Vixita à Palaçio Inreâ di Alessandro Guasoni

Recensione e scelta di poesie di Maurizio Rossi

Alessandro Guasoni, nato a Voltri nel 1958, poeta e prosatore in genovese, tra le sue pubblicazioni ricordiamo A pòula e a lunn-a (1997), Carte da zeugo (2003), Cantegoe (2005), Barcoin, Sette racconti in lengua lìgure (2006), Contravenin (Prova D’Autore, 2008), Grammatica genovese in tasca (con F. Toso), 2010; Turchin (2016). Nel 2006 ha ottenuto il Premio Nazionale “Giacomo Floriani” di Riva del Garda per il libro edito di poesie in dialetto, mentre nel 2007 l’Associazione genovese “A Compagna” gli ha conferito il Premio “Luigi De Martini” destinato a chi si sia distinto nell’opera di conservazione e valorizzazione delle parlate liguri.

Ottanta pagine di Poesia pura, incantamento, rime, musica e immagini che scorrono come un ruscello di montagna. Si percepisce l’aria del mare, la sua voce portata dal vento che s’agita nei versi. È viva la presenza del Poeta; anche quando non parla si sé, lo vediamo scrivere, passeggiare per i carrugi, fermarsi davanti al mare. “io vorrei che voi, proprio voi, / riempiste il mondo di poesia e poesia, /ma di quella vera, che va sempre bene, / che uno la butta per terra e non la rompe, /” È così, la poesia vera, onesta, va bene sempre perché non è mai fuor di luogo, non tramonta mai, non si rompe, anche se maltrattata, letta male, rifiutata; “alta di fronte al cielo, investita di luce, / come un muro, un campanile,” Si tratta d’un monumento che non atterrisce o schiaccia con la sua grandezza, ma che ricorda a tutti che si può ancora fare, poiein, per dire “non ci siamo arresi/ non abbiamo piegato la testa”…”Il mondo è un grande libro cifrato in attesa di essere letto” disse l’Autore intervistato da Roveda nel 2006; e lo ripete:”Tutto scritto nel libro del tuono, / scalpellato sulla voce del vento, / che sulla spiaggia d’inverno oggi urla.” come un’ossessione “L’ossessione di questi sogni marini, / nel buio e chiaro dormiveglia / ..che..forse un giorno tra i giorni avrà fine. / Il Poeta è capace di volare e conosce i segreti del cielo più alto e sfiora i tetti e i rami degli alberi, in un sogno ad occhi aperti come un quadro di Gonsalves, sospeso tra realtà e fantasia.

Ma Guasoni non è un sognatore, né un fingitore: ama raccontare la realtà come la vede, con occhi privi di categorie abituali, misurando le emozioni con i ricordi e con la visione della sua terra e del suo mare; essi stessi “categorie”, perché rappresentano terra e mare di ogni luogo e tempo: quanto più è la sua Liguria, tanto più è il “villaggio dell’uomo”. Di ogni uomo. Allora, il Palazzo Reale, diviene Palazzo Irreale, che è e non è, continuamente plasmato e sciolto dall’acqua, simbolo di purificazione  e di rinnovamento. Il Palazzo è altresì metafora della vita, con gli specchi che adombrano la coscienza di sé, ma anche rimandano la realtà con differenti coordinate; il verso si scompone e si ricompone in prosa poetica, forse per l’urgenza del dire la visione dell’esistenza  e della morte  “un al di là che è già di qua: è la forma, la bellezza e il destino che non si può evitare. I sogni, le parole continuano anche dopo.”

È poesia di pensiero, strettamente legato all’emozione; diceva giustamente lo Chateaubriand  che i poeti sono di stirpe divina e che essi posseggono il solo incontestabile ingegno di cui la natura abbia fatto dono alla terra. La loro vita è semplice  e sublime; essi celebrano gli Dei con la bocca d’oro e sono gli uomini più ingenui. Che il verso sia bello ed elegante non basta; è necessario anzitutto che esso contenga un’idea, un’immagine, un sentire. “Odio il verso che suona e che non crea!”, esclamava Foscolo.

