Marco Pola, un poeta da riscoprire

di Rosangela Zoppi

 

Che il dialetto stia diventando sempre più lingua della poesia e che la poesia in dialetto sia sempre meno chant à côté di quella in lingua è una verità inoppugnabile. Del resto si sta poco ad accertarsene. Basta recarsi ad uno degli incontri che periodicamente vengono organizzati in molte città e cittadine italiane, e a cui partecipano i più importanti poeti dialettali di ogni regione, per capire che anche quello che fino a poco tempo fa era considerato ostacolo insormontabile, e cioè la fruibilità del testo da parte di un pubblico non dialettofono, è ormai del tutto superato, soprattutto grazie alla traduzione integrale che accompagna sempre la lettura dei testi.

Un discorso su Marco Pola (Roncegno in Valsugana 1906 – Trento 1991), che sarebbe già auspicabile se la situazione per la poesia in dialetto non fosse così favorevole, ci sembra tanto più opportuno e giusto oggi. Desideriamo in proposito ricordare che a Marco Pola è stata intitolata la scuola media di Roncegno e che, in occasione del centenario della nascita del poeta, a Trento e a Roncegno sono state organizzate diverse manifestazioni, tra cui un Seminario di studi sulla sua opera, un incontro presso la Biblioteca Comunale di Trento, che conserva tutto il patrimonio bibliografico di e su Marco Pola. È stato inoltre presentato, nel Castello del Buonconsiglio di Trento il volume Marco Pola – opera poetica, pubblicato da La Finestra Editrice, opera che raccoglie tutti i suoi scritti poetici in ordine cronologico, corredati da apparato critico e bibliografia.
L’opera di Pola in dialetto trentino (pur conoscendo bene il dialetto valsuganotto, il poeta si espresse quasi sempre nella più cólta e municipale lingua di Trento) andrebbe, a nostro avviso, rianalizzata in quanto ascrivibile alla neodialettalità. Se è vero infatti che la sua è una scrittura dal tono demotico, se nelle sue prime prove dialettali, quelle risalenti agli anni 1963-65, quelle di Somenze mate, de Le fize del sofà o di Àneghe tàneghe, egli fa ricorso all’uso di filastrocche, di cantilene, di massime gnomiche ed è ancora dentro la tradizione popolare, è altrettanto vero che i contenuti delle sue poesie superano la contrada raggiungendo da subito un carattere universalistico, sebbene la genesi sia tutta in quell’hortus conclusus che è il mondo provinciale trentino.
Pola è neodialettale per il suo intimismo, la sua introspezione, il suo inventare rapporti tra le parole (l’interiorizzazione della sintassi di cui parla Pasolini nella lettera all’amico Luigi Ciceri del 1953), per la forma e la forza espressiva raggiunte nel suo lungo e prolifico cammino poetico. E ci conferma in questa nostra convinzione il felice incontro, sfociato nella pubblicazione dei due volumetti Maria Lumeta e altri pecadi (1965) e Ogni volta che rido, ogni volta che pianzo (1966), con Mario dell’Arco. Diamo importanza a questo incontro perché siamo convinti che in molti altri casi il poeta romano, dopo la collaborazione con Pasolini all’Antologia dialettale del Novecento (Guanda, 1952), abbia avuto un’influenza determinante su poeti dialettali di vaglia, come Albino Pierro, Mauro Marè, Walter Galli, Vito Elio Petrucci, per citarne soltanto alcuni.
In occasione del “Convegno intorno all’opera di Marco Pola”, tenutosi a Trento nel 1993, Vanni Scheiwiller, ripercorrendo la propria carriera di editore dalla forte spinta verso la poesia dialettale, ebbe a dire che nel novero dei grandi poeti da lui considerati non poteva assolutamente mancare “il poeta di Trento”, il solo “gran signore e impeccabile amico” dell’area trentina, del quale ricordava di aver pubblicato, dal 1975 al 1991, sei libri (in lingua e dialetto), tutti di piccolo formato (Montale li definiva “libri-farfalla”) e che, nel caso di Veronica dei paesi, fu così piccolo da stare in una mano: un “taschinabile”.
