E mo ca tenaria da nzerà la ócca / me ss’arizza na óce ca me ngenne / comme stregnesse ju pétto na manaccia / pjìna ’e ógna ’e tera nera nera / e n’addore de furnu e de pagnotte… (da “Lùccica”, vv. 1-5). «La voce del fiume, sempre presente e sopita, si è all’improvviso risvegliata fragorosa», scrive Maria Lanciotti nella Nota dell’Autrice al suo Giracéo, Roma, Cofine, 2013, libro con cui ella offre al pubblico le sue prime poesie in dialetto sublacense, le quali, scaturite dapprima come un fiume in piena, per l’appunto, destatosi in occasione della I edizione del premio “Vincenzo Scarpellino” (2011), hanno poi trovato una più pacata ed essenziale misura, dopo lungo e paziente labor limae e appassionato recupero del suo idioma.
Come l’Aniene, metafora della vita stessa, sgorga e scorre immediata e schietta la vena vernacolare della Lanciotti, che non è nata né vissuta a Subiaco, ma che si dichiara subbjacciana nel profondo, perché da bambina nel paese dei nonni ha trascorso tante estati e qui è tornata sempre, almeno una volta l’anno, di persona e con la memoria.
Con la memoria, sì, perché il dialetto stesso è un luogo in cui soffermarsi e ricordare, una finestra, immensa, che ti inghiotte e ti ricrea, una porta rimasta accostata dall’ultima vendemmia (cfr. “Lùccica”, p. 8, e “L’urdima viligna”, p. 14). T’arecurdi o no? Ha ritrovato nu saccuccìgliu ’e óssi / e nu pugnittu ’e ranu / drento a lla mastra / attèra a lla candina. / Ha statu comme / nu tiru ’e fiógna / ca t’accóglie agliu petto / e t’aremmischia lo sancue (un sacchetto di ossi / e una manciata di grano / dentro alla madia / giù in cantina. / È stato come / un tiro di fionda / che ti colpisce al petto / e ti rimescola il sangue. Da “Simi aretroàti”, vv. 2-9).
Riaffiorano volti, luoghi (pròne ’e fiume ‘rive di fiume’, Vallepietra, Madonna della Pace, Marano, la Faggeta, i Canali, il Colle, l’Arco, la Valle, il Campo, la cantina, la pergoletta, ecc.), piante e fiori (cicoria e ramolacce, ortica, malvone, raniturco ‘granturco’, grano, olive, girasoi ‘girasoli’, uva rosciola, melograni, mimose, gelsomini, glicini, roselline, fiuri da sucà ‘fiori da succhiare’, germogli, foglie secche, ecc.), animali (merli, lucciole, farfalle, cicale, tafani, asini), cibi, giochi (ju sardareglio ‘il saltarello’, gli cuattro cantu ‘i quattro cantoni’, ecc.) e fatiche, gioie e dolori…
Fatiche e dolori: Chella viòzza érta / comm’era lonca resalénno / sicchi ’e fatica, / abbruciati da lle stoppie / le ràccia rotte / pe llo suricchjà. / […] e ’gni spica ’e ranu / era n’avemmaria / ’e nu rosariu / ca no scortèa mmai (Quella salita / com’era lunga risalendo / asciutti di fatica, / arsi dalle stoppie, / le braccia rotte / dal tanto falciare. / […] e ogni spiga di grano / era un’avemaria / di un rosario / che non finiva mai. Da “Cecalicciu”, vv. 1-6 e 12-15).
Il vecchio scaccia i ricordi come un assillo: scappènno da gli mùzzichi / ’egli ricordi / comme da nu tanu / ’nfirucitu (fuggendo dai morsi / dei ricordi / come da un tafano / inferocito. Da “Recordi”, vv. 10-13).
Ma i fatti restano dentro la memoria: Ji fatti restéenu trénto / a lla momoria / e sse passéenu a gli ari / pe durà (I fatti restavano / nella memoria / e si passavano agli altri / per durare. Da “E lle parole?”, vv. 1-4).
Solo quando viene meno il tramite della parola, la tradizione, allora le riflessioni, i ricordi, gli interrogativi vanno al macero, comme gli panni vécchji / pe svotà ju visavì (come i vestiti vecchi / per liberare l’armadio. Ibid., vv. 12-13).
La vita è un grande visavì, che si riempie e a mano a mano si svuota: come fiocchetti di neve scesi a terra, veniamo al mondo, mméso alle spine e a gli sassi (in mezzo ai rovi e ai sassi. Da “Fjucchitti ’e néie”, v. 6), e giù, senza voltarci, correre, correre e cantare, e piangere, e poi lasciarci andare e rassegnarci a ésse fiume, e ì a sboccà a gliu mare (ad essere fiume, e a sfociare in mare. Da “Me tocca a ì”, v. 37): l’ultima dimora è un létto friscu dóppo / na jornata arabbiata ’e metitura (letto fresco dopo / una giornata rovente di mietitura. Da “Tt’arecurdi o no?”, vv. 3-4).
