Assolo dell’ortensia di Anna Maria Curci

Saggio di Cristina Polli

Le poesie di Assolo dell’ortensia, sesta raccolta poetica della poetessa, traduttrice e critica Anna Maria Curci, si muovono negli spazi della quotidianità: non una quotidianità vissuta e percepita superficialmente,  assoggettata a schemi dati, ma una esperienza del vivere e del sentire complessa,  poggiata sulla riflessione, sul discernimento, quindi sull’esercizio del pensiero critico e, conseguentemente a questo, della scelta: ne troviamo un saggio a p. 20 

Se ancora ritagliamo un cantuccio

Se ancora ritagliamo un cantuccio

e ne nutriamo gambo esile e fiore 

aperto lo stanzino dell’affanno 

usciamo piede al passo e faccia al tempo

proviamo un controcanto allo sgomento 

Il movimento: cammino, viaggio, … canto

L’io poetico e poetante, poetante perché creazione fluida, dinamica,  si riversa in una dimensione che mi piace accentuare: quella del movimento. In nessun luogo della silloge mi pare di riscontrare la ricerca o l’anelito alla stasi in quanto anche le tracce dei momenti di contemplazione, o l’invito alla sosta, sono occasione reiterata per raccogliersi e leggere tanto fenomeni ed eventi quanto i moti del cuore e del pensiero: si proseguirà arricchiti dei doni che tanto il piccolo quanto il grande, tanto il fiore quanto il cielo e il cosmo, donano copiosamente a chi sapientemente ne accoglie bellezza e significato assaporando a pieno  lo stupore, la sacra meraviglia (p. 42): ti viene incontro/ un indaco imprevisto/ fermati e guarda.

Tutta la raccolta è percorsa dall’idea del cammino che è contenuto sensibile e allo stesso tempo simbolico e metaforico, un procedere che avviene in sequenza passo dopo passo, o come un  ammasso da sbrogliare, ripensamento, ripresa. Quindi cammino e canto talora fluidi, talora sincopati, e sempre un invito a rispondere alla contemplazione che proprio nel cammino ci raggiunge e ci sorprende, come nella breve poesia appena letta che appartiene alla sezione Sommessi. 

Più volte è ripetuta la parola “passo”: piede al passo, che abbiamo letto in Se ancora ritagliamo un cantuccio;  pronuncia passi a p. 37, pensare il passo p. 42.  Altre volte troviamo parole che richiamano l’immagine del cammino, del viaggio, del balzo avanti, o parole che indicano una gestualità quale moto della conoscenza; si veda lo splendido ossimoro, felice rivelatore di un carattere che troviamo in Passaggi (p. 28): le quiete acrobazie della tua mente. Cercano casa le parole in viaggio (p. 13) mette in scena la ricerca di comunicazione, verità e conforto di cui il dettato poetico si fa carico nel portare la parola dal pensiero alla voce, al dire donato all’ascolto: 

Cercano casa le parole in viaggio

o solo fiato prima di avanzare

verso un raggio protendono le mani

intirizzite sperano fiducia

 L’ultima quartina della poesia a pagina 15 Ha ondulato i capelli la notte esorta a intraprendere un movimento controcorrente: Non importa balza avanti una voce/ nuota controcorrente e pronuncia/ nell’altro giorno stiamo proseguendo.

Il movimento dello sguardo

Nella sezione Sommessi l’autrice riunisce poesie che richiamano la forma e le disposizioni dell’animo e dell’intelletto caratteristiche degli haiku e dei senryū: l’attitudine all’attenzione e all’ascolto interessano tanto le osservazioni filosofiche sulla natura umana quanto l’intuizione della bellezza filtrata e decantata  dalla trama di luoghi e vicende da cui la poetessa trae visioni che rigenerano l’attimo in significati nuovi, più estesi e profondi. Qui l’osservazione della natura umana comporta l’idea del cammino come invito alla cura dell’Altro: pronuncia passi/ nel tempo bisognoso/ e nel silenzio (p. 37); o invito a non desistere: o perlomeno/ alzarsi e camminare/ pensare il passo (p.42). I testi di questa sezione, che afferiscono al genere dell’haiku come momento rivelatore del connubio tra sguardo e fenomeno, ci danno l’occasione di aprire un’altra porta, di introdurre un altro campo semantico che interseca il tema del movimento e cioè quello della bellezza  che si declina in diverse variazioni. È stupore (p. 46):  ad occhi tondi/ nubi nel cielo a sera/ stupore in cenci; quieto appagamento (p. 43): rosea la luce/ si sparge sull’arbusto/ e reca quiete; intuizione della potenza del cosmo, del suo mistero imponderabile che si incarna nella persona (p.46): siamo composti/ di stelle collassate/ frammenti e luce, poesia in cui la congiunzione pone sullo stesso piano i frammenti e la luce cosicché i frammenti acquisiscono la leggerezza della luce e la luce a sua volta si condensa e si fa materia. E ancora è il mistero ad affacciarsi in uno dei componimenti  più toccanti e complicati, nel senso etimologico di ricchezza di pieghe, nell’apparente semplicità (p. 43): sulla mia spalla/ sì come mendicante/ bussa il mistero, versi detti a bassa voce, sommessi appunto. La poetessa parla di sé, racconta che sente il mistero implorare la sua attenzione, un mistero mendicante, un mistero che resta povero, ma che povertà è se non una povertà che parla a tutti noi? Se non l’attuale condizione delle nostre vite risucchiate nella produzione, invischiate nelle reazioni agli stimoli continui a cui siamo sottoposti, vite che hanno messo al margine il sacro?  Versi che tanto mi richiamano la sofferta e sublime poesia La ciotola del mendicante di Christine Lavant sulla quale Anna Maria Curci si è soffermata come traduttrice. 