Il Pola dialettale, con i vari registri (malinconico, giocoso, amoroso, esistenziale), è quello del quale intendiamo qui occuparci, ma non dobbiamo tuttavia dimenticare che egli esordì come poeta in lingua e che il Pola in lingua è un poeta che ha una sua ben precisa fisionomia. È un poeta che, dopo una prima stagione all’insegna del realismo (Il gallo sul campanile, 1936, e Poesie, 1938), si accosta al simbolismo, sfiora il surrealismo e l’ermetismo ungarettiano (Quando l’angelo vuole, 1956, Il porto lucente, 1959), mantenendo però sempre una sua originalità di stile e di pensiero e raggiungendo il momento più alto della sua maturità con Autunno e maschere (1989), opera in cui unica via di salvezza dall’angoscia del silenzio è la luce, la primitiva purezza, e con Il sonno delle lucertole (1991), opera incentrata sul ricordo, sull’enigma della morte, sulla precarietà umana, sul ruolo salvifico della poesia, unico mezzo capace, secondo Pola, di accendere una scintilla di eternità in un mondo immerso nel buio.
Anche se i temi di fondo in lingua e in dialetto restano gli stessi – l’umana pietas, l’accorata solidarietà, il senso della finitudine, una certa amara dolcezza (ci si perdoni l’ossimoro) – in quanto appartenenti all’uomo Pola, nel dialetto, strumento utilizzato a partire dal 1963, si avverte un’apertura tutta nuova, una vitalità prorompente, una spontaneità ora gioiosa, ora commossa, ora ironica: “Cossa èl la vita? ‘N camp che se soména. / Cossa èl la mort? La stéora del sagrà. / E i omeni l’è anei de ’na cadena / che un ala volta i se destàca e i va”
(Àneghe tàneghe).
È probabilmente questa nuova schiettezza, questo improvviso bisogno di libertà che induce Pola ad adottare, nella scrittura in dialetto, il nom de plume di Toni Rondola: Toni come ipocoristico di Antonio e simbolo quindi di cordialità, di intimità, di genuinità; Rondola, cioè rondine, uccello simbolo di volo libero, di fantasia.
Giovanni Titta Rosa, in una nota di presentazione dell’opera di Marco Pola su un numero della rivista L’Osservatore politico-letterario del 1966, asserisce che quando la lingua è ridotta a “poltiglia verbale”, allora la poesia dialettale – pur non intendendo assolutamente svolgere una funzione vicaria, desideriamo aggiungere – può ben farsi avanti e reclamare i suoi diritti.
Non ci soffermiamo sul perché della scelta dialettale di Pola, ché a tale riguardo sono state formulate le più varie ipotesi: ricerca di un linguaggio per meglio esprimere il suo bisogno di innocenza; curiosità di utilizzare il dialetto come forma nuova di espressione seguendo l’esempio di quei poeti che dagli anni Sessanta stavano operando in tale senso; esigenza di purificazione, o, più semplicemente, atto di amore per la propria terra e la propria gente (agli abitanti di Roncegno è dedicata la raccolta Le finestre del tempo, 1984). Quale che sia la motivazione della scelta, il Pola dialettale ci convince subito, poiché ci offre un’interpretazione della Natura tutta sua, tutta nuova rispetto alla poesia popolare cui eravano avvezzi: “… Lassè che ‘l piova! L’acqua che ciapèn / l’èi de la val dei Mòcheni e la gà / en bon odor de pégore e de fén, / de zìgole e de lardo fumegà. / Còssa volé de pù da ‘n temporal?, Le fize del sofà).
Quella di Pola non sarà comunque una scelta per sempre. A inizio anni Settanta, dopo diverse prove in dialetto e soprattutto dopo la pubblicazione dell’antologia L’Urogallo altrove, che riunisce testi in lingua e in dialetto, egli alternerà le due voci fino al 1991, anno della morte (Davanti a mi, 1972; ‘Na strada per encontrarse, 1974; Cento poesie scelte: 1936-1974, 1975; Veronica dei paesi, 1976; Uccelli, 1977; Epigrammi del bene e del male, 1979; Luna, luna mata, 1979; I anèi de la cadena, 1980; Le finestre del tempo, 19882; Mi e ti, 1984; La luna e il labirinto, 1985; I fiori de l’òrt, 1985; I òri del bosc, 1986; L’alegria dei mistéri (e altre storie), 1987; Autunno e maschere, 1989; I canti del còr, 1989; Il sonno delle lucertole, 1991).
