Di Pierluigi Cappello (8 agosto 1967 – 1º ottobre 2017), poeta in lingua italiana e friulana, basti qui citare il recente volume che rappresenta davvero la sua opera omnia (non solo in versi): «Come un sentiero di matita. Poesie, prose, interventi» (BUR, 2024), con contributi critici di Alessandro Fo, Gian Mario Villalta, Eraldo Affinati, e altro materiale concluso da una ricca bibliografia a cura di Anna De Simone.
Cappello, scrive Alessandro Fo, «è una delle voci più limpide della nostra attuale poesia, italiana e in friulano. Poche persone hanno come lui saputo portare una testimonianza tanto diretta ed evidente dell’importanza della cultura, specialmente letteraria, e in particolare della poesia, nell’esistenza di ciascuno di noi».
E Villalta, a proposito della prima fase dell’opera di Cappello (alla quale appartiene la poesia che qui pubblico), sostiene a ragione che in essa il poeta propone «la misura del limite tra realtà, percezione e creatività della lingua. È una lingua che non si risolve nel ruolo di medium tra percezione e realtà, ma diventa “creativa” assumendo il compito di ricucire lo strappo tra il percepito e il vero della parola».
Affinati, infine, rievoca gli ultimi giorni della sfortunata vita di Cappello, «questo tenero, eterno ragazzo cinquantenne, col sorriso disarmante del vero compagno segreto e la spettrale lucidità del salvato», che sino alla fine ha mostrato «una residua spasmodica volontà di suprema resistenza» al male e alla morte.
(La poesia di oggi porta in esergo questi versi di Franco Fortini: «i globi chiari, i lenti globi / templari cumuli dei venti // non sono me»).
