Con il lapis* #53: Paolo Carlucci, Favole d’Etruria. Prefazione di Marina Sapelli Ragni. Postfazione di Plinio Perilli, EdiLet Edilazio Letteraria 2024
LA TOMBA DI LARTH
Tra i pini la Chimera del mare
arde tra gli asfodeli un vento
di luce che adombra i flutti
con frecce di silenzio.
Ride tra gli scogli una medusa
che guarda più lontano:
le case della sera sono alti nidi
di vento sulla terra di quiete.
(2010) (p. 109)
La civiltà etrusca presenta, in altissimo grado, due qualità contrapposte, la prossimità e la lontananza. Nella lingua, nella cultura, nelle espressioni artistiche, che giungono a noi umani di questa epoca dai siti archeologici e dai musei, è possibile rinvenire infatti tratti familiari, giacché numerosi sono i punti di contatto tra gli Etruschi e altri popoli dell’antichità che possiamo annoverare tra i nostri antenati e giacché, inoltre, nell’Etruria, vale a dire sulle coste tirreniche del Viterbese e di parte della Toscana, affondano importanti radici della popolazione proveniente da quelle zone. D’altro canto, proprio le stesse vestigia, gli stessi elementi già menzionati, lingua, cultura, arte, conservano un nucleo resistente di mistero.
Di tutto ciò è ben consapevole Paolo Carlucci, che nell’ampia raccolta Favole d’Etruria fa convivere i due aspetti, evidenziandone il gioco reciproco, fonte inesauribile di stupore.
Le sezioni – otto, alle quali va aggiunta la sezione che reca lo stesso titolo dell’intero volume – ripropongono la sequenza cronologica della stesura delle composizioni, le quali, procedendo dal 2004 al 2023, abbracciano un arco temporale di quasi venti anni.
Già nella nota introduttiva, che reca titolo e sottotitolo significativi – Premessa autobiografica. Favole d’Etruria, genesi di una poetica -, Carlucci si dichiara, come poeta e come umano, indissolubilmente legato alla terra d’Etruria. La celebrazione dei suoi misteri, liturgia costantemente rinnovata nei luoghi e nelle stagioni, assume le forme di componimenti poetici di varia lunghezza e sprigiona il fascino di un ponte, fantasioso e concreto, tra più dimensioni: sogno e realtà, storia e mito, tempo terreno e oltretomba.
I versi mostrano precisione ritmica e una capacità evocativa che emerge fin dai singoli nomi di luogo – l’antica Pyrgi, Vulci, Cerveteri, Populonia, Tarquinia, Veio -, di oggetti-reperto, come i buccheri, che viaggiano dall’uso quotidiano al corredo sepolcrale, di fiori ed essenze arboree, di animali, lucertole e, soprattutto, serpenti, di personaggi, dalla Chimera (come non pensare alle sequenze e, più ampiamente, a tutta l’atmosfera del film del 2023, La chimera, con la regia di Alice Rohrwacher?) a Larth, il leggendario guerriero etrusco, che appare anche negli affreschi della Tomba François a Vulci. Rive, approdi, cavità sotterranee, flutti marini, non sono semplici fondali, bensì, come mostra il testo presentato in apertura, anche attori e agenti di un mondo irripetibile nel suo essere primigenio, portatore di segreti antichissimi e pungolo permanente tanto alla discesa nel profondo, al salto nell’orrido, quanto all’ascesa là dove le case diventano «alti nidi/ di vento sulla terra di quiete».
La Prefazione di Marina Sapelli Ragni conferma nell’impressione donata dalla lettura di tutti i testi: Favole d’Etruria testimonia una appassionata conoscenza della dimensione storica e archeologica. Questa riceve dal dettato poetico di Paolo Carlucci una ulteriore dimensione, che, insieme all’autore della Postfazione, Plinio Perilli, è lecito definire “cardarelliana” nel suo sapere combinare sensibilità acuta al paesaggio con elementi mitologici e onirici. Gli omaggi a Cardarelli costellano l’intero volume e costituiscono un motivo ricorrente. Tra le ricche suggestioni letterarie mi è parso inoltre di rintracciare un richiamo a questi versi da Atemwende (“Svolta del respiro”, 1967) di Paul Celan, il quale riprende qui, nella poesia Nel carro dei serpenti, il mito di Medea che fugge su un carro trainato da draghi alati:
NEL CARRO DEI SERPENTI, passando
per il cipresso bianco,
attraverso le acque
ti condussero.
Eppure in te, per
stirpe,
spumeggiava l’altra sorgente,
arrampicandoti lungo il nero
fiotto memoria
emergesti alla luce.
(traduzione di Anna Maria Curci)
In Favole d’Etruria di Paolo Carlucci l’osservazione di reperti e scorci si fa, come nel testo di Celan menzionato, mobilissima visione, creativo rapportarsi alla mitologia e all’archeologia, dinamico duettare di memoria e di epifania, di tenebre e luce, di fisico e metafisico.
* Con il lapis raccoglie annotazioni a margine su volumi di versi e invita alla lettura della raccolta a partire da un testo individuato come particolarmente significativo.