In genere l’uomo contemporaneo giudica “difficile” e “pesante” la Poesia, che – tra le arti- è quanto di più “diretto” e leggero possa esserci; ciò sorprende, se pensiamo che l’uomo porta spesso, e spesso senza lamentarsi, “pesi” ben più gravosi, come “il dover essere” (efficiente, tecnologico, “connesso”…). Tant’è che volare, e volare cantando, per di più dove sta il sole – cosa impossibile persino all’uomo mitologico Icaro- è grazia, “gratis” per colui che sceglie di osservare sé stesso e il mondo attorno, senza “dover essere”, ma semplicemente “essendo” uomo, donna, giovane, anziano; vivendo nel quotidiano; mantenendo il legame con la natura e il mondo, con la storia e con il linguaggio, specie se “quello che non mente” – come direbbe Vincenzo Luciani- quello dei genitori, dell’infanzia. Don Censi è uno di questi.
La poesia dialettale- purché non sia esercizio “aristocratico” o “populistico” di archeologia linguistica o di falso “verismo” – è perciò tanto più preziosa, quanto più ci ricorda e ci rende presente- e possibile!- l’umanità: desiderio di conoscenza, di progresso, innestato su un fusto pensante, nutrito da linfa del sentimento, radicato nella nostra “natura” animale.
Il poeta Censi, che ricorre al dialetto geranese, fa di più: va a scovare quelle parole antiche, dimenticate, del dialetto, per sottolineare l’urgenza della memoria e la necessità del ricordo, come un’alchimia che distilli preziosità, dal semplice e dal quotidiano. Certamente, l’essere “pastore” e insegnante nella piccola comunità montana di Gerano, lo ha facilitato in questo percorso poetico- e non solo, essendo anche un apprezzabile pittore- ma la sua formazione e le sue attività lo hanno portato anche a confrontarsi fuori di quel mondo, con realtà metropolitane ed ambienti culturali più vasti, non certo per tornare a chiudersi in sé stesso o tra i monti!
La sua poesia è “aperta”, essenziale, non si perde in lunghe digressioni, è misurata nella malinconia e nel dolore; assolata e ventosa; ripiena del colore della natura e della fatica del vivere, del desiderio d’infinito e di vita per sempre. E anche quando è rimprovero, rivela il “pastore” appunto, colui che è “dentro” il suo tempo e “prossimo” alle persone.
Il mondo di paese e quello contadino è raccontato – anzi dipinto con i versi- senza alcun atteggiamento di rimpianto o negazione del progredire umano: è un quadro “oltre il tempo”, un’immagine che conserva la sua forza narrativa e propositiva per l’uomo faber di ogni epoca.
Scegliere poesie tra le tante di questa raccolta, non è facile, dal momento che si leggono d’un fiato e l’una rimanda all’altra, come fosse un discorso ininterrotto; ma non deve trarre in inganno la semplice scorrevolezza dei versi, divenuta musica grazie agli accenti e alla cadenza dialettali: si coglie il labor limae, l’eliminazione del superfluo, per esprimere pensieri e sentimenti limpidi e sinceri.
Questa raccolta è così un poema di vita, nonostante il tempo, mulino che non riposa,/ macina l’uomo vivo. Macina, non annienta, non snatura, semmai “sfarina” per impastare altre esistenze, mescolate e guidate da Colui che sa il fatto suo,/ per continuare a costruire case e livellare vie, /per un domani migliore.
Retrattu
Non s’addo’i
e va scappénno
comme n-mattu,
ccusì de corza
da sfiàtaréte.
Chessa no nnè na cosa
fatta co’ gliu cérévégliu,
manca de ggiudizziu.
Tè ss’à da esse ruttu
iu bilancinu,
òmo degli ggiorni méi.
Ritratto– Non sai dove andare/ e vai correndo come un pazzo,/ così veloce da farti mancare il fiato./ Questo non è un comportamento/ dettato dal cervello,/ manca di giudizio./ Ti si deve esser rotto/ il bilancino,/ uomo dei miei giorni.
De notte
De notte
ju munnu se rémbàrda,
lu bbrùttu alluminatu
se fa bbégliu,
i lampiuni
se confonnàn’ alle stelle,
ju fossu è nspécchiu che camina,
i fucuràli appicciàti
scrivanu longhe favole
pé ju ceru
a abbon’ora, dimani
gnùnu réscopre ju rugnu séu.
