Esistono, nei sistemi linguistici, categorie e termini che possiedono un “significato secondo”, già previsto e contemplato da quel codice della convenzione – mappa storica in continuo aggiornamento – dalla «opera naturale» degli idiomi umani. Penso in particolare ai verbi modali tedeschi, che possiedono, tutti e sei, un significato “oggettivo” e un significato “soggettivo”. Ebbene, nulla e nessuno può distogliermi, sia nella pratica corrente, sia nella riflessione metalinguistica su questi fenomeni, dal fare scorrere tra questi blocchi di significato canali e canaletti di raccordo, che, pur riconoscendo e accettando le differenziazioni nell’uso, pure ventilano ipotesi di vicinanza (affinità? analogia? salti senza passaggi?). Non ho potuto fare a meno di pensare a questi collegamenti nel leggere i 10 passi de Il significato secondo del bianco di Viviana Scarinci.
Si pensa “bianco” e scatta – significato primo? – il testimone in direzione di “nitore”, di “assenza di colore”. E poi? Perché non basta a Viviana Scarinci (e a noi che la leggiamo) il “significato primo”? Perché il “significato secondo” si manifesta – il sottotitolo lo esplicita – come nostos, come ritorno? Ritorno a che cosa? Queste sono state le mie domande-timoniere nel percorrere i 10 passi, nel mondo della storia e del mistero, anzi dei misteri (iniziazione, furia, segreto fanno qui spesso capolino), della disambiguazione e della disgiunzione (la barra obliqua dell’incipit non è casuale), della salvezza e della dannazione, del sorriso sovrano delle cose, accanto e dopo il «vespaio» delle parole. Queste domande, insieme agli indizi lasciati ad arte e con amore, dalla citazione iniziale di Marianne Moore alla postfazione, hanno reso possibile un incontro inusuale, non timoroso di attriti e veri propri scontri, tra luce e materia. Che i colori possano essere corposi, è licenza, per ritornare alla coppia di aggettivi iniziale, prevista e contemplata dalla lingua italiana. Quanto corposo possa essere il caglio, quanto vera possa essere la caligine del non colore è il punto di partenza, motore alacre, della ricerca di Viviana Scarinci ne Il significato secondo del bianco. Chi legge scoprirà quale è qui il punto di approdo e individuerà, molto probabilmente, quei sottili canali di raccordo tra significato primo e significato secondo.
la complessità non è un delitto, ma se la portate
fino alla soglia dell’oscurità,
più nulla sarà semplice. La complessità,
poi, che sia stata affidata alle tenebre, invece
di dichiararsi per quella peste che è in realtà, si agita intorno
come per confonderci con la tetra
illusione che l’insistenza
è la misura di ogni risultato e che ogni
verità dev’essere caligine.
Marianne Moore, da: In the Days of Prismatic Color
Storia di un ritorno in 10 passi (2014)
che non sia quella/o la cui nomina più ragionevole consisterebbe
pur richiamandola/o attraverso riferimenti circostanziati e menzogneri
nonché supportati da un’unica fraudolenta timidezza
o dall’ipotesi di un contatto appena pronunciato
che mistifichi alla fine ogni cosa
come un vento che annuncia un terribile corso
il quale sottoporrà a ineluttabili cadute
estraneazioni precise e ripetute a non esserci nessuna/o
che voglia o dica se non che il convincersi a scrivere
una strada di ritorno da dove non c’è ritorno e tornare
ma soltanto dopo certi dialoghi dall’ubicazione irriferibile
che abbiano avuto almeno nel nome un’interrogazione orfana di latitudine
a rendere difficilissima l’interlocuzione
e senza nessuna speranza l’esattezza della pronuncia
neanche compitandola come fosse qualcosa da mandare a mente
o a voce alta un fraseggio pescato da un’ambientazione già redatta
rendeva all’esser presenti
una forza di corpi casuali
come se ammutolire
fosse il nostro espediente
linee facoltative ci declinavano il viso
e in questo c’era un’indubbia solennità
di carboni sul braciere
che dava come una luce di trincea
né giorno né notte ma tanta luce e tanto buio
ripartiti senza indagine
e la complessità della sete
sotto il cielo più sterminato che l’aria
chiedeva in termini di silenzio
suggestioni dovute a farci prendere da un nome
nel vespaio delle parole che non fanno l’amore.
Se le cose sapessero di dover rinunciare al proprio
si riprenderebbero l’erranza, vacanti com’è giusto
finché non si compia la loro terzietà.
E basterebbe che ognuno onorasse
i confini della propria grazia senza debordare
per timore di panorami minori di là
nutriva la sua mancanza
come un’immagine potenziale
che non ci comprendeva
se non fraintesi nella mischia di poche forme
a dire il contrario, a dirci che eravamo noi
lo stanziamento la quota e il consumo
quel vaso era una stella con valori di moto proprio, ardeva
seguendo meccaniche sue, affogava
dopo cercata l’aria col capo, spariva
nella bonaccia non meno piatta di una liturgia
“senza runa Canopo, senza tempo
che saldi il tuo corpo alla reposizione”
c’era un’analogia il cui significato secondo era il bianco.
Da allora tutto ciò che preferii stava fuori
oggetto tra oggetti superbi e dalla mimica oscura
(o sottoggetto umano smesso il soggetto per manifesta impossibilità)
isola emersa da poco che sembrava indicarsi
sempre cambiata tra le brume e un presente a posteriori del sole
caricavano l’orizzonte come se fosse l’arsura
che il mare in ogni caso prosegue a spuntare nuove isole
a perturbare misurazioni che una geografia consumata
scovava in luoghi fattibili luoghi in cui fotoni
avvertiti delle contrarietà risalivano la luce
come se non essere visti fosse l’ultimo cimento
fatto proprio l’aspetto di un patto
in cui si debba rimanere ancora un poco
a ogni avvistamento il suo tenore incongruo.
Inevitabile ciò che l’attraversamento richiede:
i pensieri in qualche modo appoggiati.
Appoggiano a una mancanza di attenzione
i capelli freddi nell’aria fredda sono i fili che sono.
Il corpo lasciato a sé conserva un suo nitore
malgrado non si sia accorto. Incerto resta lì
è un atto di condanna e poca cosa
quando avviene il miracolo di cercarsi.
Sono immaginose le cose
non smettano di accadere
pure cessando costringono
a una memoria inadeguata
e al silenzio che sarebbe invece
un movimento di solo ritmo.