Poesie per un anno 312 – Mario Tobino

di Francesco Paolo Memmo

 

Di Mario Tobino (16 gennaio 1910 – 11 dicembre 1991) si ricordano, ovviamente, i romanzi: soprattutto «Le libere donne di Magliano» (1953), sulla sua esperienza di psichiatra, ma anche il precedente «Il deserto della Libia» (1951), con il racconto delle vicende che lo videro coinvolto, durante il secondo conflitto mondiale, sul fronte libico, e il successivo «Il clandestino» (1962), sugli anni della lotta partigiana. Degli altri titoli, segnalo solo «Per le antiche scale» (1972) in cui torna il tema del primo romanzo attraverso una serie di racconti che hanno per protagonista uno psichiatra alle prese con i suoi pazienti e i suoi collaboratori in un manicomio nei pressi di Lucca.

Parallelamente alla sua attività di narratore, Tobino ha praticato l’esercizio della poesia, raccogliendo i suoi versi prima in «L’asso di picche» (Vallecchi, Firenze 1955) e poi in «L’asso di picche. Con il seguito di Veleno e amore secondo» (Mondadori, Milano 1974) che compendia l’intera sua produzione poetica dal 1930 al 1973.

Congeniale a Tobino poeta è la scrittura epigrammatica: rapida, secca, tagliente, incline a un moderato lirismo quando più entra in ballo l’autobiografia nelle sue varie fasi: la giovinezza, la guerra (la poesia che qui propongo è tratta dalla sezione “Libia 1940-’43” di «L’asso di picche»), la Resistenza, le speranze, le illusioni, le delusioni di una vita pienamente vissuta.