VINCENZO SCARPELLINO. Antologia

a cura di Cosma Siani

[NOVEMBRE 2016] Vincenzo Scarpellino. Antologia, Aperilibro n. 5, prefazione di Cosma Siani, pp 32 autocopertinato, euro 5,00

Questo volumetto, il quinto della collana “Aperilibri” raccoglie la selezione di alcuni testi in dialetto romanesco del poeta Vincenzo Scarpellino: un poeta ruvido, talvolta spigoloso, ma pure dolcissimo; appartato, sdegnoso e sdegnato e, al tempo stesso, partecipe e fraterno, un poeta che cammina al nostro fianco nella strenua comune fatica “der vive quotidiano”, un poeta della disperata speranza 

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L’AUTORE                  

VINCENZO SCARPELLINO (Roma 1934-1999) ha svolto attività nel settore delle assicurazioni con incarichi sindacali.

Nel 1981 fece parte del «Centro Romanesco Trilussa» per poi trasmigrare nel gruppo del «Rugantino» col quale ha collaborato a lungo. È stato cofondatore dell’Istituto Dialettale Culturale Rugantino.

Ha pubblicato suoi lavori sui più rappresentativi periodici romani fra cui Romanità, Lazio ieri e oggi, Voce  Romana. Nel 1984 ha vinto la IV edizione del «Trofeo Rugantino». È del 1984 pure il suo primo libro di poesie Roma contro, seguito, nel 1985, da un secondo, Li govenicoli, in coppia con Luciano Luciani, suo amico fraterno. Il volume è illustrato da vignette di Ivo Guaragna.

Scarpellino ha collaborato, fin dalla sua nascita, con la rivista Periferie.

Si è spento il 20 dicembre 1999, mentre stava per pubblicare Foja ar vento, uscito postumo nel 2000 (Edizioni Cofine, Roma).

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NEL LIBRO                       

Prefazione  di Cosma Siani

Vincenzo Scarpellino trasse linfa dall’humus romano. Fece parte del Centro Romanesco Trilussa, fu tra i fondatori dell’Istituto Dialettale Culturale Rugantino, pubblicò poesie sui periodici Romanità, Lazio ieri e oggi, Voce romana. Venuto a morte prematura, quale pegno amicale fu a lui intitolato il Centro di Documentazione della Poesia Dialettale, promosso e diretto da Vincenzo Luciani e Achille Serrao. Essi hanno dato rilievo alla voce poetica di Scarpellino, il primo dando alle stampe il volume postumo Foja ar vento (2000), il secondo prefacendo tale raccolta.

La prefazione di Serrao contiene idee importanti per collocare la poesia di Scarpellino, più che nel quadro romanesco attuale (non facile da afferrare o apprezzare), nella sfera d’influenza del Belli. L’ascendenza belliana è consapevole e dichiarata, e perciò cadono a proposito le parole di Vincenzo Luciani, che nella postfazione a Foja ar vento parla di “un unico modello e maestro, il Belli, frequentato con devozione, con l’orgoglio e la ribalderia del ‘romano de Roma’, legato a doppio filo alla grande tradizione romanesca”. Ascendenza che il prefatore Serrao tende a mettere a punto e ridimensionare, lamentando il fatto che “una raccolta che impieghi il romanesco, e per di più nella forma chiusa del sonetto, debba in ogni caso passare per le forche caudine dell’apparato belliano”.

Certo, ammette egli stesso, il fatto che venga usata quasi esclusivamente la forma del sonetto, e il ricorso alla satira e al sarcasmo come pratiche dissacratorie, sono elementi che affiliano l’autore contemporaneo al padre della poesia romanesca, ma anche rappresentano una “adesione al congegno metrico” senza il quale – pare dichiarasse convinto lo stesso Scarpellino – la poesia romanesca perderebbe il suo ubi consistam espressivo. Del resto, prosegue Serrao (e non si può non convenire), a Scarpellino “manca del tutto, non dico l’assunto programmatico, ma perfino l’intenzione di costruire un ‘monumento’ alla plebe; e non c’è in lui, come c’è invece in Belli, il distinguo fra la voce del poeta e quella del suo personaggio parlante. In Foja ar vento il poeta accampa in toto il suo ‘io’ dilacerato”.

In effetti, Scarpellino, oscillando fra l’asse della tradizione con la forma del sonetto, e l’asse innovativo che trova in Dell’Arco il primo riconosciuto esponente, di certo non rientra fra quelli che Pietro Paolo Trompeo negli anni quaranta chiamava i “romanesconi” ridanciani o sentimentali; e si destreggia fra i rischi di smancerie e sentimentalismi esplicitati nello stesso periodo da Antonio Baldini. Non c’è ombra in lui di tonalità dettate dal rimpianto del bel tempo andato e del piccolo mondo antico, di quadretti nostalgici, di bozzetti rugantineschi, di truculenza popolana, nemmeno quando ripiega in toni elegiaci e conclude un sonetto (“Er vive quotidiano”) dicendo “pe dà lo sfratto a la maliconia”, perché simili toni in lui suonano robusti e non abbandonati alla fatalità. E quando sull’onda della passione civile indulge a virulenza verbale, è virulenza dettata da rabbia della ragione, non da tristiloquio popolaneggiante.

