Voci dal grembiule d’aria di Giacomo Vit

Recensione di Nelvia Di Monte

   In un percorso ormai quarantennale, due tratti ben riconoscibili caratterizzano la poesia di Giacomo Vit: innanzi tutto la tensione etica di una scrittura sempre attenta alla vita delle  persone, in particolare degli umili ed emarginati, di chi si trova in balia di avvenimenti epocali, difficili da contrastare mantenendo intatta la propria umanità. Un filo rosso che guida la riflessione del poeta, ne smuove lo sdegno di fronte a tante storture, riservando una pietas commossa alle vittime, non solo della guerra, dei lager, di una atavica povertà, ma anche di un più recente cambiamento che, a fronte di un raggiunto benessere materiale, sembra aver prosciugato la società di ideali di giustizia e solidarietà.   

  L’altro elemento è il dialetto, un friulano locale, prossimo ad un’oralità aliena da inutili estetismi: una lingua nascosta «in bocche stanche, in corpi escoriati dal tempo», «oru puor» (oro povero) ereditato non come memoria da idealizzare, ma come strumento necessario per scrutare il presente, «lumìn impiàt cul vuoli / dal timp zut, pa la not / fonda dal avignì»  (lumicino acceso con l’olio / del passato, per la notte / profonda del futuro).

  L’ampia presentazione di Giuseppe Zoppelli approfondisce le tematiche e le variazioni stilistiche nelle opere di Vit, a partire da La cianiela (Marsilio, 2001) in cui confluiscono poesie pubblicate in diverse plaquettes dal 1977 al 1998. Nei primi testi emergono i risvolti più sociali, le fatiche e le difficoltà che opprimono i più deboli, in ogni momento della storia. Poi l’attenzione si sposta sulla natura, sul paesaggio geograficamente connotato della Bassa friulana che, diversamente dalla mitizzazione pasoliniana, diviene spazio che riflette un’angoscia esistenziale che accomuna i viventi, «il canto dissonante del verde tutt’intorno… / Un velo appiccicato sulle cose / il senso di tanta sofferenza».

  Rispecchiandosi nella realtà esterna, sia essa naturale o sociale, il soggetto lirico riesce a trovare un punto di sosta, una forma di identificazione profonda e condivisa con cui affrontare il dolore che dilaga o l’insensatezza di tanti accadimenti, quell’assurdità del vivere che talora deflagra in una accesa espressività dove lo stile sincopato manifesta il venir meno di una via d’uscita: «Erin baras’cians / ch’a ti fondavin, / erin cians neris / ch’a sbusavin il dì… » (Erano intrichi d’arbusti / che ti affondavano, / erano cani neri / che foravano il giorno…). Bisogna credere nell’empatia tra gli esseri viventi, nei gesti legati alla terra e alla sopravvivenza, nella parola come resistenza al nulla. Questa fiducia tesse dei legami che, nonostante tutto, tengono insieme la compagine umana, concedono momenti di quiete e affetti, consentono di riconoscersi in  un mondo abitabile in cui vale ancora l’invito: «fatti cogliere sul confine / di un luogo ancora tuo».

  Zoppelli sottolinea come in Vit, “se il singolo testo si accende a volte di lirismo, il macrotesto recupera una postura narrativa” che ben si addice alla cultura orale popolare e contadina che il poeta ha sempre presente. Ma è una forma narrativa dalle molte sfaccettature, in cui “illuminazione lirica” e racconto, simbolismo ed espressionismo, tono colloquiale e sperimentalismo si intrecciano o si succedono nelle varie raccolte.    

  Dopo il poemetto La plena (Biblioteca Civica di Pordenone 2002), che Zoppelli definisce una grande allegoria, “una sinfonia liquida in cinque movimenti”, in Sòpis e patùs  (Cofine, 2006) Giacomo Vit torna ai temi precedenti, strutturandoli seguendo i quattro elementi eraclitei e dove «un lengàs di sòpis e patùs» (un linguaggio di zolle e alghe) fa da tramite con un mondo che  «al va in slanìs» (va sfacendosi) senza che si possa scorgere qualche elemento di salvezza, se non quei «sogni che abbiamo fatto un giorno stesi / su campi senza ombre» o «il respiro di una stella» alla quale leva lo sguardo un soldato durante la guerra in Iraq.

