Stefano Docimo (20 aprile 1945 – 31 dicembre 2014) era un amico e come tale voglio ricordarlo nell’anniversario della nascita (oggi avrebbe compiuto 81 anni). Ci conoscemmo ai Magazzini Generali, in occasione dell’epocale rassegna di poesia da lui promossa e organizzata insieme a Franco Cavallo e Mario Lunetta. Poi, con tanti altri amici, ci siamo incontrati mille volte nella sua casa, sua e dell’inseparabile Ornella, di via dell’Assietta: serate memorabili, di divertimento e di serie discussioni politiche e letterarie. Stefano era un critico e teorico finissimo, oltre che poeta dotato di una lingua che – come ha scritto Mario Lunetta nella prefazione al suo primo libro di versi, «Ponti d’oro» (Il Ventaglio, 1985) – libera «da qualsiasi impaccio ideologico o da qualsiasi moralismo predeterminato» incorpora l’ideologia nel dettato. Concludeva Lunetta che «la forza di questo giovane e dotato autore consiste anche nella sua capacità di negarsi a ogni richiamo viscerale e intimistico, per rispondere alle più diffuse sollecitazioni della scrittura in versi della sua generazione con un passo consapevole, tutto impegnato nell’“oggettivazione” dell’esperienza, nell’ironizzazione anche aspra – in una chiave che non mi pare scorretto definire materialistica – di ogni divinizzazione delle mitologie del Soggetto».
I libri successivi (due titoli su tutti: «La città di Liebeshandel», Hetea, 1987: mista di versi e prosa; «Corpo del testo assente», Robin, 2014; ma non va taciuta la prova narrativa affidata a «Tratto di scena», Dismisuratesti, 1986) ne confermano la vocazione dissacratoria di ogni consueto linguaggio, tra sottili ironie e ferocie barocche, lucidità ragionante e caos organizzato di un pensiero che va sempre oltre.
Docimo, ha scritto Federico Liberi, «si distingue come un provocatore innovativo, in anticipo rispetto alla tradizionale dialettica e alla maschera ancora presente dell’io. Introduce deliberatamente il caos nell’ordine poetico, mescolando i discorsi che sembrano arrivare a una conclusione ma che riprendono slancio ad ogni strofa in un racconto senza fine, denso e innovativo come una stella collassata».
