Dopo “Dedlà” ecco “Petta ‘l paravent”: sembra che Rosanna Gambarara avverta l’urgenza o abbia il desiderio di andare oltre, di scrutare e pensare dietro a una barriera, che può celare, ma non più di tanto. Scrutare al di là di cosa, e cos’è questo paravento? “E la falcata/ d’Achill ch’insegue ansc’mant ansc’mant la fuga/ tranquilla sensa fin d’la tartaruga// s’ fissa cong’lata e sta com disegnata/ tl’aria…e tl’acord in re minor el “fa”/ mutt se protend e immobbil cerca el “la”…” È il tempo composto misteriosamente di immobili istanti, eppure sfuggente, che nasconde e disvela, muta le forme, toglie gli affetti; o forse un luogo, un rifugio, una parete dietro cui nascondersi, perché Crono non ci veda e passi oltre “Ma petta ‘l paravent/ de tela piturata a calc’, t’l’odor/ d’ fuliggina e de scarp vecchie ’l sentor/ c’ l’ho avutt, com p’r un eror, ‘na distrasion/ d’la natura. Nov ann c’avev…Arsent/ sotta el ginocchj el dur giacc’ del madon.”

“Paravento di tela pitturata a calce” è ancora figura del confine tra veglia e sogno, spesso difficile da attraversare nonostante espedienti, filastrocche, come in “fuori piove”: “quindic’ seddic’ dic’sett dic’dott dic’nov…/ boll el vin nov tel scur cup dla cantina…/ che odor!…sto ferma…aspett…so ch’ po’ l’artrov/ la strada…fori piov…piό d’na ventina/ d’ov c’en, a du ventell, grossi, in tel nid…” E celati dietro il confine, i sogni, l’uno dentro l’altro, razionali – come lo sono i sogni – o illogici ed emozionali; spesso dimenticati all’alba, pur se sciolti nell’animo, come un farmaco o un placebo iniettato nelle vene.“Ho misurat de dlà da la cosciensa/ stanott dentra el sudari benedett/ del sonn la fascia dla circonferensa/ dl’impalpabil contorne d’un concett…/ M’er messa i calcol tutti ben a ment./ Ma la sort m’ha gabat. Al prim albor/ m’ha sparpaiat i nummer via tel vent.”
C’è l’abbondanza, a tratti uno spillover (titolo che comprende e anticipa i temi della prima sezione della raccolta) una ricaduta del messaggio oltre l’esplicitazione stessa del messaggio poetico, in un gioco di specchi o una “mise en abyme”.
La poesia della Gambarara – sovrabbondante e colta per lunga frequentazione di lingua, arte, musica – è altresì dotata di una fascinazione che non stanca il lettore: dai viaggi onirici, alla ricerca d’una risposta “tra i brandelli dei sogni/ perduti/ di là dalla porta del sonno crepuscolare.” ed ecco ancora lo spillover: “So sol ch’ me sent adoss/ la pell d’una Orfanella dla Pietà/ ch’sospira innamorata del Pret Ross.” Il passaggio dalle terre lontane e misteriose, viaggiate dalla poetessa urbinate nella visione del sogno, alla risposta cercata “quando la mattina il vetro si fa chiaro” porta ad uno straniamento (di nuovo sognato o voluto?) nel rapimento della musica di Vivaldi; lo stesso provato dalle orfanelle allieve di lui nel conservatorio veneziano, all’udire quel che è definito “sospiro degli angeli”, che ancora oggi stupisce ed emoziona con solidità di armonie, varietà di tessiture e ritmi coinvolgenti. Ne ritroviamo anche altri esempi: “un si bemolle/ in una canzone barocca” ; “la nota ch’ trema e mor in tel concert/ d’ Mozart Kappa quattrecentottantott”; “el vlutt dla voc’ de Nat King Col”; un arioso dolente beethoveniano.