La bellezza come verità e cura

La natura ci fa dono della sua bellezza, agisce nel colore, nel profumo, nella sorprendente tenacia dei fiori e si annuncia subito, dall’inizio, dall’ Assolo dell’ortensia (p. 11) che dà il titolo alla prima sezione e alla raccolta intera. Ma la poesia iniziale in cui l’ortensia prende la parola, o meglio canta il suo assolo in sinestesia di toni musicali  e varietà di colori, mi sembra anche una dichiarazione di poetica che si dispiega nel carattere composito del fiore come a dire che l’attenzione può focalizzarsi sia  su un singolo elemento sia sull’insieme;  su un colore, un tono, che ci parla, ma anche a tutta la composizione. La poesia per Anna Maria Curci è un modo di guardare le cose, un esercizio di attenzione e di ascolto dialogico e qui  il fiore è colto, metaforicamente colto, tra ontologia e significato: esiste indipendentemente da chi lo percepisce, fiorisco e basta, ma può anche assumere significati agli occhi di chi guarda, creare comunicazione: sta a te scartabellare sfumature. La bellezza in questa prima sezione, dopo l’ortensia che è stata compagna fedele nei mutamenti delle vicende e del sentire, porta nomi di fiori: dal tripudio di pervinca che invita all’altruismo, alla generosità; alla rosa che sollecita al rischio, nel graffio della spina che ci induce a superare la rabbia, a non ostacolare la bellezza. Da questo movimento dello sguardo verso il fiore, verso il particolare, in Bagliore a tratti sguardo e pensiero si rivolgono all’insieme e ciò rende possibile cogliere il movimento verticale della luce: arriva il bene come raggio chiaro (p. 18):

Bagliore a tratti, uno spicchio, l’idea.

Nel lago alpino il riflesso del cielo.

Nell’iride confusa della pozza 

arriva il bene come raggio chiaro 

Bisogna entrare in sintonia, lasciar andare almeno per un attimo i crucci, i problemi, la fatica che ci appesantisce e spesso ci stritola: chi legge scoprirà che questa poesia non ci chiede di negarli, che ci è vicina nell’esperienza della fatica e del dolore. Di questa vicinanza è testimone l’ultima sezione, Breviario oltre il confine, di cui riporto soltanto, in quanto esempio calzante, la poesia che ha lo stesso titolo della sezione e che chiude il volume (p.60): 

Mai immune dal male

dal meschino ancor meno

il solco dello squarcio 

accompagna ogni passo 

sia dentro il tascapane

a tracolla e sul cuore

ustione e insegnamento

breviario oltre il confine 

Quale che sia il confine, non si può attraversare senza un breviario che ci esorti e ci tenga saldi alla nostra fede nella poesia sulla scorta delle poetesse e dei poeti amati, studiati, tradotti: Thomas Bernard, Hilde Domin, Cristina Campo, per citarne alcuni.

