Ancora vivo è il dolore per la scomparsa di Nanni Cagnone (10 aprile 1939 – 3 aprile 2026): mancavano pochi giorni al suo compleanno. Benché di una decina d’anni più anziano di me, cominciò a farsi conoscere negli stessi anni in cui io muovevo i primi passi sulla strada della poesia, imponendosi subito come uno dei più dotati talenti della sua generazione. Considero memorabile la raccolta che me lo fece conoscere («Andatura», Società di Poesia, 1979), ma nelle successive – l’elenco sarebbe troppo lungo, per cui mi limito a citare la riassuntiva «A ritroso. 2020-1975» (Nottetempo, 2020) – la sua meditazione poetica si è fatta ancor più intensa e profonda, in una lingua che ha sempre avuto come obbiettivo il raggiungimento dell’“essenziale” ma che, come ebbe a scrivere, “sta ancora cercando la sua povertà”.
Mi piace ricordare Cagnone anche riportando una bella e illuminante presentazione che egli fa di sé (nell’«Autodizionario degli scrittori italiani» curato per l’editore Leonardo, nel 1989, da Felice Piemontese), facendo finta che sia un altro a parlare di lui:
«La prima volta che incontrai Cagnone, durante un discutibile convegno di poeti, lo sentii parlare di sé come di “un ligure di ponente, di quelli che tramontano”. Rammento la perplessità dei miei compagni di banco. Quanto a me, non conoscevo il suo lavoro. Quando lo ebbi letto, mi dissi: che uomo imbarazzante! Era evidente che legava preoccupazioni ontologiche e passioni percettive in una scrittura astrattiva, così poco adulatoria, così indifferente ai gusti aromatici del tempo, da farmi arricciare subito il naso. Non solo non parafrasava la realtà, ma cercava un pensiero in poesia, invece di limitarsi a mettere in versi un pensiero precedente; come se non bastasse, confidava nell’opacità e invogliava un senso, non lo decideva. Non è un poeta conveniente, pensai; il pronostico non può essere che infausto. Ho saputo più tardi che questo Cagnone non è uno specialista in pubbliche relazioni; anzi, mi hanno confidato che – essendo spudoratamente esplicito e non avendo mai leccato il culo ad alcuno – deve essere considerato un outsider. Così, ho avuto una bella conferma del mio presagio».
Da «Le cose innegabili» (Avagliano, 2018) traggo la poesia che qui oggi propongo (la raccolta era già uscita nel 2010 in un’edizione d’arte, bilingue e fuori commercio, con traduzione dei testi in inglese da parte di Paul Vangelisti). «Le cose innegabili»: quelle, cioè, fondamentali, imprescindibili. Che sono, alla fine, le più semplici, se sappiamo cogliervi il senso più vero.