Il tema dell’amore, di quel sentimento che, anche se sporcato, resterà amore fino alla fine del mondo e un giorno o l’altro “’l farà slinze e buterà per aria / con en sofion tuta la merda che ‘l gà intorno”, è, in Pola, legato soprattutto a Maria e Veronica, protagoniste di due importanti raccolte: Maria Lumeta e altri pecadi e Veronica dei paesi.
Nella prima opera, una lunga lettera in versi offerta come dono alla giovane amata in occasione del suo onomastico (“Maria Lumeta, ancòi l’è la to festa. / Vorìa farte ’n regal. Ma cossa darte? / No gò che quatro sgrifi sule carte, / no gò che ’n còr batù dalla tompesta”, 12 settembre, S. Maria), riemergono: da un lato i ricordi dolcissimi, senza però il graffio del rimpianto, legati all’amore per Maria, amore nato come “en persegàr”, come un pesco, dal piccolo osso che Toni Rondola, da ragazzo, “l’aveva butà lì”; dall’altro il riesame esistenziale di un uomo maturo e dolcemente disincantato: “Vardo la pioza trista che me ’nciòda / sul vedro come ’n Cristo ala pariana. / E passa ’l temp che fa girar la roda. / E pasa ’l temp che fa ’ngiazzar la tana. / El va come na roza che se sgranda / fra i lampi che ghe avèrze le contrade, / con tuti i mè pecadi da na banda / che ziga come pegore famade”, Sgrìsoi).
In Veronica dei paesi Pola registra un momento di trasformazione del costume (ricordiamo che alcuni anni prima Fabrizio De André, nella sua famosa ballata Bocca di rosa, aveva già cercato di restituire spessore umano a una prostituta). Veronica, simbolo di un amore più carnale, è una donna che le altre donne spìano “come le poiane / che spìa le galinote perse / prima de piombarghe adòs”; una donna che tutti gli uomini cercano e vogliono, e “i averìa dat na bèna de patate, / na bot de vin pur de ciaparte ’n braz”; una donna che passa “cole man sui fianchi / fra ’n coridor de ociade e de silenzi”. “Veronica,” /  –  si chiede il poeta, che dopo tanti anni pensa a lei con tutta la tenerezza e il distacco dell’età matura –  “chi el sta / quel’anima remenga che l’a dit / che te sei na putana?”
La nota malinconica, quella che per E.A. Poe è “di tutti i toni poetici il più adeguato”, in Pola è sempre rintracciabile, soprattutto quando il poeta guarda al presente e alla odierna incomunicabilità. Il suo tedium vitae, però, l’angoscia esistenziale, l’amara constatazione che “questo dì mai non aggiorna”, che il passato, cioè, non ritorna più e che è impossibile dismalare la nostra esistenza, non giunge mai al lamento elegiaco e tanto meno alla disperazione: “Soli. / Poréti e soli. / Ti de qua, / mi de là, / come do cròzzi che ga ’n mèz la val, / come ’n caval  e ’n bò tacadi a ’n car, / come do muti che no pòl parlar, / come ti che te canti e che te sgoli / e mi che resto chi coi denti streti. / Soli e poréti. / Poréti e soli”, I anèi de la cadena).
Un discorso a parte meritano due opere particolarissime: Qualcos de pu de prima (1966) e Le machinete (1969). La prima è una sequenza di cinquantadue poesie in forma di epitaffio, che ci porta subito alla mente l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. L’assonanza fra le due opere è in realtà quasi esclusivamente formale. In entrambi i casi, infatti, sono i morti di un piccolo cimitero di provincia a raccontare con estrema sincerità le loro esperienze di vita terrena; in entrambi i casi si tratta di poesia di denuncia sociale, ispirata alla cronaca quotidiana. Ma mentre nell’opera di Masters le anime risentono ancora fortemente della loro esperienza terrena, della quale conservano ancora intatto il proprio nome e cognome, nell’opera di Pola i morti non hanno più generalità; in loro la rassegnazione, frutto della consapevolezza di essere ormai “lontani dale beghe e dai scorloni” (lontani dalle beghe e dagli scossoni), conduce a una pietosa comprensione per i vivi che rinvia al Purgatorio dantesco: “… Ades capisso tut, / ades che gò la testa pù lizera / s’ciarida dal lumin / che brusa l’oio dela vossa tera”, XXX). E frequente è l’invocazione a Dio di queste anime rassegnate, in cui spesso il solo residuo umano positivo che resiste è l’amore. “Gloria, gloria al Signor / che ’m’à lassà ciaparghe i cavei biondi, / e tòrlo fòra, e strénzerlo ’ntéi brazzi / prima che ’l car el ghe sghizzés la testa” dice la madre il cui figlioletto è morto schiacciato da un carro agricolo.
