Vittorio Clemente una vita per la poesia

Recensione di Marco Scalabrino al libro di Pietro Civitareale

“Scrivo in dialetto – ebbe a dichiarare Vittorio Clemente – per un mio naturale bisogno espressivo. Io mi sento intimamente inserito nella mia terra abruzzese e sento che il mio linguaggio si fa di più ed essenzialmente abruzzese”. Il dialetto – aggiunse – è un linguaggio e come tale può assurgere ad espressione d’arte.

Fra i maggiori poeti dialettali abruzzesi del Novecento, Vittorio Clemente esordisce nel 1924 con la raccolta Prime canzone, ma è con i poemetti Acqua de magge (Acqua di maggio) del 1952 e  Canzune ad allegrie (Canzoni ad allegria) del 1960, che raggiunge l’apice della sua creatività. Nel 1965 pubblica la sua ultima opera, intitolata Serenatelle (Serenatelle). Nel 1970 esce poi la sua opera omnia; questa raccoglie: Sclucchitte (Papaveri), Tiempe de sole e fiure (Tempo di sole e fiori), Serenatelle (Serenatelle); nonché i poemetti: Giuvveddì Grasse (Giovedì Grasso), Acqua de magge (Acqua di maggio), Canzune ad allegrie (Canzoni ad allegria), Nu fatte allu Murrone (Un fatto al Morrone) e altre composizioni.

Nasce a Bugnara (L’Aquila) nel 1895 Vittorio Clemente. Direttore didattico e poi Ispettore Scolastico, inizia a scrivere giovanissimo, pubblicando i suoi lavori su “La Piccola Tribuna” di Torino e su alcune riviste fiorentine. Nell’agosto del 1915, da sottotenente di fanteria sul fronte carsico, è chiamato a collaborare all’Ufficio Stampa e Propaganda dell’Armata. Nel dopoguerra si dà all’insegnamento; nasce il suo interesse per la poesia dialettale, esercita la critica letteraria e si occupa di letteratura popolare e dialettale. Membro, dal 1939 al 1973, del “Gruppo dei Romanisti”, muore a Roma nel 1975. 

Il fine dell’odierna monografia – attesta Pietro Civitareale – è “quello di predisporre uno strumento in grado di orientare il lettore”, che tende altresì “a fornire la caratteristica dello stato d’animo del poeta”. Essa “raccoglie scritti critici ed esegetici riguardanti l’opera poetica di Vittorio Clemente, il [cui] valore è innegabile”. Vittorio Clemente – prosegue Pietro Civitareale – fu “un poeta d’una straordinaria specificità timbrica, tutto teso a ritagliarsi un ideale di verità umana e artistica, in cui la ricollimazione con la terra natale scaturisce dal bisogno di indicare un punto di riferimento costante”, dalla sua “volontà di autoidentificazione col paesaggio umano, storico e geografico dell’Abruzzo. Della poesia in dialetto egli tende a riaffermare gli attributi della oralità e della immediatezza espressiva. Ma nello stesso tempo certifica anche che l’epoca dei poeti a braccio è tramontata, che la modernità sta cancellando ogni traccia di aedismo popolare, di improvvisazione lirica”. La poesia dialettale – evidenzia Pietro Civitareale – ha un “carattere di autenticità originaria e se da un lato essa può apparire, al presente, come un anacronismo, dall’altro si offre come un segno di riconoscimento nel trapasso di un’epoca storica, come quella che stiamo vivendo, in cui la cultura delle “piccole patrie” rappresenta ancora un codice di identificazione e di risarcimento individuale”.

Due le facce della poetica di Vittorio Clemente: “da una parte rivolta alla introflessione, allo scandaglio della interiorità; dall’altra, alla registrazione degli aspetti dominanti dell’ambiente umano e naturale nel quale il poeta si trova e opera”. Svolta “all’insegna della rimembranza”, l’esperienza poetica di Vittorio Clemente “si colloca nell’ambito di quella tradizione italiana, segnatamente leopardiana e pascoliana, che trae i suoi temi e i suoi motivi dall’autobiografia, cioè da quel complesso interattivo di elementi personali ed extra-personali che costituiscono l’esperienza individuale”.

La sua visione, pertanto, ha “la particolarità di dipendere non tanto e non soltanto dalla immaginazione quanto dalla memoria, attraverso cui il poeta tenta di riscoprire, nella loro originaria purezza, i momenti culminanti del proprio passato. Quello di Clemente, dunque, si configura come un viaggio esistenziale alla ricerca di una verità del passato”.   

I contributi critici di Ottaviano Giannangeli sono, in assoluto, i più numerosi e consistenti. Ma, altrettanto decisivi risultano i contributi critici forniti da Pier Paolo Pasolini e da Franco Brevini, i quali lo hanno incluso nelle loro rispettive antologie: Poesia dilettale del Novecento, del 1952, e Poeti dilettali del Novecento, del 1987.

Pietro Civitareale, Vittorio Clemente una vita per la poesia, Edizioni Cofine, Roma, 2017

 

Marco Scalabrino

 

pubblicato 12 febbraio 2018