Un mese fa è morta Curzia Ferrari (27 maggio 1929 – 8 marzo 2026), studiosa e traduttrice di scrittori russi (Esenin, Anna Achmatova, Puškin tra gli altri), collaboratrice di riviste e quotidiani importanti (“L’Osservatore politico-letterario”, “La Fiera Letteraria”, “Avanti!”, l’“Indipendente”, “Il Giornale”), critica d’arte. narratrice (da segnalare «A fuochi spenti nel buio», una sorta di autobiografia uscita da Aragno nel 2004, e « Dio del silenzio, apri la solitudine»» [Àncora, 2008], in cui racconta la sua relazione con Salvatore Quasimodo), e infine poeta con all’attivo una copiosa produzione articolata in titoli come «La giornata provvisoria» (Cappelli, 1964), «Il tallone d’Achille» (L’Airone, 1984), «Alberi» (Maestri, 1989), «Fondotinta» (Aragno, 2007), «Lucertola» (ivi, 2010), «Pietra» (ivi, 2013) e «Semaforo rosso» (ivi, 2016), tutti ora antologizzati, con l’aggiunta di un’ultima, inedita raccolta («L’autunno della metratura», 2020) nel volume «Le stagioni della lucertola. Selezione dell’opera poetica 1965-2021» (Aragno, 2022).
In apertura si legge un testo critico di Vincenzo Guarracino che individua immediatamente i nodi essenziali da cui partire per parlare di Curzia Ferrari: «Gusto dell’eleganza che è gusto e misura della vita, fede nella scrittura come alveo di intime necessità, come canale di domande, convergenti in un instancabile e inesausto scri/vi/vere in punti focali di una ricerca di senso, quale è quella che si ritrova nell’intero itinerario della sua ricerca creativa, non soltanto poetica, quello che à rebours viene ormai fissato in un verso come “il fiume della vita ormai prosciugato” tra parole (anche, “non-detto”) e fatti (anche soprattutto, montalianamente, “non-fatti”)».