“Come sono belle e semplici queste parole…Ma quanto divengono difficili da capire in questo Palazzo, dove tutto è complicato, anche le minime cose della vita, e da come lo guardi e lo rimiri, sembra che abbia sempre una forma diversa e non lo potrai mai vedere realmente com’è…” Quando si complica ciò che è semplice, lo si rende incomprensibile ai più; per questo la Poesia di Guasoni, fugge dalla complicazione, ritorna al semplice, al quotidiano, semmai alla complessità di un gomitolo avvoltolato senza un principio e una fine; perché ciò che è limitato, ha un prima e un dopo, una consecutio temporum che il poeta rifiuta, come rapporto di causa effetto; così come non crede all’eternità, ma in un giorno fuori dal tempo, in cui può starci una “Presenza muta di chi, accanto a me, / fu per anni, si posa sull’acqua / presso il cielo, che guarda ad occhi spalancati. /” Giorno nel quale chi fu per anni è presente e guarda e non ha la parola, perché le parole sono traduzioni di una lingua che non esiste; la lingua possibile è il sussurro agli stipiti delle stagioni, mentre settembre raccoglie i suoi frutti – pomodori, carote, cipolle – che sono le autentiche parole, dalle quali ricostruire il dialogo tra le persone.

Anche dall’amore- appena accennato, ma con quale forza espressiva (che ricorda Neruda) – si può ritornare alla lingua comprensibile, alla semplicità “..donna di rose e latte…sei un corpo che parla / con i quadranti del cielo…che spinge ad allontanarsi da un mondo chiuso, ripiegato su di sé, verso il mare aperto; lì non ci sono limiti al pensiero, alle emozioni per ciò che non possediamo, non più, ma che ci appartiene.

Il Guasoni, fa poesia alchemica; la fa su un difficile terreno, in cui le sabbie mobili dell’autocompiacimento possono inghiottirla, la durezza del terreno può non farla radicare e viene spazzata dal vento delle proprie visioni, l’oro può ridiventare fango…Ma non accade niente di tutto questo: i poeti sanno che  “l’alchimista del pensiero/ insegue la mutazione/…rimescolando sul fuoco vivo/ anni e domande/ e soluzioni antiche/ per distillare il vero.”

 

 

A poexia

 

No ve stæ à credde che ne segge gioso

comme i mai çiçilien de barsellette;

mi vorrieiva che viatri, pròpio viatri,

impisci o mondo de poexia e poexia,

ma quella vea, ch’a va ben de longo,

che un o a caccia in tæra e a no se rompe,

che ançi co-i anni a cresce ancon de ciù,

erta de fronte a-o çê, investia de luxe,

comme ‘na miagia, un campanin, ‘na tore,

ch’a digghe à tutti: “No se semmo arreixi,

no emmo cegou a testa, semmo chì.”

 

LA POESIA – Non crediate che io ne sia geloso / come i mariti siciliani delle barzellette; / io vorrei che voi, proprio voi, / riempiste il mondo di poesia e poesia, / ma di quella vera, che va sempre bene, / che uno la butta per terra e non la rompe, / che anzi con gli anni cresce ancora di più, / alta di fronte al cielo, investita di luce, / come un muro, un campanile, una torre, / che dica a tutti: “Non ci siamo arresi, / non abbiamo piegato la testa, siamo qui”.

 

 

 

Na luxe gianca

 

A vastitæ de l’ëse a peu ëse dita

co’un raxonâ infinio, stramesuou,

ò con na poula sola, bella drita,

acciantâ in mezo a-o cheu comme o peccou.

A se peu imaginâ, ma no ëse scrita,

nì prononçiâ; quæ bocca a l’aviâ o sciou

ch’o baste a dî a veitæ mai ciù descrita,

o nomme d’ògni nomme do Creou?

Respio, montagne, tòsto unn’onda à xeuo,

à cavallo do mondo: l’universo

ampolla de savon in scöso a-o veuo.

Na luxe gianca à impî o drito e o reverso

de l’ëse e do no ëse, inte l’oa à neuo

in scî anni averti do tempo desperso.

