“Zizziripenne” di Alessandro Moreschini

La presentazione del libro sabato 15 dicembre presso il Salone Baronale del Castello Orsini a Castel Madama

Sabato 15 dicembre 2018 alle ore 17 presso il Salone Baronale del Castello Orsini a Castel Madama sarà presentata l’opera di Alessandro Moreschini Zizziripenne (Lucciole).

Interverranno: l’Assessore alla Cultura di Castel Madama Matteo Iori, la prof.ssa Michela Chicca, gli  Alunni delle scuole elementari.

Presenta Sara Chicca.
Il Maestro Giancarlo Iori eseguirà  musiche ispirate alle poesie dell’Autore.

Ed ecco qui di seguito una recensione di Michela Chicca sull’opera del poeta castellano.

Ricchezza espressiva e poesia nell’opera dialettale“Zizziripenne” di Alessandro Moreschini

Questa nuova raccolta di poesie in dialetto castellano di Alessandro Moreschini, con la prefazione del prof. Franco Sciarretta, è sicuramente un’ulteriore conferma del valore poetico delle sue opere nonché la riprova che allorquando un dialetto riesce a esprimere i sentimenti, gli stati d’animo, le passioni, i segreti del cuore dell’uomo, trascrivendoli anche sulla carta, quella parlata, anche se limitata a una Comunità piccola o grande che sia, come asseriva Pier Paolo Pasolini, è da considerarsi vera e propria lingua.

Non dimentichiamo che Moreschini ha dato alle stampe tre raccolte di poesie in italiano (Camminare, Sazio d’erbe amare, Il canto della memoria) e un’altra in fase di pubblicazione dal titolo In flauto traverso, di pregevole spessore poetico evidenziato e riconosciuto dalla critica ufficiale a livello nazionale; ciò nonostante ha preferito in questa nuova pubblicazione il dialetto ossia la lingua materna, a suo giudizio più adatta e consone alle tematiche trattate.

Si legge in un suo diario: “Ho voluto fortemente, sin da ragazzo conservare gelosamente la parlata dei miei avi e farne in seguito il mezzo espressivo della mia poesia. Poco ho trovato per iscritto di questo sermo humilis ma soltanto frasi, espressioni e detti trasmessi oralmente di generazione in generazione. Ovviamente, la lingua che parlavano i miei avi non ha avuto una dignità letteraria (nessun castellano ha lasciato una pagina scritta prima di me) e consapevole di ciò, giorno dopo giorno, grazie alla viva voce degli anziani ho raccolto non solo il suono antico della lingua ma anche il profondo sentimento di quella gente. La volontà e l’amore sono state le mie leve; l’orgoglio di essere castellano è stato il mio principio; la memoria dei miei predecessori è stata la fronda che ha fatto rifiorire quel linguaggio agrammaticale e rozzo ma vivo, vero, sapide di vita come la loro amata terra. Ho cantato con gioia e furore in lingua volgare, portata a dignità letteraria da Dante, Petrarca, Boccaccio, e da San Francesco di Assisi e tanti altri poeti sino ai nostri giorni, ma mi accorgo cammino facendo che questa lingua ormai è diventata un dialetto europeo e che non ha più cantori ogni giorno che passa…”.

A tal proposito aveva  ragione il Manzoni (1806) quando scrivendo a un amico, diceva “hanno posto tanta distanza tra la lingua parlata e scritta, che questa può dirsi quasi lingua morta” E allo stesso modo il monito, molto attuale, di Leopardi (1821) nello Zibaldone“per rimettere in piedi la lingua  italiana bisognerebbe insomma rimettere in piedi l’Italia e gli italiani”.Sempre in un suo diario il Moreschini confessa che non è lui comunque a scegliere la lingua, ma la poesia stessa che gli viene dal profondo dell’animo.

Infatti, il lettore attento, nel leggere l’opera avverte che la poesia del poeta castellano s’immerge nel serbatoio linguistico dialettale dove emergono lemmi semplici e immagini antiche cariche di suggestioni (Te lo dicio co i labbri/a curu de cajina…/ Se me vardea me ballea ju core…/ Lo scuru mo s’è spasu onne sia…) e una sonorità intensa qual era “ ju viru verbu ” dei suoi antenati( vintu, mumintu,’ntiru,liggiru… )