La grazia, la riconoscenza, la devozione, la memoria

La poesia, dunque, è anche un passaggio di memoria, di devozione, un tributo di riconoscenza. Le poesie di questa silloge sono intrise di un concetto antico, estremamente inattuale, che a me, però piace molto: la grazia. Qui la grazia ha a che fare con la forma tanto quanto con la sostanza, non può essere lontana dalla sincerità, dall’accoglienza e neanche da quel concetto che, con parole di tanto tempo fa, parole cadute in disuso, si dice forza d’animo. La grazia prospera nella riconoscenza, crea legami virtuosi, dà valore alla persona, al dialogo. La seconda sezione della raccolta, A lei che attese, che accolse, è un bellissimo e toccante tributo alla figura della madre. Nella poesia che apre la sezione compare, per l’appunto, la parola grazia (p. 27): 

Austera sobrietà

Austera sobrietà 

corre incontro alla grazia

la sorgente è un mistero 

se solo sillabando dipanassi 

quel che mi andavi schiudendo 

severo suonerebbe uno staccato

Il lascito della madre è la cura, l’impegno ad andare oltre l’apparenza, la fede e la fiducia in un oltre che non a tutti è dato scorgere. Due poesie  tracciano, a mio parere, un ponte tra la prima e la seconda sezione, entrambe sono un invito ad andare oltre l’apparenza, la prima p. 21, Per divinare il sogno, a sbrogliare e collegare con armonia ciò che non appare comprensibile; la seconda p. 28, Passaggi,  ad andare oltre l’intelletto ad affidare e affidarsi alla grazia, questa volta divina, riconoscenti dell’insegnamento ricevuto: oltre il dolore insegni a camminare.

Forse si nasce poeti: si nasce con la capacità di uno sguardo diverso, più acuto, profondo, visionario se vogliamo; si nasce con la capacità di fare opera d’arte di qualcosa che la maggior parte di noi possiede e cioè la parola alla quale diamo suono, ritmo, respiro, mediante la quale evochiamo  immagini e suggestioni. Ma si nasce alla poesia, anche e forse soprattutto perché si abita la grazia, perché si sceglie di essere luce, varco, speranza nonostante gli eventi e le condizioni che viviamo e di cui siamo testimoni. Non credo che la poesia possa salvare il mondo, né tantomeno che possa salvarci l’anima, come dice Marie Luise Kaschnitz: non si può scrivere/ per salvarsi l’anima/ lei, data per persa, passa avanti e canta (Scrivendo, Schreibend, tradotta da Anna Maria Curci), però ci può aprire orizzonti di impegno e di speranza: come tutta la poesia di questo volume suggerisce, non occorre strepitare, ma continuare l’azione sommessa e resistente, donare il conforto dell’attesa nel viaggio intrapreso insieme e quello del canto, della musica che si fa strumento di un rinnovato ordine armonico. Il richiamo alla musica è presente in entrambe le poesie con un accrescimento nell’intensità del significato, un ampliamento di visione nella seconda che si chiude con l’accoglienza e il riconoscimento del lascito fondamentale: 

Per divinare il sogno

Per divinare il sogno

Che avanza nel tumulto 

O accoglierlo soltanto 

Fai del fiume un solfeggio 

Dell’ammasso un ruscello 

Seziona e ricomponi 

Nell’amplesso comprendi 

Passaggi 

Divinare nel transito i contorni

E dietro quelli le forme successive 

Sottrai moltiplica addiziona dividi: 

le quiete acrobazie della tua mente

mostrami ancora tu dall’altra parte 

trafiggono i passaggi la visione 

oltre il dolore insegni a camminare

La poesia è il luogo che trasfigura l’evento, lo rende in filigrana, è il luogo in cui incontriamo la visione, il bene come raggio chiaro. Il momento ci è prezioso perché ci mettiamo in viaggio, accettiamo la sfida di attaccare un controcanto, non desistiamo dall’azione sommessa e resistente, ma L’io poetico e poetante è un io in ricerca (p. 14): 

L’antico dono  

L’antico dono di scorgere e scrutare 

ritorna a palesarsi sempre nuovo. 

Accoglierlo sta a te che ti affaccendi 

e provi a contemplare pur facendo. 

La libertà è anche un particolare modo di vedere e di stare nell’azione. Non è solo guardare, o saper guardare, è proprio l’atto di guardare, soffermarsi, uscire dagli schemi, ricavarsi un angolo, un momento di contemplazione. Altro atto di libertà è l’invito a liberarsi dalla semantica codificata,  dalle simbologie pronte all’ uso. Se è vero, come dice Silvano Trevisani che ha curato la prefazione del volume, che la rosa è un simbolo universale, non si può tacere che l’invito a coglierla, più che la bellezza, è associato ai concetti di scelta, azzardo e rischio. Pungersi è inevitabile, così come è inevitabile provare sentimenti, emozioni, sensazioni scomode, avere pensieri poco nobili, ma proprio qui troviamo la porta, la ferita, la crepa sulla quale aguzziamo lo sguardo e poniamo domande, anche e soprattutto a noi stessi. 

Anna Maria Curci, Assolo dell’ortensia, prefazione di Silvano Trevisani, Macabor 2024. Lettura di Cristina Polli