 

UNA LUCE BIANCA – La vastità dell’essere può essere detta / con un discorso infinito, smisurato, / o con una parola sola, bella diritta, / piantata in mezzo al cuore come il peccato. // La si può immaginare, ma non scrivere, / né pronunciare; quale bocca avrà abbastanza fiato / che basti a dire la verità mai descritta, / il nome di ogni nome del Creato? // Respiro, montagne, quasi un’onda a volo, / a cavallo del mondo: l’universo / bolla di sapone in grembo al vuoto. // Una luce bianca a riempire il dritto e il rovescio / dell’essere e del non essere, nell’ora che galleggia / sugli anni aperti del tempo disperso.

 

 

 

Mi son quell’òmmo

 

Mi son quell’òmmo ch’o l’é bon de xuâ

e o sa i erti segretti di erti çê;

schiffiscio i angei, i teiti ingoæ da-o mâ

comme inte ‘n grande ciæo d’arzento e amê;

passo e me perdo, o cheu o meuiâ e o moiâ

in scî erboi de nuvie pe-i santê

larghi de na mattin invexendâ,

tocco e seu ramme secche con i pê.

Pe l’äia de diamante into giardin

de reuse gianche parlo a-a statua gianca,

fasso conversaçion con o destin,

là donde maniman o ciæo o l’ammanca,

ammio, à Ponente ch’o l’é giassa e feugo,

e poule d’æña arrecampæ pe zeugo.

 

IO SONO QUELL’UOMO – Io sono quell’uomo ch’è capace di volare / e conosce gli alti segreti degli alti cieli; / sfioro gli angeli, i tetti ingoiati dal mare / come nel gran chiarore di argento e miele; // passo e mi perdo, il cuore maturerà e morrà / sugli alberi di nuvole per i sentieri / vasti d’un mattino entusiasta, / tocco i loro rami secchi con i piedi. // Per l’aria adamantina nel giardino / di rose bianche parlo alla statua bianca, / faccio conversazione col destino, // là dove a poco a poco il chiarore si spegne, / guardo, verso il Ponente di ghiaccio e fuoco, / le parole di sabbia raccolte per giuoco.

 

 

 

A-i mæ vegi

 

Oua che sei vegnui comme figgeu,

pægi à tanti, e perdui inta lontanansa

do tempo, oua vòstro figgio o peu

portâve lê pe man, sensa temmansa

do scuo, anâ ciù in là de l’erba erta

da neutte, lontan da-a dittatua

de imagine, à na lassa za deserta

dond’a ven sorda e òrba ògni figua

do nòstro mondo e ògni segnâ o l’é asmòrto.

Aniemo fin a-o Luna-Park da Foxe

à demoâse, tra o vento e i ciæi do pòrto

donde tanti cammin pâ che s’incroxe

e donde no s’afferma i treppi e o rie,

e speançe e inluxoin ballan insemme

con e scimie, i paggiassi, i mostri, e strie

e ne resciöan, tanto che o cheu o no tremme

quande aniemo a-i mistëi do laberinto

di spegi, e o freido o n’aspëtiâ de feua.

Pöi, pe finçion, tra i ciæi de’n mondo finto,

ne portiâ lasciù in erto l’öo da reua.

 

AI MIEI VECCHI – Ora che siete divenuti come bimbi, / uguali a tanti, e perduti nella lontananza / del tempo, proprio ora vostro figlio può / condurvi lui per mano, senza timore // del buio, andare oltre l’erba alta / della notte, lontano dalla dittatura / delle immagini, ad una spiaggia ormai deserta, / dove diviene sorda e cieca ogni figura // del nostro mondo e ogni segnale è spento. / Andremo fino al Luna-Park della Foce / a divertirci, tra il vento e i chiarori del porto / dove tante vie sembrano incrociarsi // e dove non si fermano gli scherzi e le risa, / e speranze e illusioni danzano insieme / con le scimmie, i pagliacci, i mostri, le streghe / e ci consolano, aff inché il cuore non tremi // quando andremo ai misteri del labirinto / degli specchi, e il freddo ci aspetterà di fuori. / Poi, per finzione, tra i chiarori di un mondo finto, / ci porterà lassù in alto l’oro della ruota.

 

 

Alessandro Guasoni, Vixita à Palaçio Inreâ. Poexie zeneixi, Ed. Zona, Genova, 2018

 

 

Maurizio Rossi

 

 

Pubblicato il 16 gennaio 2019