Antonio Rinaldi (5 luglio 1914 – giugno 1982), lucano di nascita, bolognese per formazione, fiorentino nell’ultimo tratto di vita, insegnante di professione (ebbe tra i suoi allievi Pier Paolo Pasolini), partigiano durante la Resistenza e politico socialista nel dopoguerra, poeta per vocazione, esordì nel 1938 con una raccolta, «La valletta», pubblicata da Guanda, poi confluita (insieme con la successiva «La notte», Neri Pozza, 1949) nel volume delle «Poesie» (Mondadori, 1958).
Seguì, infine, «L’età della poesia» (Vallecchi, 1969). Pasolini colloca Rinaldi in una “linea emiliana” (il cui caposcuola identificava in Bertolucci) caratterizzata da un realismo elegiaco piuttosto distante dall’ermetismo fiorentino e vicina invece alla «tendenza più viva, antinovecentesca della poesia del Novecento: fino a prefigurare molti dei modi poetici dei neorealisti».
In realtà, io credo che Rinaldi sfugga a qualsiasi catalogazione e che proprio per questo la sua voce sia rimasta ai margini della strada maestra della poesia novecentesca. Ma è una voce che nei momenti migliori sa esprimere un autentico “male di vivere”, un dolore di matrice leopardiana.
