Il bisogno di un ordine di scrittura

Considerazioni su come scrivere il siciliano
“C’è un solo modo di scrivere il siciliano ed è quello che stiamo sperimentando qui di scrupolo filologico: una scrittura improntata all’etimo e alla consuetudine letteraria”. Così Paolo Messina alla fine del secondo dopoguerra e indica nel romanzo dialettale di Alessio Di Giovanni La racina di SantAntoni, del 1939, il modello linguistico da adottare. La racina di SantAntoni, opera con la quale Di Giovanni “passa dal vernacolo al dialetto”, supera definitivamente la fase fonografista.
Per inciso ricordando che l’etimologia è la scienza che studia l’origine e la derivazione delle parole di una lingua, che essa, asserisce Salvatore Giarrizzo, si prefigge di “scoprire il loro volto originario, e cioè liberarne il profilo da quanto vi è stato sedimentato dall’uso o dal sovrapporsi di parole provenienti anche da famiglie d’altri ceppi linguistici”, quel pronunciamento mi pare, oggi, sia alla base dell’ufficio di taluni giovani poeti dialettali. Le domande che loro si e ci pongono mi pare siano essenzialmente due: “Come si scrive il Siciliano? Quale Siciliano scrivere?”. E ciò perché, ammesso che prima vi sia stata, una convenzione univoca di trascrizione del Siciliano oggi non vi è più e tutto è demandato al criterio, all’estro, al buon senso di chi scrive.  
Questioni che tutti noi dovremmo fare nostre non per smania di protagonismo, non tanto per dimostrare agli altri di essere “bravi”, ma unicamente perché avvertiamo, come scrittori, l’urgenza di crescere, di conferire dignità ai nostri scritti e dunque a noi stessi, di sottrarci alla malia dell’arbitrio che riduce il nostro Dialetto a vernacolo, ossia, dalla etimologia latina, a schiavo, perché alfine sia palese che abbiamo acquisito la piena consapevolezza del formidabile strumento che, non per merito nostro ma per gratuita eredità, abbiamo fra le mani, ma ancor prima e più abbiamo nella testa e nell’anima. Un vero e proprio “capitale” che siamo tenuti a mostrare di meritarci e, contrariamente ad altri che ritengono basti unicamente conservarlo, operazione che sa tanto di naftalina, di imbalsamazione, di cosa morta da esporre nelle teche, io sono dell’avviso che dovremmo piuttosto investire su esso e investire bene, altrimenti, Pietro Tamburello fra gli altri ci ammonisce “ogni palora persa / nanticchia di Sicilia si ni va”, rischiamo di ritrovarci il nostro patrimonio linguistico del tutto inesorabilmente eroso.
“La poesia dialettale, se in passato non ha avuto che una importanza di doveroso recupero culturale, ora mostra [infatti] di avere acquisito una più approfondita coscienza delle proprie possibilità, allineandosi con le conquiste della norma ideale della lingua. Se, da una parte, si lamenta il progressivo arretramento del dialetto parlato di fronte alla lingua, si scopre, dall’altra, che esso è più disponibile e, sotto certi aspetti, più adatto alla creazione poetica, in quanto in possesso di maggiori risorse di autenticità e di pregnanza rispetto alla lingua nazionale, banalizzata dall’uso di mezzi di comunicazione di massa”. È Pietro Civitareale a formulare tali preziose considerazioni e viepiù aggiunge: “non è lo strumento linguistico [in sé] che fa la poesia, ma le capacità creative del poeta e l’uso che egli è in grado di fare della propria lingua”. Solo “difendendo la propria specificità, la poesia in dialetto può competere con quella in lingua e continuare ad affermare una propria ragione di essere, rinunciando [però] alla mimesi delle forme epico-realistiche e spogliandosi dei panni del populismo”.
Da queste parole comprendiamo quanto si punti alla specificità dell’individuo, alla realizzazione individuale, alle capacità creative del poeta. Tutto ciò, va da sé, non è a scrocco; richiede bensì la nostra fattiva partecipazione, la nostra scelta, la nostra consapevolezza. Un po’ dovremo ripercorrere, fidando magari in una sorte più benigna, il tentativo espletato qualche decennio or sono che Salvatore Di Marco così riporta: “Una questione che ha interessato una certa fascia di poeti siciliani, in particolar modo quelli impegnati nel rinnovamento della poesia dialettale, riguarda la eventuale introduzione dell’uso di una koinè letteraria in alternativa al sempre più diffuso ricorso alle parlate locali. Una questione con riferimenti diretti alle implicazioni di tipo grammaticale, ortografico e fonetico.” Il tentativo, tuttavia, non ha sortito la serie di studi auspicabile e la questione si è ricondotta alla tensione ideale verso un’unità ortografica della scrittura e alla proclamazione di principio che vengano dettate alcune regole ortografiche comuni. Elementi propizi e opportuni rimarcano gli studiosi, “quantunque non necessari e di non facile praticabilità.”
