiera (c’è ancora l’arancio dei Boeri, l’azzurro degli anglofoni, ma anche l’oro, il verde ed il nero dell’African National Congress), come nuova sarà la Costituzione in cui verrannoabolite le oltre 1000 leggi razziali. Testimonierà uno dei 5000 osservatori che hanno garantito la “libertà di voto”: “Vedo gente che si mette a piangere, dopo aver votato. O muove i pugni in segno di vittoria. O scoppia in una grande risata. È un momento che abbiamo aspettato per tutta la vita”.
Certo, questo sogno, per realizzarsi ha avuto un lungo travaglio, e ancora lungo sarà il percorso, questa volta culturale, di integrazione tra bianchi e neri.
È vero anche che rimane un sogno il fatto che tutto ciò sia avvenuto per un effettivo riconoscimento dei diritti umani, per un reale disconoscimento della superiorità di una razza sull’altra. Molto probabilmente, se non vi fosse stato un intervento internazionale che avesse sancito sanzioni economiche contro il Sud Africa per la sua apartheid, isolandolo dal resto del mondo, provocando una profonda crisi economica, beh, probabilmente Nelson Mandela e i suoi compagni non sarebbero stati liberati, e questo sogno sarebbe rimasto tale, soffocato da quegli incubi che spesso sono stati drammatica realtà.
Vogliamo crederlo comunque: il sangue dei martiri in Sud Africa, ma anche nel resto del mondo,versato a duro prezzo per la sete di giustizia, già ora inaugura un mondo nuovo!
(da ‘Il Nicodemo” n. 25, giugno 1994, p. 5)
Alla nonna (1990)
Ti sei spenta
tra quelle lenzuola bianche, sudate del sudore delle tue ossa
tra l’afa e lo sventolio di ventagli di giornali
tra i nostri turni e quei camici bianchi assuefatti per difesa
ai rantoli delle corsie.
Ti sei spenta
lentamente, troppo lentamente,
come il lento gocciolare della soluzione inchiodata ai tuoi polsi
che alimentava la tua agonia
ed hai maledetto la resistenza di questo tuo corpo
alimentato senza il tuo volere,
che sempre e a tutto aveva,
obbediente a quel tuo forte volere,
come tuo unico suddito,
resistito.
Ti sei spenta
e sei stata rivestita dalle tue “cummari”
con le quali altre “cummari” avevi rivestito.
E poi
è toccato a me
portarti sulle spalle,
ed è stato quasi come se cu avessi voluto proprio
che fossi io,
tra i tuoi,
a portarti.
tu, che sempre ricordavi quel nostro ricordo,
fatto di sole e di frutta,
e del tuo portarmi nella “nostra” proprietà:
il tuo passo veloce, troppo veloce
per le mie piccole gambe,
ed il tuo prendermi in spalla,
assieme ai miei arnesi,
il secchiello e la paletta
che cade
ma me ne accorgo tardi
ed inizia allora il ritornello che tanto
ti piaceva ripetere nel ricordo: “Ho perduto la paletta, nonna.
Ho perduto la paletta”.
La ritrovammo la paletta perduta,
tornando indietro,
proprio lì dove tu mi prendesti
sulla tua magra e forte spalla.
Ti sei spenta
con me già impegnato a prendere sulle spalle
i pesi delle mie scelte
che tu non sapevi capire, ma che tanto mi lodavi.
Ed ora, sono io che ti prendo,
dal lato della testa,
sulla mia spalla, magra e forte,
come la tua.
Ed è come se tu avessi voluto proprio questo,
e mi avessi chiamato
con quel nome che mi faceva a te più caro,
con quel nome a cui tante volte avevi voluto
che ci accompagnassi,
e al quale ora ti ricongiungi,
pensiero questo che riusciva a confortare il tuo calvario.
E mentre ti poso
il mio viso si riflette su questo lucido legno
proprio in corrispondenza del tuo viso.
E mi sembra di vederti,
gli occhi chiusi,
le labbra scese,
e per un attimo penso alle tue
lacrime,
a quelle di cui sono stato testimone
e a quelle che neanche i cuoi occhi hanno visto,
trattenute,
tradite dalla nostra forza.
E ti saluto,
col mio sorriso,
e non c’è necessità di lacrime.
