Winterreise. La traversata occidentale di Manuel Cohen

Recensione e scelta di testi di Anna Maria Curci
Nella bella prefazione a Winterreise di Manuel Cohen, Gianmario Lucini avvertiva che le analogie tra il ciclo di Lieder – che sarebbero stati poi musicati da Schubert – del poeta romantico tedesco Wilhelm Müller, oggi ricordato quasi esclusivamente per aver avuto l’onore di una versione in musica per questo ciclo e per l’altro, Die schöne Müllerin, non erano molte. Del resto, Manuel Cohen manifesta già nel sottotitolo il filo conduttore della raccolta: La traversata occidentale. Di questo interminabile inverno, del quale l’autore ricorda nella nota iniziale alcune tappe – dalTramonto dell’Occidente alla prima Guerra del Golfo, dalla Shoah alla strage di via D’Amelio, passando per Chernobyl e la caduta del muro di Berlino − si dipanano in questa raccolta le tracce, aguzze, spoglie, piene di considerazioni caparbiamente – e felicemente, aggiungo io, ché per motivi generazionali e scelte non posso che provare riconoscenza e riconoscimento quando leggo testi, ad esempio, come (comitato sofri) – inattuali, di un passaggio per gole impervie (la solitudine, tratto comune a entrambi i “viaggi d’inverno”) e di un incontro beffardo con pingui muri di gomma, untuosi potenti, sazi sgomitanti e puntualmente ignari.

Nelle XI sezioni – tutte declinazioni dell’inverno − che abbracciano le ottave scritte in venti anni, dal 1989 al 2009, la satira assume le forme di una poesia che si esprime con ritmi precisi, in prevalenza endecasillabi («risorsa occidentale che dirupa») o settenari («dove brucia una mina»), con rime dal volo alto («Vola alta, parola») o radente: che siano esse alternate o, di preferenza,  baciate, il suo bersaglio è l’occidente pieno di sé. Come non pensare, allora, a un altro inverno, quello dei versi satirici di Germania, una fiaba d’inverno di Heinrich Heine? Come ilWintermärchen di Heine, anche la Winterreise di Cohen unisce all’invettiva perfettamente calzante e ben mirata una ragguardevole sollecitudine nei confronti della prosa (Arendt diEbraismo e modernità, Yehoshua de Il signor Mani) e, soprattutto, della poesia di altri autori – Luzi, Pasolini, Fortini, Bellezza, ma, andando indietro, anche Tasso, solo per menzionarne alcuni −, sollecitudine efficace nell’opera di sottrazione alla dimenticanza e alla superficialità. È vero amore che nasce dalla frequentazione quotidiana, dalla scelta di bellezza e pensiero concepiti come ultimi avamposti all’incuria e al disastro perpetrato nel tempo, allo sfacelo, al precipitare e disgregarsi che il verbo “dirupare”, usato sia come transitivo sia come intransitivo, ma sempre alla terza persona singolare dell’indicativo presente, racchiude ed esprime in modo esemplare.

Mirabile in Cohen è l’unione tra conoscenza profonda e vissuta della poesia e percezione dell’essere nella storia, Erkenntnis ed Erlebnis: l’una non è data senza l’altra. Mi è capitato di imbattermi in una unione così salda leggendo Heinz Czechowski e, in particolare, traducendo il suo componimento Sic transit gloria mundi. Vivere nella storia e coltivare fattiva fiducia nella poesia come rivolta contro l’inanità è in Cohen, come in Czechowski, il punto di partenza e di approdo, un sistema di riferimento che sfida quel sopruso che rinnova il suo eterno effimero in forma di moda e potente del momento. «Coniugare rigore e contemporaneità è impresa ardua e rara, perché richiede il connubio del coraggio e della sapienza ‘inattuali’. In Winterreise di Manuel Cohen, nei versi che leggo in anteprima, la “traversata” riesce felicemente»: così scrivevo tre anni fa, in occasione del mio primo incontro con i versi di questa raccolta. L’incontro rinnovato con La traversata occidentale, oggi, non può che rinsaldare questa affermazione e conferirle pienezza di senso.
Manuel Cohen, Winterreise. La traversata occidentale. Nota introduttiva di Gianmario Lucini, CFR 2012
© Anna Maria Curci
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dove brucia una mina