La questione è tuttora dibattuta e le posizioni, sugli opposti versanti, permangono inconciliabili.
Non staremo qui ad enunciare la voce di quanti, e sono tanti, sono fautori del criterio fonografico della trascrizione del Dialetto, le cui scelte sono in ogni caso meritevoli di tutto rispetto; la nostra scelta dichiarata è convintamente altra, è quella etimologica e per essa, chiedendo pari considerazione e rispetto, intendiamo, spenderci. Viceversa desideriamo, in questa occasione, ospitare un autore che sta dalla nostra parte, una voce autorevole, un apprezzato saggista oltre che poeta che è vissuto in latitudini geografiche differenti dalla nostra, il comisano Carmelo Lauretta il quale, contrariamente ad ogni facile previsione e a una prassi ortografica sud-orientale notoriamente avversa all’etimologia, affermava: “La poesia dialettale non può più essere improvvisatamente arcadica, compiaciuto riciclaggio di cadenze foniche, comodo formulario gergale, ma [deve piuttosto essere] impegno di strutture nuove e di prosodia rinnovata ab intus con valenze evocative e simboliche. Si sente il bisogno di un ordine di scrittura, di una convergenza di impiego di elementari monemi di collegamento. Non si vuole che si snaturi l’anima del dialetto, né che si alterino le sue peculiarità gergali, né che si stabiliscano aree egemoni di asservimento; si vuole la fine di un’innocente anarchia, si vuole sollecitare la ricerca di una soluzione che porti ad una convivenza ortografica unitaria dei dialetti e alla loro compresenza nella realizzazione della lingua siciliana.”
In questa direzione, che è il campo-base da raggiungere, non partiamo però da zero; qualche prezioso strumento, in verità, è già nella nostra disponibilità: l’Ortografia siciliana del 1976 di Salvatore Camilleri, ad esempio, come pure la sua Grammatica Siciliana del 2002 che, nelle sue tre sezioni: Ortografia, Morfologia, Sintassi, amplia i problemi osservati nella l’Ortografia siciliana alla luce dei contributi scaturiti dagli incontri con gli amici con cui egli ne discuteva, tra i quali: Maria Sciavarrello, Antonino Cremona, Paolo Messina, e dello sprone incassato da Ignazio Pidone, Orio Poerio, Giovanni Cereda.  
“Finché in Sicilia governarono i re e i viceré aragonesi, il dialetto conservò gelosamente la sua autonomia di scrittura: le leggi e gli atti d’ogni sorta si scrivevano in dialetto. In seguito, passata l’isola alla corona di Castiglia, la lingua ufficiale non fu più la siciliana: i vicari dei re di Spagna, tra i quali parecchi italiani, si servivano della lingua toscana. Fu in quel tempo che si adottarono i segni dell’alfabeto toscano per trascrivere il siciliano. Possiamo sicuramente chiamare vecchio siciliano quello che si scriveva fino al secolo XVI e nuovo o moderno siciliano quello che cominciò a scriversi nel secolo XVII. Tuttavia, per alcuni suoni speciali il disagio rimase e rimane ancora.”
Delle peculiarità del Siciliano hanno brillantemente scritto, tra gli altri, Lionardo Vigo in prefazione ai Canti popolari siciliani, Corrado Avolio in Introduzione allo studio del dialetto siciliano, Luigi Sorrento nelle Nuove note di sintassi siciliana, Salvatore Camilleri nel Manifesto della nuova poesia sicilianae tanti altri.

C’è da sperare che lo studio e l’approfondimento del Dialetto e della sua scrittura possano essere contagiosi; c’è da sperare che la frequentazione proficua delle opere degli autori siciliani e dei saggi inerenti al Dialetto, l’acquisita coscienza della dovizia del nostro antico e nobile idioma, la saldezza della nostra identità, ci porti, sbarazzato ogni pregiudizio, a votarci toto corde al Siciliano, a praticarlo, a studiarlo, a viverlo con animo nuovo. 

 

Marco Scalabrino

 
29 novembre 2012