Di notte– Di notte/ il mondo si capovolge,/ le cose brutte illuminate/ si fanno belle,/ i lampioni/ si confondono con le stelle,/ il fosso diviene uno specchio che cammina,/ i focolari accesi/ scrivono lunghe fiabe/ per il cielo/ e all’alba, domani/ ognuno riscopre il proprio grugno.
I Penzeri
A n-suffiu
de véntu,
àzzanu e abbàssanu
iu ramu
le frùnni liggére.
Nelle ncontranze,
appicciànu e smorzànu
i-ommini
le cose penzàte.
I pensieri– Ad un soffio di vento/ alzano e abbassano/ il ramo/ le foglie leggere.// Negli avvenimenti/ accendono e spengono/ gli uomini/ le idee meditate.
Ventu gagliardo
Dagliu trabùccu
ju ventu gagliardu
tantu stramalédittu,
oi d’austu,
mè ss’è fattu fratégliu
e m’annariàtu
tra cannìti castagne cerque
e piscari d’acqua.
Alléènote
deventi liggéru
e ffrìchi ju témpu.
Vento forte– Dalla strettoia/ il vento forte/ tanto stramaledetto,/ oggi d’agosto,/ mi è diventato amico/ e mi ha sollevato/ sopra canneti castagne querce e gettiti d’acqua./ Alleandoti/ diventi incorporeo/ e derubi il tempo.
N’àru lume
Pùru ju sole
che rrénta dappétùttu
rémane cécu
alle sféssore dell’àléma.
Iécchi allùmina
n’àru lume
non de tutti,
la fede.
Un’altra luce– Pure il sole/ che penetra dappertutto/ rimane impotente/ nei meandri dell’anima./ Qui illumina/ un’altra luce/ che non hanno tutti,/ la fede.
Contentezza
Mè ssé so’ spontate
le déta
pér raccoglie sfrìzzuli
de conéntezza.
Dicianu
che ddé-llà
non bbàstanu
quattro mani
pé abbranc°réla,
tanta
ne st’àccàtastata.
Gioia– Mi si sono spuntate/ le dita/ per raccogliere trucioli/ di gioia./ Dicono/ che nell’altra vita/ non siano sufficienti/ quattro mani/ per abbracciarla,/ tanta/ ne sta accatastata.
Da gnorante
Fòre
la mela se st’- à spallà,
a mazzocchi e rròsse le vaca
che ha menatu.
E ppenzà che,
da gnorante,
Haéa arrotàta l’accétta
pé ttàgliarél’a ppécone.
Da ignorante– In campagna/ il melo sta collassando,/ a mazzetti e grosse le mele/ che ha prodotto./ E pensare che,/ da ignorante,/ avevo affilata l’accetta/ per tagliarlo dal piede.
Ju vérnu è ppassàtu
Ju vérnu è ppassàtu!
N’zùrdàti dagliu mélore,
la rosmarina,
i fiuri mj della prona,
e le ramora della villaggine
sé sdémognanu.
Jé, cillittu liggéru,
mìàzzo e volo chiocchiénno
addò s’àlloca ju sole.
L’inverno è passato– L’inverno è passato!/ Incalzati dallo scirocco,/ il rosmarino,/ i fiori di ginestra della siepe/ e i rami dell’albero di Giuda/ si inturgidiscono./ Io, uccello leggero,/ mi alzo e volo cantando/ dove trova posto il sole.
Giovanni Censi, nato nel 1942 a Gerano, sacerdote dal 1967, laureato in Teologia, già insegnante e direttore dell’Ufficio Catechistico Diocesano, è da trenta anni Parroco a Gerano. Pittore e scrittore, ha tenuto svariate mostre personali di pittura e ha pubblicato le raccolte: Scarabocchi (2004); Se tte pacenzia ju tempu bbonu arriva (2008); nonché saggi su: Gerano e l’infiorata(1996), Gerano tra Tivoli e Subiaco dalle origini al 1169 (1964), Le chiese di Gerano (2005), Il patrimonio Culturale degli Archivi Parrocchiali di Gerano (2016).
Giovanni Censi, Volo chiocchiènno addo’ s’alloca ju sole, Grafikarte ed. 2016
Maurizio Rossi
pubblicato il 19 Gennaio 2018