i segni sul sentiero

arde voci del pensiero

all’ora occidentale

quando ghiaccia l’aria

è un arco di lame

nel folto frondame

si è sul discrimine
da: INVERNO, I. (Winterreise), p. 16)
*
(sopra un verso di Franco Fortini)
l’aria del mattino sulla spianata

rasa o deserta brucia ogni pensiero

che s’arrischi oltre la terra piegata,

stadio d’allerta è uno stato o maniero

fortezza a fattiva norma impiegata,

l’aria del mattino su d’un sentiero

di pietra piantata è morbo o malaria

d’una ratio produttiva o gregaria
da: INVERNO, II.(Dämmerung), p. 31
 
*
 
(sopra un verso di Pier Paolo Pasolini)
“non è di maggio questa impura aria”

se al nostro passare rapida incupa

s’è del millennio la morsa incendiaria

e al gas nervino la mente dirupa

mentre avara vive la terra all’aria

chi per niente spera per niente lotta

se per rinuncia s’adusa al guadagno

o se per alibi ricusa il compagno
da: INVERNO II. (Dämmerung), p. 32
 
*
“In piena ‘trasparenza’, Michail Gorbačëv attese

quattordici giorni prima di annunciare pubblicamente il

disastro alla centrale nucleare”
si deve a Chernobyl si sappia

alle centinaia di migliaia di morti

alle decine e decine di bambini

contaminati estorti alla famiglia

si deve alla rabbia delle madri

bielorusse ai rancori ucraìni

incancreniti la fine dei regimi

sovietici i tonfi repentini
da: INVERNO, III. (lamiere, realtà), p. 39
 
*
(comitato Sofri)
 
e no, non c’eravamo noi, di voi più giovani

ma pure una povera poesia in forma di prosa

ha nel suo cuore una rosa
”, ha nelle sue mani

’offesa, giustizia e libertà per la vita spesa

ma chi la vuole arresa, a menzogna su menzogna

chi la vuole la rosa della storia vostra indifesa

quale inquietante potere suona la rampogna

della legalità presunta?… o giustizia è stesa?
 
da: INVERNO, VI. (l’ora comune. la Pantera), p. 81
 
*
(Abraham Yehoshua, ‘Di fronte ai boschi‘)
e ammucchia, lui, raccoglie foglie, prende

fiammiferi, li accende e li ripara

al nuovo vento silenzioso, tende

una mano: “qualcosa si prepara”

così pensa, lui, così spera, attende

stagioni, “una voce araba straniera”

– uno esitante, riparte, rallenta –

non dorme, lui, ha un fuoco che tormenta
da: INVERNO, VII. (essere fuori luogo), p. 91
 
*
(Mario Luzi, Vola alta, parola)
 
lei, che dice “abitiamo la frontiera

distanza che divide, e che separa

come una mina, là, vive la sera

nel tempo che ci unisce e che separa

s’annotta la folta sera, s’incupa

se non va, da voce a voce, parola

s’affossa nei nostri occhi, e li dirupa

nel tempo, che precipita, e non vola
 
da: INVERNO, VIII. (diritto di rovescio), p. 105
 
*
(la vita in spot. per l’uomo che non deve chiedere. mai)
1.
“io? io sono un asso sono un vincente

non ho rivali né remore niente”

“io? sì certamente sto col mio tempo

io vado di corsa senza spavento”

“monto su un’auto di rappresentanza

un motore un suv che dia importanza”

“io? sono affiliato al neoliberismo

pratico tutto in liberoscambismo”
da: INVERNO, IX. (il grado zero), p. 112
*
Da (la tribù delle talpe)
5.
ché dalla sconfitta rassegnazione

non nasce non cresce o dalla tensione

strategica altro che odio e ragione

mercati spread finanza inflazione

povertà vecchionuove immigrazione

speculazione delocalizzazione

precariato cura radicale mozione

che di cambiare ha struttura visione
da: INVERNO, XI. (le scavatrici, il taglione), p. 146
2015-03-20