Ma la vita è un ricamo refinitu / e sempe ancora / d’areccommenzà (rifinito / e sempre ancora / da ricominciare. Da “Nu recamu ’e vita”, vv. 6-8): S’ha da reccommenzà / chella fatica / ca se scórte / scórte puru la vita (Si deve ricominciare / quella fatica / che se finisce / muore anche la vita. Da “Simi aretroàti”, vv. 10-13).
Doppo ’gni guera / vè la recostruzzione (Dopo ogni guerra / segue la ricostruzione. Da “Recostruzzione”, vv. 1-2). E malgrado ci si siano asciugate le ossa comme fascitti ’e léna / ca se sfra-gna / accare se cci suffi (come fascetti di legna / che si frantuma / solo se ci soffi. Da “Revoluzzione”, vv. 2-4) e anche se j’occhi s’hau ngricciati / comme ddu ìe / remase nfaccia a ssole (gli occhi si sono aggrinziti / come due olive / rimaste al sole. Ibid., vv. 9-11), tuttavia in un punto rebbólle na revoluzzione / ca te fa nova ssa vita (ribolle una rivoluzione / che ti rinnova la vita. Ibid., vv. 14-15).
Sarda fossi / tira sassi / suca mele / stocca l’óssa / spacca léna / allugna l’ógna… (da “Giracéo”, vv. 1-6): è un carosello la vita, un capogiro… Nu capitucciu / resce da na macèra / e s’anturcina / a nu zippu / p’arizzasse. / Ce lla faciaraglio o no? / pare ca ìce, / e s’arremmerza / comme a piglià fiatu / pe po’ recommenzà / a rappiriccàrese (Un germoglio / spunta da un muricciolo / e s’attorciglia / a uno sterpo / per sollevarsi. / Ce la farò o no? / pare che dica, / e si ripiega / come a prendere fiato / per poi ricominciare / ad arrampicarsi. Da “Ce lla faciaraglio o no?”).
La vita è come una foglia secca che si posa, ma il poeta, che per fortuna ci vede poco, la scambia per una farfalla e soffia sulle sue ali per farla ripartire (cfr. “Na frónna secca”, p. 28).
La leggerezza di una farfalla è la poesia: sta fantasia / ’e sardà fóssi / e tirà bricci / mméso a ll’accua chiara (questa voglia / di saltare fossi / e tirare sassi / in mezzo all’acqua chiara. Da “Ji reazzi ’egli’Arcu”, vv. 8-11), e addóre / de primavièra (e sentore / di primavera. Da “Mimosa”, vv. 7-8).
E noi che non abbiamo avuto paura di venire al mondo e che simo iti riènno / ncontro a lla fa-tica ’e llo campà (siamo andati ridendo / incontro alla fatica del vivere. Da “Fjucchitti ’e néie”, vv. 9-10), jamo ballènno / nzunu agli cillitti (andiamo ballando / insieme agli uccellini. Ibid., vv. 16-17).
Ma è solo l’amore che rende queste fatiche e questi dolori leggeri e inoffensivi, lo stesso amore col quale la sventurata protagonista della poesia “Ninnaò” stringe e culla tra le braccia una misera bambola di pezza, o l’amore che l’Autrice nutre per il suo Aniene, metafora – ripeto – della sua vita stessa, del prorompere della sua vena poetica in dialetto, lo stesso amore con cui le roselline, il gelsomino e il glicine della pergoletta le parlano il linguaggio del cuore (cfr. “La pergoletta”, p. 20, e “Parole ’e còre”, p. 32), l’amore che fa dimenticare a Fragolina ogni sofferenza (cfr. “Frauletta”, p. 30), l’amore che fa attendere insieme ad ogni “dolce” della vita (cfr. “Nzunu”, p. 26).
Ma l’amore si esprime anche nella indignatio contro la guerra: ’n ci pruìte ppiù (non ci prova-te più. Da “J’addore ’e guera”, v. 8), E che dià!, ce ónno / solo le bomme / pe remette mani / a ssu mecéglio? (E che diamine!, ci vogliono / le bombe / per rimettere mano / a questo disastro?. Da “Recostruzzione”, vv. 12-15), con quella determinazione di cui le donne sono per loro stessa natura capacissime.
Dal punto di vista più strettamente metrico-stilistico, queste poesie rivelano una sicura padronanza del verso, dove l’endecasillabo e le sue sottomisure (quinario e settenario), spezzati, mascherati e prosciugati, si annidano a sostegno dell’intera compagine testuale. Frequente l’uso di similitudini e di più rare ma efficaci metafore.
Claudio Porena
23/4/2013