Tra i sogni della poetessa (quanti, anche ad occhi aperti!) colgo “Il grido”: “…quel de richiam travers la vall/ quand un a un s’ cnoscevne i mont a ment,/ i mont com isole tel mar, e el gall/ era l’orlogg’…” il grido di richiamo, di incitamento, del gallo, che improvviso “perfora il sonno e rifiorisce come nelle favole” : e mi piace pensare che quel grido richiami la memoria e il valore delle “cose da niente” raccolte e “celebrate” dall’autrice nell’ultima sezione. Dietro al paravento – sia esso il tempo o il riparo dal trascorrere del tempo – lei ritrova le “Robb da gnent” , oggetti, cose di conforto come il lenzuolo, il plaid avuto in dono, le calzette per le notti di tramontana; i ricordi come un bottone, uno scontrino; lo stare in pace con sé stessa nell’osservare il giardino e le violette.
Cose “da niente” ma depositarie di una ricchezza, e lo afferma la Gambarara quando definisce le pantofole vecchie come “correlativo oggettivo”, come evocatrici di un’emozione, un’idea non esplicitata ma comunque intuita: allora il “da niente” anziché un valore economico, può evocare un movimento da; così, le cose, “da niente” spingono ad un andare, indietro nel tempo o verso un “al di là” superando il proprio stato e la propria condizione, “oltre” il presente e l’età della vita.
4 – Resiliensa (1)
Ho decis.
Anca s’ d’ fora s’ mov un ventde palud big’
ch’intorbida el seren
e ‘n ciel distant s’è fatt indiferent
e piov giό ‘n’inclement luc’ de velen
e el corp se chiud s’artira de spavent
e el cor sol c’è tun mond ch’ s’è fatt alien,
ecch, sé, anca tel golf del straniament
ho decis, voi veda el bichier mezz pien.
Voi slarghè i occhj, guardè i fior del limon
ch’ignari tremne d’ vitta o ch’ fors chisà
sann el segret, e el can ch’ rincorr tel prat
la palla, avanti indietra, trafelat
e artorna e pien d’amor guarda el padron
e sa la coda frem d’ felicità.
4 – Resilienza (1) – Ho deciso./ Anche se di fuori si muove un vento di palude bigio/ che intorbida il sereno/ e un cielo distante si è fatto indifferente/ e piove giù un’inclemente luce di veleno/ e il corpo si chiude e si ritira di spavento/ e il cuore soltanto c’è/ in un mondo che si è fatto alieno,/ ecco, anche nel golfo dello straniamento/ ho deciso,/ voglio vedere il bicchiere mezzo pieno.// Voglio allargare gli occhi/ guardare i fiori del limone che ignari tremano di vita/ o che forse chissà sanno il segreto,/ e il cane che rincorre sul prato la palla/ avanti e indietro trafelato/ e ritorna/ e pieno d’amore guarda il padrone/ e con la coda freme di felicità.
1 – Respir
Quand la minaccia
tign’ el ciel de scur
e l’orizont perd el su gir
e casca giό
e el tu sguard dispers en ved
– en pò –
piό distant dla punta del tu pied
c’ha ‘n sens nud nov
lancinant
‘ste nostre viva de respir.
1 – Respiro – Quando la minaccia/ tinge il cielo di scuro/ e l’orizzonte perde il suo giro/ e casca giù/ ed il tuo sguardo disperso non vede/ – non può –/ più distante della punta del tuo piede/ ha un senso nudo nuovo/ lancinante/ questo nostro vivere di respiro.
17 – C’arpens adess
Erne – c’arpens adess – tla piegatura
di giorne e dle stagion, ti por dla breccia
impolvarata, tle palin dla veccia
e tle fugh di madon, tle rugh del mur.
Erne – c’arpens adess – tla striatura
dle nuvol e del vent, tle fil dla seccia,
ti nod dla treccia dl’ai tel vers dla peccia
tl’ara o sotta la loggia, o tle orditur
di lensol. Le lor storie sensa pes!