Ciò che mi sorprende positivamente in quest’opera è l’emblematico titolo”Zizziripenne”. Questo termine è il nome dialettale che si da alle “lucciole” ossia a quegli insetti luminosi notturni che annunciano, nel mese di giugno l’arrivo dell’estate, che testimoniano la presenza di un luogo pulito, un ambiente sano e salutare che oggi è sempre più raro trovare. Certamente il poeta ricorda quando ragazzo (il fanciullino pascoliano) le sere d’estate si dilettava a rincorrere le lucciole per i vicoli bui, le stradine fuori dell’abitato e nella piazza semi-oscura del paese: Massera se ne vidu propriu tante/pe le prata, i vìcuri e le strétte;/s’appìccianu e se smorzanu n’ istante, /stregnennose l’un l’ara coll’alette…Come se ciò non bastasse  in una visione paesistica di un tempo, con espressioni  primordiali quale è il dialetto fa rivivere un mattino d’altri tempi: S’è revejatu ‘u sole e ggià s’apprescia/a repittà le  téttora ‘e ‘u finile,/‘na schianta  d’-ortu senza  j’ de prescia,/la faccia de la cchiesa e ‘u cambanìle…E la memoria fa sì che l’autore  rievochi la figura della nonna: E la revedo scisa a ju scalóne/a fane la cazetta o rennacciane/mo’ m-pedalinu e mmóne ‘nu cazóne/pe ore e ore senza mmai fiatane./

Nei versi del  Moreschini,  non manca l’appello alla riscoperta e il ritorno alla terra (La mare tera) ormai abbandonata che per secoli è stata l’unica risorsa per l’uomo e di riaprire un dialogo con la natura, con le voci degli animali, con l’ambiente, con la propria coscienza (oltre che la scienza) attraverso un nuovo pentagramma che canti la gioia  di vivere e del divenire come  si avverte nel sonetto “ Ju casone”:La tera tè ’n-addore propriu raru./Ce cresciu l’erve, ju fugnu, ju scorzóne, /j-orneju,’u carpinu, ’u prugnolu amaru,/la cerqua, ju biancospinu, ju cardellone…/E le voci degli animali domestici:“ Chicchìrichiiii…”/cantea ju calle/e, a mizzudì/cantane la cajina :/“coccoddèèè…”/e i pucinejii, /piculéanu“pio…pio… pio….”/rencrazienno  Iddio//.

Gran parte delle composizioni sono sonetti (una forma poetica rigida, restrittiva, che non concede dilatazioni), ma non mancano brani in versi sciolti, con rime, con il ritmo dei quinari, dei settenari e degli endecasillabi. Interessante la poesia in versi sciolti a Sirvia che richiama forse soltanto nel nome la Silvia Leopardiana che attende il principe azzurro cantando innamorata l’avvenire lavorando ai ferri o al ricamo la dote, affacciata al balcone di casa. La Silvia moreschiniana è vogliosa, intraprendente, stravagante come lo sono gran parte delle ragazze di oggi, per nulla somiglianti alla Laura di Petrarca, la Fiammetta del Boccaccio o la Beatrice di Dante.

Sirvia, te lo recórdi/canno me recirchiji pe ’u munnu ‘ntiru/ cantènno a mmente/“Senza de te la vita ’n-za de niente…”/abbavozennome/pe ttuttu ju vernu, la state, j-utunnu/e a primaviera/da la dema a la sera/Mo’ che t’ho perza/la vita sa de tuttu…/.Non mancano versi sulla violenza degli uomini nei confronti  delle donne, (Ju fattuE ssine) così pure ricorda il padrone(Tisci-llà) che non è ancora morto in una società marcia, dove domina implacabilmente e il servo soccombe: Canno ‘u patróne era malamente!…/lo tenco a mmente!/’Ncontrènnoju su o jó/pe cca’ viozza/a ppeti o sope a la barozza, /me dicea sempe “ sció, sció …”/…comme fussi statu,’na cajina,/’m-piccione o ’na mósca cavajina… /

Infine il poeta avverte l’esistenza, come peraltro nelle altre sue raccolte, la presenza della morte (Pe’ poté vive-Jenno e rejenno), dell’eterno divenire, della fede nell’altrove: “A vote non sapenno più che ffane/ me metto dinucchiuni allicunitu ,/prechenno Dio:“Che me pó sarvane?”/ Oppure :O Patretérnu eternu, se cce stane/te peto, da credente, ’na pochézza:/redacce ju diluviu che tu sane/pe’ affocane tutta ’sta mónnezza…/.

E’ evidente che per Moreschini scrivere in dialetto non è un ripiego ma una adozione della lingua materna e direi anche una provocazione nei confronti al degrado e alla deformazione della lingua italiana che da qualche ventennio come diceva nel suo diario:“in balia degli inglesismi, dei francesismi, dei spagnolismi, che non ispira più né lo scrittore né il poeta”. Al contrario con il recupero del dialetto, carico di ricchezza espressiva, il poeta castellano riesce a cantare luoghi, usi, costumi di un mondo agricolo e denunciare attraverso la satira il sarcasmo, i difetti, il bene e il male dell’uomo di oggi (J’asinu-Solu lagna-Vello de ju compare-Sope a ’na Petra-Te rassumiji tantu a la cornacchia).

Il dialetto è un bene collettivo continua a ripetere in ogni circostanza Alessandro Moreschini poiché anch’esso, come i reperti archeologici, i monumenti e la terra nel loro insieme costituiscono la vera storia di una Comunità.

Michela Chicca