l’acceddu di tutti li biddizzi… riturnau vecchiu cu l’ali rutti
(l’uccello di tutte le bellezze… è ritornato vecchio con le ali spezzate)
Nella collana “I Palmini” di Ila di Palma – Mazzoni editore (Palermo) è uscita nel 2011 la plaquette ’insicutivu di Salvatore Di Marco. In tutto 10 poesie, stampate dall’Editore come regalo per l’ottantesimo compleanno dell’Autore. Le liriche sono tradotte a fronte con particolare cura e i due codici– lingua e dialetto – non sono l’una subordinata all’altro.
Emerge con particolare evidenza che la condizione dell’uomo è quella di un camminanti stancu in cerca di ’na paci antica (viandante stanco… in cerca di una pace antica), colto da sgomento quando nell’ultimo tratto della vita la strada si fici assa’ cchiù curta / e cchiù strittu lu so’ pinninu (si sia fatta molto più corta / e più stretto il suo pendio). Non sarà il conforto dei ricordi a placare il tormento e il cammino si farà più amaro pensando anche alle jurnati smarruti / campati tant’anni (…) cu li mascari nna li facci (giornate smarrite / vissute per tanti anni (…) con le maschere sui volti); solo una dimensione immaginifica può consentire fughe o mirabili sogni, come recita la lirica Cànciu a cappricciu (Cambio a capriccio).
La dimensione esistenziale cui allude Di Marco trova un’efficace rappresentazione nella metafora dell’Àrbulu persu, che, ormai privo delle estati e delle primavere, né campa né mori (né vive né muore), in lotta con la memoria cui volano intorno minacciosi acceddi rapini di muntagna (uccelli rapaci di montagna) mentre l’acceddu di tutti li biddizzi… riturnau vecchiu cu l’ali rutti (l’uccello di tutte le bellezze… è ritornato vecchio con le ali spezzate).
Di Marco nella premessa avverte il lettore che i suoi versi sono “aspri e amari, acerbi e talvolta d’impervio dettato” e “velati di sofferte memorie”, come quelle d’amore che nell’erta ripida dell’ultimo tratto del viaggio, quando per ogni uomo è la solitudine a dominare, sembrano sfuggire o impallidire.
In ‘insicutivu c’è la volontà di raccontare l’impotenza dell’uomo di fronte alla forza immane della natura anche attraverso un contatto ‘fisico’ con la natura stessa (Cu tia passu la manu / supra stu munnu d’erba lucenti: Con te passo la mano / su questo mondo d’erbe lucenti), capace di auscultarne la grandezza che, se posta a confronto con la voce umana – la poesia – stordisce per la sua potenza. È nenti ’sta jurnata chi s’astuta (è nulla questo giorno che si spegne), è un niente una vita che giunge al termine rispetto alle forze che fremono nel cosmo, al currivu ’nfruscu di li celi (rabbia fosca dei cieli).
Salvatore Di Marco, indefesso propugnatore della cultura siciliana, ha sempre sentito “il fascino del dialetto (…) carico di suoni inediti e di significati nuovi” e, sulla scia della poesia del Novecento, lo usa in una lingua poetica ricca di simboli e di efficaci metafore tra cui ci piace ricordare l’acceddu granni / di lu ventu (l’uccello grande / del vento), la pampina di li penzera / [che] ancora dormi a la rama de di l’arba (la foglia dei pensieri / (che) ancora dorme sul ramo dell’alba).
Salvatore Di Marco, ’nsicutivu, ila palma – Mazzone editori, Palermo 2011.
Ombretta Ciurnelli