Michele Sovente (28 marzo 1948 – 25 marzo 2011), nato a Monte di Procida, ha insegnato Antropologia Culturale presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli e ha collaborato col quotidiano «Il Mattino». Ha scritto in tre lingue diverse: il latino, l’italiano, il napoletano. Queste le sue raccolte: «L’uomo al naturale» (Vallecchi, 1978), «Contropar(ab)ola» (ivi, 1981), «Per specula aenigmatis» (Garzanti, 1990), «Cumae» (Marsilio, 1998), «Carbones» (Garzanti, 2002), «Zolfo» (Dante&Descartes, 2004), «Carta e formiche» (Centro di Cultura Contemporanea Napoli c’è, 2005), «Bradisismo» (Garzanti, 2008), «Superstiti» (San Marco dei Giustiniani, 2010).
Sul testo che qui propongo, ha scritto cose interessanti Francesco Filia: «La rivelazione che in questa poesia si manifesta, che sintetizza gran parte dell’immaginario e della poetica di Sovente, è un naturalistico e misterioso collegarsi dell’infinitesimale microcosmo con l’immensità senza tempo del macrocosmo, che sembrano convergere, in questi versi, in un punto e in un luogo imprecisati, in cui l’alto e il basso, l’immensamente grande e l’infinitamente piccolo diventano tutt’uno in “botole d’azzurro”, in una fugacità che si rovescia nel suo opposto, in attimo senza fine. I Campi Flegrei sono il luogo reale e mitico di questo incontro, di questo tenersi unito degli opposti, dell’incontrarsi e dialogare di lingue […] lontane nel tempo e nello spazio. Essi restano nei testi di Sovente identici a loro stessi, nonostante la devastazione contemporanea che l’occhio del poeta sembra non voler vedere se non come epifenomeno. È in questa persistente e voluta astoricità, in questa verticalità del vedere che sta la differenza, ad esempio, con un’esperienza poetica come quella di Zanzotto, altro poeta posseduto dal demone del genius loci, in cui, invece, il luogo d’origine viene avvertito, oltre che nella sua dimensione originaria, anche e soprattutto nella sua deiezione e decadenza storica, in cui anche le forme classiche sono chiamate a dire la condizione frantumata dell’oggi. Nei versi di Sovente, al contrario, il luogo natale e d’elezione è avvolto in una luce di sacralità atemporale».