Ne  Le machinete  Pola affronta il tema delle abitudini quotidiane che, con la loro alienante, monotona ripetitività, senza che ce ne rendiamo conto ci sottomettono, in taluni casi fino ad annientarci. Quella che ci colpisce di più è l’alienazione nel lavoro, soprattutto nel lavoro burocratico, quello fatto di pratiche, di scrivanie ingombre, di orari fissi; ed è quella che ritroviamo anche nel bel poemetto  La giornada secreta del sior Angelo Marcantoni impiegato del Catastro, contada da elo (inserito nella raccolta Mi e ti), in cui non possiamo non cogliere un riferimento autobiografico del Pola impiegato amministrativo ma anche del Pola poeta, “integrato nella società come qualsiasi altro” (sono sue parole): “…Formighe, formighete ’ntrapolàe / fra ’l continuo zigar de le sirene / che spaca l’aria e quelo dele machine / che va , che vien, fra nuvole de polver… / Formighe rosse, formighe nere! / Miserere per tutte, miserere”. E c’è ne Le machinete  anche la rassegnazione all’avvento di un mondo artificiale: “Va bèn, canténte anca sto maz de fiori / de plastica ’mpicà ’nté l’aria cruda / del vaso. Fiori falsi. Come Giuda, / Falsi come ‘l so baso”.
Ma è l’ultimo Pola, quello de I canti del còr, che ci colpisce particolarmente per il suo ripiegamento su se stesso in una dimensione meditativa tutta privata, pacata e silenziosa, e per il raccontare endofasico di chi ha capito che della vita, nonostante gli sforzi, di più non si riesce a capire: “… Parlo fra de mi, / come ’na vecia brontolona / che la la ga col mondo / e la se tira adòs odio e sberlèfi / come ’n pin solitari le saiéte” (Le fontanèle dela memoria). È proprio in questo raccontare, spesso ironico e scanzonato, che egli riscopre, e ci fa riscoprire, la solidarietà, l’amore per la vita e per la Natura, vista  come unica e vera dispensatrice di serenità, di ordine, di armonia, e per le cose semplici, di cui nessuno potrà mai essere stanco e da cui nessuno potrà mai sentirsi tradito: “No gh’è gnènt de pu vera / dela vita de n’om / che trìbola coi altri sula tera” (No gh’è gnènt de pu vera). In Pola, però, la finale rassegnazione al dolore quale componente imprescindibile dell’umana avventura è accompagnata dalla fronda verde della memoria, che egli tiene in una mano, e dalla fiaccola sempre accesa della fede, che tiene nell’altra, mentre compie il suo lungo e pensoso cammino poetico.
Molto ancora ci sarebbe da dire su Marco Pola, certamente uno dei poeti neodialettali più importanti del Novecento, e sulla sua poesia. Noi gli rendiamo omaggio a modo nostro, con questo scritto, in attesa che qualcun altro ci parli ancora di lui, di un poeta che, con la sua duplice esperienza espressiva, sempre ad alto livello e tanto generosamente offerta, merita tutta la nostra attenzione e il nostro apprezzamento.
GLOSSARIETTO. Ancòi, oggi; bèna, gran cesto; bò, bue; cantante, cantiamo; crozzi, rocce; da na banda, da una parte; la la ga, ce l’ha; lumeta, lucciola; ’ngiazzar, ghiacciare; pariana, parete; roza, roggia; sghizzés, schiacciasse; sgoli, voli; sgranda, diventa grande; sgrifi, sgorbi; sgrìsoi, brividi; slinze, scintille; soména, semina; stéora del sagrà, rif. alla stéora, antica gabella che veniva imposta nel territorio di Trento (qui l’espressione sta a significare:“pedaggio per arrivare a Dio”); torlo fora, tirarlo fuori; zìgole, cipolle.
