Federigo Tozzi (1º gennaio 1883 – 21 marzo 1920) è stato, nel primo quarto del secolo scorso, uno dei più straordinari narratori della nostra letteratura con tre romanzi, usciti in rapida successione, che ne decretarono il grande successo critico: « Con gli occhi chiusi» (1919), «Tre croci» (1920) e «Il podere» (1921). Aveva tuttavia esordito come poeta: i suoi primi due titoli sono «La zampogna verde» (Puccini e figli, Ancona 1911) e «La città della Vergine. Poema» (Formiggini, Genova 1913). I versi di «Specchi d’acqua», scritti fra il 1909 e il 1911, si leggono nel volume complessivo de «Le poesie», uscito nel 1981 da Vallecchi per le cure di Glauco Tozzi, e oggi, autonomamente, in «Specchi d’acqua», a cura di Gianfranco Lauretano (Raffaelli, Rimini 2020).
Sono testi che nascono da un’inquietudine tutta novecentesca, con una visione cupa della vita e del mondo entro il quale l’uomo è condannato alla sofferenza. In questo senso, una poesia come quella che qui propongo appare davvero emblematica: «Tutto è rimasto intriso di tenebre: cupo, caliginoso, algido, oltretombale e sinistro come il gracchiare che a tratti interrompe il silenzio. Dominano immagini dell’abnormità e della malattia, della corruzione, della pesantezza e del buio: un universo oscuro in cui anche le più tipiche creature celesti come la luna e gli uccelli (Leopardi!) si sottraggono alla leggerezza e al tradizionale decorativismo lirico loro appannaggio, facendosi portavoce di una disfunzione che è di tutto l’esistente e svelando l’altra faccia della medaglia, il loro “crudo vero” sostanziale» (Marco Marchi).
