Vito Moretti (16 giugno 1949 – 9 febbraio 2019), originario di San Vito Chietino, ha vissuto a Chieti ed è stato docente universitario. Come critico letterario si è occupato soprattutto di verismo e decadentismo, e in modo particolare di Gabriele D’Annunzio.
Ha pubblicato numerosi volumi di narrativa e raccolte di versi, in dialetto abruzzese-frentano e in lingua. Mi limito a segnalare alcune di queste ultime, senza alcuna pretesa di completezza: «Temporalità e altre congetture» (Cappelli, 1988), «Le prerogative anteriori» (Campanotto, 1992), «Da parola a parola» (Laterza, 1994), «Una terra e l’altra. Ristampe e inediti. 1968-1979», a cura di Massimo Pamio (Tracce, 1995), «Di ogni cosa detta» (ivi, 2007), «L’altrove dei sensi» (Carabba, 2007), «Con le mani di ieri» (ivi, 2009), «Dal portico dell’angelo» (Tracce, 2014) e, tutte edite dalla teatina Tabula Fati, «Principia» ( 2015), «Le cose» (ivi, 2017); «Per altro prodigio» (postuma, 2021).
Molto stimato come poeta dialettale, Moretti ha lasciato opere di sicuro valore anche in lingua. In particolare «Le cose», la raccolta da cui traggo la poesia che oggi propongo, appare dominata da una compatta ispirazione intorno al tema delle cose che, accompagnandoci nella vita e invecchiando insieme a noi, raccontano, ciascuna e tutte insieme, la nostra storia: «Mi piace la casa / con il profumo del vino bollito / e delle arance e dove le cose / invecchiano insieme al cappotto, / alle passeggiate corte / prima di notte e alla tortura / degli occhi sulle polaroid / messe di taglio nel vetro / dello stipo, tra i santini / e le cose da ricordare».