  Ha una forma coesa ma fluida il poemetto Sanmartìn (LietoColle, 2008) che tocca diverse esperienze del traslocare, tema quanto mai adatto a unire l’aspetto storico-antropologico (l’11 novembre scadevano i contratti di mezzadria e molti contadini dovevano cercare un’altra casa e padrone) e la precarietà esistenziale dell’uomo contemporaneo che aspira ad avere un posto sicuro, anche solo un puntino che «non si mescoli mai / con gli inferni quotidiani». Invece il mondo continuerà ad oscillare «tal òur dal vuòit » (sull’orlo del vuoto), ed è inutile domandarsi «la ragione di ogni trasloco, / di ogni castello di carta / soffiato giù dal destino». Vit ha una particolare capacità di dare forma tangibile a pensieri, sensazioni, sentimenti, con immagini che utilizzano elementi concreti tali da rendere più incisivo il disincanto, più amaro il commento, più aspro il confronto tra sogni e realtà: «Quale montacarichi / avrà la forza / di spostare quintali / di delusioni / accumulate agli angoli / della camera?». 

  Dagli oggetti che appartenevano ai prigionieri dei lager “il mio sguardo poetico è stato catturato”, spiega l’autore nella nota introduttiva alla raccolta Zyklon B – I vui da li’ robis (Gli occhi delle cose) (CFR, 2011): occhiali, scarpe, valigie, fotografie testimoniano la vita di tante persone annientate «mentre la storia-gambero / si muoveva in un fiume di cenere». È compito delle cose mostrare l’orrore e, nello stesso tempo, salvaguardare «la pace del ricordo che / nessun gas potrà / uccidere; scortecciato, spaccato, / sbrindellato il paiolino / non smetterà / di versare la mai fiaccata sete / di umanità». È la raccolta in cui più intensa si fa la tensione etica del poeta, che invita gli oggetti a raccontare e lui ne scriverà, «anche se la mano / incespicherà / sulle parole». Chiude la silloge l’immagine di una bambina che, con occhi non sporchi di fumo, forse un giorno riuscirà a «vuardà in duà che il vint / al si srodolea ridint» (guardare dove il vento / si srotola ridendo).  Nella poesia di Vit sono ricorrenti le immagini di un’infanzia portatrice di un futuro appena abbozzato che potrebbe schiudere differenti e più umane possibilità.

  E ad un bambino è dato il compito di aprire uno spiraglio nel pessimismo che percorre i testi di Trin freit (Circolo culturale Menocchio, 2014), che prendono spunto dalla gelata invernale del 1929, e dove il freddo e il bianco della neve caratterizzano il succedersi, in luoghi domestici o assai lontani, dei principali avvenimenti del ’900, fino ad un presente caratterizzato dal dilagante consumismo in cui anche il freddo si compra, infilandolo in «carrelli pieni di roba, pieni / di pieno». In un mondo ormai omologato, un anziano si rivolge  al bambino «flòur nassùt ta la viarta» (fiore nato in primavera) con un consiglio che suona come un lascito generazionale: «E quando i Signori del freddo / ti costringeranno a chiuder la bocca, / tieni a mente le parole / che ti aveva insegnato la vigna / luccicante».

  Non viene meno la fiducia di Giacomo Vit nella forza delle parole e nella poesia che le custodisce. Parole «rubate di nascosto / dalle vostre labbra sfinite (…) o afferrate al volo / nell’aria, come farfalle strambe» che, se non disperdono il legame con la terra, con gli altri, con la concretezza della vita, sono in grado di «colmare un pezzetto di vuoto, una scheggia di nulla». Sillabario di vento è il titolo che raccoglie i testi inediti che concludono il volume, poesie come l’elenco di un alfabeto che tocca ricordi e attualità, pensieri e desideri, esperienze personali e sociali. È presto per dire come evolverà questa futura raccolta, di certo lo stile si è fatto più disteso in una scrittura poetica che è incessante ricerca di senso ma anche creazione di uno spazio dove ritrovarsi: «Cun chès peraulis ulì, iò mi soi fat un silabari, un labirint / in duà ch’i mi cori indavòur» (Con quelle parole, io mi sono costruito un sillabario, un labirinto / dove m’inseguo).

Nelvia Di Monte

 

Giacomo Vit, Vous dal grumal di aria, Poesie in Friulano 1977-2017, Puntoacapo Editrice, Pasturana (AL) 2018

 

 

Pubblicato il 12 settembre 2018