Maria, zo ’ntel bicer gh’è n’af che ciucia
l’ultima gozza. Quela che se ’nmucia
sul font e che no pòl mai vegnir su.
Fòra gh’è ’n sol che scòta e che ’ndorbìs.
E ’ntant che l’af golosa la finìs
quela gozza de vin come se fussa
na mìgola de zucher,
vòlto ’l bicer en pressa sula tàola
e l’af l’ei presonera.
Come mi!
Quando che penso a ti
de sera e ’nté la casa
i à serà i ussi e i scuri e pianzo e tribolo
per corer dré a le robe che vorìa
desmentegando quele che gò arènt.
Ma rampegar sui muri,
senza trovar la porta,
no serve a gnent, Maria, no serve a gnent!
E me n’ascòrzo adès, che l’af l’èi morta.
(Da: Ogni volta che rido, ogni volta che pianzo, 1966)
Maria, giù nel bicchiere c’è un’ape che succhia / l’ultima goccia. Quella che s’ammucchia / sul fondo e che non può mai venir su. / Fuori c’è un sole che scotta e che acceca. / E intanto che l’ape golosa finisce / quella goccia di vino come fosse / una briciola di zucchero, / vòlto il bicchiera in fretta sulla tavola / e l’ape è prigioniera. / Come me! / Quando penso a te / di sera e nella casa / han chiuso gli usci e gli scuri e piango e tribolo / per correr dietro alle cose che vorrei / dimenticando quelle che ho vicino. / Ma arrampicarsi sui muri, / senza trovar la porta, / non serve a niente, Maria, non serve a niente! / E me ne accorgo adesso, che l’ape è morta.
 
A na vita che brusa
come na fassina
de sarmentèi
butada sule brase
del fogolar
no gh’è rimedi.
La brusa e basta.
Ma dal calor che ven dala sfiamada,
signor fa’ che no resta demò zéndro!
Se no percòssa viver e brusar?
(Da: Na strada per encontrarse”, 1974)
A una vita che brucia / come una fascina / di sarmenti / gettata sulla brace / del focolare / non c’è rimedio. / Brucia e basta. / Ma dal calore che sale dalla fiamma, / signore, fa’ che non resti solo cenere! / Se no per che cosa vivere e bruciare?
 
Le montagne oramai le è tute sbianchezade,
no ghe n’è una sparmiada dala nef.
Adio autun dala camisa rossa!
Adio bei làresi verdi!
Chi èl mai che poderà
tòrne zerti penseri, Veronica,
ades che ’l zièl l’è deventà na lastra
grisa
che coèrze tuta la tera
come se fus na tomba, ’n zimiteri!
Basterìa scriverghe su
“Qui giace
amaramente defunto
il tempo”,
e la sarìa fenida
per sempre,
se no ghe fus la primavera
che spenze, sotto i crozzi, come na disperada.
(Da: Veronica dei paesi, 1976)
Le montagne ormai son tutte sbiancate, / non ce n’è una risparmiata dalla neve. / Addio autunno dalla camicia rossa! / Addio bei larici verdi! / Chi mai potrà / toglierci certi pensieri, Veronica , / ora che il cielo è diventato una lastra / grigia / che copre tutta la terra / come fosse una tomba, in cimitero! / Basterebbe scriverci su: / “Qui giace / amaramente defunto / il tempo”, / e sarebbe finita / per sempre, / se non ci fosse la primavera / che spinge, sotto le rocce, / come una disperata.
 
Tut quel che so
Tut quel che so ’l me costa
mi no so quante ore
de fadighe e de lagrime.
E adès che son montà sul’altalena
del mondo, me domando
se valeva la pena
de spender cossì tant
per saver quasi gnent.
(Da: Campanò, 1988)
Tutto quello che so. Tutto quello che so mi costa / non so quante ore / di fatiche e di lacrime. / E adesso che son salito sull’altalena / del mondo, mi domando / se valeva la pena / di spendere così tanto / per sapere quasi niente. 
06 marzo 2013
di Rosangela Zoppi