Poesie per un anno 117 – Franco Cavallo

di Francesco Paolo Memmo

 

Così Franco Cavallo (3 gennaio 1929 – 15 maggio 2005) si è descritto nell’«Autodizionario degli scrittori italiani» di Felice Piemontese (Leonardo, 1989): «Anomalo nella vita, anomalo in letteratura, Franco Cavallo ha somatizzato un certo modo di vivere la marginalità e la lateralità che gli è diventato quasi uno status biologico, una maniera di essere nel profondo. Si legge in una sua dichiarazione teorica: “Considero il lavoro del poeta come un infinito vagabondaggio attraverso le forme estetiche, un flusso pressoché ininterrotto mediante il quale egli, calandosi nel corpo vivo del linguaggio, realizza se stesso e la propria opera, in una prospettiva di costante mutazione e permutazione, e di continuo scavo nel reale, nei cui strati più profondi il linguaggio si nasconde come una talpa e scava invisibili gallerie sotterranee”».
Il ritratto si può completare con le parole del fraterno amico Mario Lunetta: «Al suo meglio, Cavallo possedeva – senza indulgere a un facile gioco di parole – natura di centauro: nel senso che la sua poesia è al tempo stesso perdutamente animale e inafferrabilmente “angelica”. E tuttavia, nella sua innocenza nutrita di squisiti cinismi stilistici non c’è ombra di gusto atmosferico, proprio perché il poeta non si identifica mai col pathos della propria voce, non sublima le pulsioni del proprio sacro ombelico come càpita ai lirici di maniera, ma al contrario procede con nonchalance acrobatica (e, quando necessario, con levità clownesca), quasi facendo spallucce, su una serie di percorsi sguinci e imprevedibili, a velocità variamente accelerate. Ecco: è appunto nella velocità – e nel ritmo, quindi – che la poesia cavalliana trova uno dei suoi punti di forza nevralgici».