Zyklon B I vui da li’ robis (Gli occhi delle cose) di Giacomo Vit

La recensione di Nelvia Di Monte

Giacomo Vit, Zyklon B I vui da li’ robis (Gli occhi delle cose) Edizioni CFR, 2011

Impossibilità di svelare tutto l’orrore insensato di Auschtwitz e necessità di dirlo una volta ancora. Su questo difficile crinale si dispiega l’imperativo etico che guida la poesia di Vit, la sua scelta di lasciare che siano “gli occhi delle cose” a guidare la scrittura in un percorso così aderente alla realtà da ribaltare il rapporto soggetto-oggetto: sopravvivono le cose materiali, impregnate di una soggettività offesa o ridotta a frammenti prossimi a scomparire, “fiamma nell’acqua, ombra nella notte, / sputo di cenere”. La parola aderisce a questo sguardo (“Lint rota ch’a ciacara da la so / imperfession – Lente rotta che parla della sua / imperfezione”), facendosi strumento duttile di una ricerca di verità che parte dagli oggetti, dà voce alla loro presenza nel tempo e cerca di articolare le domande senza risposta sull’incomprensibilità del male.

Le cose hanno preso il posto delle persone, diventando una muta ma indelebile testimonianza di ombre labili come riflessi scivolati via sullo specchio degli eventi. Annientata l’umanità del singolo, non ha più senso il nome proprio abbinato alle donne fotografate, “beta ch’a ciucia un got / di timp mars, la piel sbregada di tatiana, / e rachele ch’a siga il nuia il nuia il nuia – elisabetta che succhia un bicchiere / di tempo sfatto, la pelle scorticata di tatiana, / e rachele che urla il nulla il nulla il nulla”. Sono troppi i morti che “dondolano in controluce alla Storia” quando nessuna lingua riusciva a stanare Dio “da nubi dure come sassi”. Per avvicinarsi all’inenarrabile mostruosità del lager, non bastano le parole consuete, frutto di una comunità che in esse si riconosce. La violenza perpetrata ha reciso il legame tra realtà e rappresentazione simbolica dei segni: mucchi di scarpe, di capelli, di oggetti personali dicono più di quanto le parole siano in grado di descrivere. Forse bisogna cercare termini differenti, innestando nuovi incubi su arcaiche mitologie, per mostrare come paure ancestrali si sono fuse alle moderne tecniche di distruzione umana, in un continuum che dal fondo del tempo vortica in forme sempre più distruttive per creare mostri come “il sbilfflàt ch’al zuia cu li’ / cordelis dai to’ sgnarfs – il sbilffiato che gioca con le / cordicelle dei tuoi nervi”.

Il friulano di Vit è lingua asciutta e diretta, connaturata alla visione intimamente popolare, “antilirica, spiccia e rude, niente affatto in cerca di letterarietà ad effetto ma piuttosto di verità” di cui parla Gianmario Lucini nell’introduzione. Lo è sempre stata ma qui è consapevole del rischio che la mano “a si strambarà / ta li’ peraulis – incespicherà sulle parole”. I testi tendono ad essere brevi ed incisivi, a volte terminano con puntini di sospensione o punti interrogativi, o si frammentano come se la commozione non consentisse di riunire ciò che la Storia ha così violentemente spezzato. Fotografie, oggetti, memorie, presentano una realtà che ha il colore della cenere, dove è sempre in agguato il rischio della cancellazione, dove il bianco si diffonde come coltre di neve e gelo, foglio destinato a restare privo di segni e senso, mentre il nero è notte, buio, nulla, “inchiostro sul mondo”. La poesia può contrastare questo processo di annientamento, ascoltando ciò che gli oggetti ancora suggeriscono, “una canzone cava / che bussa al / fiato” e che proviene non da persone ma dall’involucro vuoto che le ricopriva: “Coro dei vestiti a righe” è il titolo del testo, immagine di un’umanità annichilita che persiste in sottofondo come un brusio nella memoria, polvere nel vento della storia. La poetica di Vit fa scaturire il senso della poesia dalle cose stesse, testimoni di una tragedia e, insieme, dell’inestinguibile bisogno di una vita degna, nello stesso modo in cui un cialderin (paiolino), per quanto sbrecciato, non smetterà “di sbicià la mai scunida seit / di umanitàt – di versare la mai fiaccata sete / di umanità”.

La tematica di quest’ultima raccolta è storicamente più determinata rispetto alle sillogi precedenti ma conserva con queste molti legami poiché ciascuna costituisce un approfondimento su un frammento di storia umana, del singolo e dei tanti che hanno vissuto le medesime esperienze: spesso difficili e drammatiche, come la piena di un’alluvione, (La plena, Biblioteca Civica di Pordenone, 2002); a volte più lievi ma non meno destrutturanti, quali un trasloco, simbolo della precarietà del vivere che accomuna il moderno presente alla condizione dei contadini per i quali a novembre scadeva il contratto e dovevano cercare altrove casa e lavoro (Sanmartin, LietoColle, 2008). Permane costante l’attenzione alla socialità, a quell’ideale di empatia che dovrebbe guidare la convivenza e, invece, consente a volte solo di fissare testimonianze e ricercare “sotto la scorza del mondo, / l’ombra di un segreto” (in Sòpis e patùs, Edizioni Cofine, 2006). Non è poco ma non può bastare ad un poeta che percepisce il mondo della vita come una totalità inscindibile in cui la singola esistenza non è mai individualismo perché è in gioco la dignità di ciascuno e – viene da aggiungere – nessuno si salva da solo. Anche in questa raccolta la natura permea ogni creatura con la sua simbiotica fisicità, partecipe di tanta sofferenza ma anche fonte di cambiamento. Da essa è necessario ripartire, dall’intimo legame tra le creature, per cercare una via d’uscita dall’orrore. Non è facile conservare la forza di ricordare senza soccombere a questo passato, occorre uno sguardo nitido che sappia orientarsi verso una nuova direzione, forse gli occhi di una bambina “non sporchi di fumo” che avranno finalmente “la lus justa par sbusà / li’ stròpis di nèif nera, e vardà in duà che il vint / al si srodolea ridint – la giusta luce per forare / le siepi di neve nera, e guardare dove il vento / si srotola ridendo”.

Nelvia Di Monte

19 marzo 2012