Poesie per un anno – 428 – Giovanna Sicari

di Francesco Paolo Memmo

 

Non aveva ancora raggiunto i cinquant’anni di età Giovanna Sicari (15 aprile 1954 – 31 dicembre 2003) quando è venuta a mancare a causa di una grave malattia che l’ha colpita proprio nel pieno della sua operosità.
Da tempo esaurito il volume «Poesie 1984-2003», curato da Roberto Deidier per Empirìa nel 2006, la recentissima edizione di «Tutte le poesie» (Interno Poesia, 2026), a cura di Milo De Angelis e Sara Vergari, ripropone, con l’aggiunta di alcuni inediti, tutte le raccolte pubblicate in vita da Sicari: «Decisioni» (Quaderni di Barbablù n. 30, Siena 1986), «Ponte d’Ingresso» (Rossi & Spera, Roma 1988), «Sigillo» (Crocetti, Milano 1989), «Uno stadio del respiro» (Scheiwiller, Milano 1995), «Nudo e misero trionfi l’umano» (Empirìa, Roma 1998), «Roma della vigilia» (Il Labirinto, Roma 1999), «Epoca immobile» (Jaca Book, Milano 2004).
La lettura restituisce l’immagine di una poeta in cui, come ha scritto Luigi Fontanella, «impegno civile, capacità visionaria, ricerca di una “verità” assoluta si fondono in modo patente quanto irriducibile. Del resto, fra queste categorie non c’è mai stata una vera dicotomia. È certo, anzi, che in pochissimi poeti della modernità il nesso vita-poesia sia stato così stretto, così intrecciato, così immediato, così fatalmente necessario come in quello di Giovanna».
C’è da aggiungere che, con una voce che si è andata sempre più irrobustendo nel corso degli anni, tra momenti di abbandono alla visionarietà e altri di drammatica ricognizione del reale, alcuni elementi di quella poesia sono rimasti costanti: la memoria dell’infanzia, con la figura del padre; la città – Roma – attraversata da Monteverde alle sue periferie; l’attenzione per gli umili e gli esclusi: uno sguardo inquieto sul mondo.
Traggo la poesia che qui oggi propongo dall’ultima raccolta pubblicata in vita, con un titolo – «Epoca immobile» – «che richiama a una concezione del Tempo ben precisa, centrale in tutta l’Opera di Sicari. Questo tempo immobile dove solo la Morte può incidere è in realtà il motore di una ricerca a ritroso, nella memoria, nell’infanzia, in una dimensione a sua volta mitica. Ma questo affondo all’indietro altro non è che una spinta in avanti, come recita un verso potentissimo della raccolta: “Ci siamo rialzati, ed era infanzia”» (Sara Vergari).