Pietro Mastri (24 aprle 1868 – 20 febbraio 1932), fiorentino, esercitò per tutta la vita l’avvocatura. La sua attività di poeta si svolse in due fasi, cronologicamente separate: nella prima, la più interessante, fra il 1892 e il 1907, si nota un più evidente influsso pascoliano, per temi e linguaggio; da Pascoli, che fu suo padrino di cresima, derivò una certa turbata sensibilità, lo stupore di fronte alle cose del mondo e agli eventi dell’esistenza, la fedeltà agli affetti e ai ricordi domestici. Le raccolte di questo periodo sono: «Frammenti poetici» (Bocca, Roma-Firenze-Torino 1892), «L’arcobaleno» (Zanichelli, Bologna 1900), «Lo specchio e la falce» (Treves, Milano 1907).
Dopo un’interruzione durata tredici anni, l’esercizio della poesia riprese con raccolte in cui si fa più dolente la visione della vita, confortata da una ritrovata fede religiosa. Appartengono a questa seconda fase: «La meridiana» (Taddei, Ferrara 1920), «La fronda oscillante» (Bemporad, Firenze 1923), «La via delle stelle» (Alpes, Milano 1927), «Ultimi canti» (Treves-Treccani-Tumminelli, Milano-Roma 1933).
Glauco Viazzi, nella sua fondamentale antologia «Dal simbolismo al déco» (Einaudi, 1981), colloca Mastri nella categoria degli “Elegiaci e intimisti”: «Il sistema di funzioni segniche che compone il codice del simbolismo elegiaco-intimista si presenta ormai interamente formato in Pietro Mastri, il quale ne usa per la trasmissione ossessiva e chiusa di una sola ed unica informazione, quella della caduta, del disfacimento, dell’abbandono, psichismi proiettati su un numero selezionato, ristretto, esclusivo ormai, di lessemi e formazioni sintagmatiche».