Egli si definisce, e vuole essere riconosciuto, come “voce de protesta” (nel sonetto “Un’antra foja ar vento”); e in effetti, per dirla col prefatore Serrao, egli si fa uno degli “strenui fabbricanti di sogni, [che] adunano parole intorno a una frantumata realtà della quale intendono farsi comunque interpreti fervorosi”. In realtà, Scarpellino ha due registri nella sua tastiera, uno sociale e uno filosofico. Potrebbero essere la stessa cosa, perché la denuncia sociale nasce in lui da una disposizione latamente filosofica a considerare la vita, a cercarne le motivazioni in qualcosa di trascendente, e le responsabilità nella struttura terrena e umana. È una duplicità che si proietta nella stessa divisione della raccolta Foja ar vento: una prima parte intitolata “Momenti”, che aggrega appunto la disposizione filosofica, e una seconda e una terza intitolate “La politica”, che dà voce alla denuncia politico-sociale, e “L’anticlericalismo”, assimilabile alla seconda in quanto denuncia le incongruenze di una struttura umana; con sovrapposizioni e intrecci fra le varie parti, naturalmente.

Nella duplice disposizione di Scarpellino, troviamo momenti felici e momenti irrisolti. Il primo brano della sezione “Momenti”, intitolato “A un passo dall’antro monno”, già contiene uno dei timbri forse migliori o quantomeno efficaci. L’appressarsi della morte – “…la strada pe scoprì l’arcano / che all’omo je scancella ogni dolore” – detta un tono pacato e una costruzione di pensiero proporzionata e armonica: nell’atmosfera elegiaca, non stonano né giungono scontati atteggiamenti di pensiero che gli fanno dire: “er sottofonno d’un parlà lontano / scanza er silenzio senza fà rumore”; oppure, poco dopo, “Nun t’aricordi più si prima c’eri”.

In questa positura osservativa e pensosa, perfino il bozzetto – e Scarpellino non è un bozzettista – ha una sua misura gradevole e un pensiero efficace, come in “Un quadretto”, in cui la notte è amica connivente delle effusioni di due innamorati: “er passato, er presente cor futuro / li senti baccajà dov’è più scuro”: l’amore è vitalità inconsapevolmente immersa nel tempo dove la vita del poeta che osserva si consuma. Sono momenti di rilassamento, dai quali l’autore si ritrae ben presto, per ritornare alle interrogazioni tipiche del modo che abbiamo chiamato filosofico: “Ma io chi so’, che fo sopra ’sta tera?… / e si so’ vivo manco ne so certo”; “Gni attimo che score… è già passato! / Lo voi fermà, ma quello se n’è ito”. La disposizione filosofica, questo elucubrarsi sul tempo che passa e l’appressarsi della morte, sono talora incrinati da apostrofi didascaliche e addirittura moraleggianti, che sono la nota ovvia in questo registro di Scarpellino: “Finché la gente nun l’avrà capita / che ne l’amore vive la sostanza / nun potrà avé mai gnente da la vita”; oppure: “Perché de dietro a la mentalità / de chi vorebbe vive de grannezza / ce s’anisconne solo povertà”.

Questi sono gli esiti “bassi” delle composizioni di Scarpellino. Ma la posizione moraleggiante non è prevalente, per fortuna; batte al fondo nell’individuo pensante che non si rassegna alle ineguaglianze, e spiega la virulenza dell’altro suo registro, la protesta sociale. Talora, bisogna anche dire, la conclusione didascalica sembra una scelta dettata dal bisogno di imporre una chiusura al giro ritmico del sonetto, e quindi suona un po’ forzata. Cosa che ci conduce a un altro aspetto irrisolto di queste creazioni poetiche: certa difficoltà di costruzione.

Succede, soprattutto nelle composizioni di denuncia civile, che Scarpellino parta da un’idea subito espressa nella prima quartina, e che per portare a termine la miniarchitettura del sonetto avendone già espresso l’idea-motrice, aggiunga pensieri, considerazioni, conclusioni che sembrano cercati e forzati in uno schema metrico, oppure ripetuti a variazione dell’idea originaria, e perciò non in armonia con essa o non fluentemente sviluppati da essa. Cosicché il testo suggerisce l’impressione di mancanza di linearità nella costruzione.

