Elpidio Jenco (9 febbraio 1892 – 30 marzo 1959), casertano trapiantato nel 1918 a Viareggio (fu tra i fondatori dell’omonimo premio), amico di Ungaretti e Pea, studioso e traduttore delle forme più tipiche della poesia giapponese (gli haiku, i tanka), fece parte del gruppo del cosiddetto “realismo lirico”, guidato da Aldo Capasso, che si proponeva come via alternativa all’ermetismo. Tutte queste esperienze portarono Jenco ad allontanarsi radicalmente da ogni suggestione dannunziana nel perseguimento di una poesia scabra e chiara nella sua assoluta essenzialità.
Tra le sue raccolte segnalo: «Poemi della primalba» (Libreria della Diana, Napoli 1919), «Acquemarine» (ivi, 1929), «Cenere azzurra» (Augustea, Urbino 1932), «Essenze» (Emiliano degli Orfini, Genova 1933), «La vigna rossa» (Casa Editrice Liguria, Genova 1955), fino alla postuma «Marsilvana» (Maia, Siena 1960).
Un quadro complessivo è offerto dalla più recente «Betelgeuse. Antologia poetica» (Pezzini, Viareggio, 2009), a cura di Fabio Flego, con uno scritto raro di Ettore Serra e un ricordo di Giovanni Pieraccini.
A proposto della poesia che qui propongo (con quel rivelatore “grumo di pena”), valgano queste parole di Giuseppe Panella: «Sembrerebbe un verso di Ungaretti (e somiglianze con “Il porto sepolto” del 1916 e “Allegria di naufragi” del 1919 sono certamente indubitabili) così come il legame che entrambi ebbero con Ettore Serra starebbe a confermare. Ma in Jenco la lirica immediata e illuminante di Ungaretti si stempera nell’accordo e nel tintinnio della parola che è valore aggiunto al dato pregnante dell’immagine e non viceversa (come accade nel poeta dei calligrammi di ascendenza apollinairiana e della frase singola che si esaurisce in se stessa). Per Jenco, infatti, la poesia è un continuum che si prolunga nel corso della frase e si sviluppa, riarticolandosi, all’interno del componimento quale frutto di una scelta ascetica di riduzione al minimo del “grumo materiale” della scrittura».
