Il bolognese Gaetano Arcangeli (19 aprile 1910 – 8 settembre 1970) ha pagato un prezzo troppo alto per essere rimasto tutta la vita lontano da ogni consorteria letteraria. Dopo l’esordiale raccolta «Dal vivere» (Testa, Bologna 1939), Arcangeli raggiunge la piena maturità nel dopoguerra con «Solo se ombra» (Guanda, Parma 1951; nuova edizione Mondadori, Milano 1954) e «L’Appennino» (Rebellato, Padova 1958; nuova edizione accresciuta, col titolo «L’Appennino e nuove poesie, Mondadori, Milano 1963). Questi, e i libri successivi di versi, sono riuniti in «Le poesie» (ivi, 1971).
Arcangeli, anche quando tenta una misura più distesa e narrativa, procede sempre come per frammenti, scavando nella memoria della propria famiglia, dell’infanzia difficile, poi della guerra coi suoi drammi e i suoi lutti, fedele al suo paesaggio romagnolo, dall’Appennino all’Adriatico, che tuttavia si rivela assai poco consolatorio, anzi più spesso misterioso e ostile. Di qui la natura mai nostalgica ma sempre inquieta della poesia di Arcangeli che negli ultimi anni acquista anche una vena più amara, nel difficile esercizio della satira, come nella «Canzonetta all’Italia» del 1969 (è chiaro il rimando ironico alla petrarchesca «Canzone all’Italia») da cui traggo i versi che qui oggi propongo.