Così “Er progresso farzo”: nella prima quartina viene detto che il mondo – leggi l’essere umano – si autodistrugge; nella seconda quartina è ripetuta questa idea e aggiunta una rappresentazione di vana corsa dietro al successo, che strettamente parlando sarebbe estranea all’idea di partenza; nella prima terzina, viene abbandonata l’idea di autodistruzione e proseguita quella di frenetica e vana attività; nella terzina di chiusura il poeta dice infine: almeno sapessimo riciclarci come facciamo con l’immondizia, ma si sa, della nostra sorte “nun ce ne frega un cazzo”. Se si guarda più in dettaglio la stessa prima quartina, il terzo verso: “viva la civirtà, viva er progresso…”, e il quarto: “‘zombi-robotte’ e abborto de mammana”, non sono strettamente consequenziali rispetto all’apertura dei vv. 1-2, che dice l’idea centrale da cui è nata la spinta a comporre.

Ci sono altre composizioni che presentano questa mancanza di linearità e compattezza, e lasciano un senso di disagio della comprensione, che dipende appunto da una costruzione più metrica che di pensiero. Al contrario, quando Scarpellino è lineare perché ha chiara nella mente l’articolazione del contenuto, riesce in costruzioni che alla lettura danno un senso di discorso iniziato, articolato e concluso armonicamente, con coerenza e integrazione di particolari; e ciò sia in brani di denuncia civile dal registro sarcastico, come “Tre cacciamine in cerca d’autore”, sia in quadretti della città come “Roma bojaccia” – e abbiamo detto che Scarpellino non è un bozzettista: dal bozzettismo lo salvano l’espressione forte del suo io indignato, che soverchia il gusto strapaesano d’una Roma romantica da canzonetta popolare.

Tutto ciò dovrebbe anche mostrare che in realtà non c’è divisione fra il poeta assorto contemplatore della vita ineluttabile e il poeta di protesta. I due toni di fondo sono gli estremi di un continuum lungo il quale essi si intrecciano, mescolandosi a stati d’animo diversi: il malinconico, l’elegiaco, l’ironico, il sarcastico, l’indignato, l’arrabbiato fino all’aggressività. Vero è che la protesta o denuncia sociale è caratteristica macroscopica, ed è quella che sostanzialmente aggiorna questa poesia romanesca di Scarpellino, sostanziandola di contenuti contemporanei, sociali e civili, e anche sociologici (“Cristo e Marxe”) e politici (“Ar burocrate boiardo de stato”).

Ritornano in questi versi, in effetti, episodi di vita vissuta e di cronaca, a cominciare dal “Barbone ner presepio de piazza S. Pietro”, un po’ scontato nella contrapposizione tra il rituale del culto e la realtà sociale lacerata, tra ricchezza e povertà. Più pregnanti e precise altre composizioni, i cui soli titoli rimandano a realtà controverse: “Aids, la peste der Dumila”, “L’encicrica”, “L’Opus Dei”, “Ar Dio Agnelli”, “Li spariti in Argentina”, “Er fattaccio de ‘L’Italicus’”; oppure “Gnissempre una tragedia”, sul dissesto ecologico, “Metamorfosi de na colomba”, sui bombardieri americani nella guerra del Kosovo, “Tre cacciamine in cerca d’autore”, sullo sminamento in Medio Oriente da parte di corpi della marina italiana, “La ginìa der terorista”, sull’eversione.

Si tratta di reazioni del cittadino indignato (nelle quali ci si può ampiamente riconoscere), imbrigliate nello schema del sonetto, che suscitano interesse proprio per il fatto di rappresentare contenuti quotidiani. Ma dato per ammesso che non è l’oggetto che assicura l’effetto poetico, e preso atto che Scarpellino sceglie di esprimersi in poesia e quindi in un tipo di comunicazione estetica (come se la sua attività sindacale nel settore delle assicurazioni, in cui lavorò in vita, non esaurisse le aspirazioni che lo pressavano), va ribadito che l’efficacia appunto estetica è raggiunta in quei brani in cui l’autore disciplina il pensiero in un discorso articolato, qualunque sia il registro di fondo, elegiaco o arrabbiato. In tal senso possiamo dire che composizioni come “La decadenza”, il citato “Tre cacciamine”, o “Pontemollo”, e non solo queste, rappresentano un contributo che può figurare con un proprio carattere nel patrimonio romanesco.

Le morti bianche

Sfacchina, amico bello, attacca e smonta!
La legge der profitto cià sto prezzo,
s’aregge e tira avanti cor disprezzo
pe la vita dell’omo che nun conta!
 

La gente, pe la strada è sempre pronta
a difenne chi cerca co ’gni mezzo
de dà un valore all’omo un tanto ar pezzo
e su chi more manco s’aricconta…

ché sgobbo e imparcature infracichite
quello che loro chiameno «imperizzia»,
te cioncheno a sto monno tante vite!

So’ stragge che nun fanno mai notizzia,
se dice che so bianche, so’ pulite…
onta e bisonta è solo la giustizzia!