En pasati pian pian, sensa fracass
l’opre e i giorne scavati ti mages.
C’arpens adess ch’ sto a seda tun ‘sta rena
vicin al mar, vicin a la mi pena.
Tranquilla a seda sola. Com un sass.
17 – Ci ripenso adesso – Erano/ – ci ripenso adesso –/ nella piegatura dei giorni e delle stagioni/ nei pori della breccia impolverata/ nelle palline della veccia e nelle fughe dei mattoni/ nelle rughe del muro./ Erano/ – ci ripenso adesso –/ nella striatura delle nuvole e del vento/ nelle file delle stoppie/ nei nodi della treccia dell’aglio/ nel verso della chioccia nell’aia o sotto la loggia/ o nell’ordito dei lenzuoli./ Le loro storie senza peso!/ Sono passati pian piano/ senza fracasso/ le opere e i giorni scavati nei maggesi./ Ci ripenso adesso che sto seduta su questa rena/ vicino al mare/ vicino alla mia pena./ Tranquilla a sedere./ Sola./ Come un sasso.
54 – …e le violett
Ogg’ che defora un sol innamorat
rid dopp el limb d’ giornat tinte d’ grigior
opach, voi pesè el temp sa’l sagiator
sensa ch’ gnanca ‘n second vagga sprecat,
el voi beva pian pian pacificat,
el voi centelinè al ralentator,
sentì tla lingua lent viv el sapor
d’ogni centesim d’attim distilat.
E sensa prescia voi guardè el celest
de st’aria , e tun ste fresch fraggil perfett
guardè el gerani ch’ brimbola e s’ostina
a sfidè el gel, le bacch dl’asparagina
rosse pcinin, le margheritt modest
t’un cant del mi giardin, e le violett.
54 – …e le violette – Oggi che di fuori un sole innamorato ride/ dopo il limbo di giornate tinte di grigiore opaco/ voglio pesare il tempo col saggiatore/ senza che neppure un secondo vada sprecato/ lo voglio bere pian piano/ pacificato/ lo voglio centellinare al rallentatore/ sentire sulla lingua lento vivo/ il sapore d’ogni centesimo d’attimo distillato./ E senza fretta voglio guardare il celeste di quest’aria/ e in questo fresco fragile perfetto/ guardare il geranio/ che rabbrividisce e si ostina a sfidare il gelo/ le bacche della asparagina rosse piccine/ le margherite modeste/ in un angolo del mio giardino/ e le violette.
Rosanna Gambarara è nata a Urbino. A Urbino ha studiato, si è laureata in Lettere classiche e ha insegnato qualche anno, prima di trasferirsi a Roma, dove attualmente vive e dove
ha continuato ad insegnare. A seconda dei momenti e delle esigenze espressive scrive poesie in lingua o nel dialetto di Urbino. La sua opera in versi, sia in lingua che in dialetto, ha ottenuto numerosi riconoscimenti in importanti premi letterari nazionali. Sue poesie compaiono su cataloghi d’arte, riviste cartacee e on- line. Suoi lavori sono presenti in “Navigare” (n. 9, Pagine 2016); nell’antologia Poeti neodialettali marchigiani (Versante 2018); in Marche, omaggio in versi (Bertoni 2018); in Il soffio delle parole (Versante 2018); in “Novanta9” (IAED 2018 e 2019); in Il coraggio di scrivere (Versante 2020); in Parole e Segni (Premio “Poesia Onesta”, Versante 2021); in Poeti e narratori in italiano e in dialetto (Premio “Poesia Onesta”, Versante 2022); in Le Marche sono una regione plurale (Versante 2023). Ha pubblicato Hysteron proteron (Pagine 2016) e Dedlà (Bertoni 2019).
Rosanna Gambarara, Petta ‘l paravent / Dietro il paravento, Ed. Arcipelago Itaca, Osimo (AN), 2025