Vincenzo Luciani e le prospettive della memoria

Recensione di Andrea Giampietro

 

L’ultima raccolta poetica di Vincenzo Luciani, Vanzature/Avanzi (Roma, Edizioni Cofine, 2020), sembra possa essere distinta in due tempi precisi: passato prossimo e passato remoto. A scandire questi due spazi temporali sono l’uso dell’italiano per la prima sezione e quello del dialetto (della natia Ischitella, nel Gargano) per la seconda. Ad apertura del libro, viene riportata la poesia eponima in entrambe le versioni:

VANZATURE

Quidde ch’aveva dice
te lu so’ ditte.
Quidde che rumane
so’ sckitte vanzature.

Vote so’ i megghje cunte
i vanzature. Scine,
i vanzature.

AVANZI

Quel che avevo da dire
te l’ho detto.
Quello che resta
sono solo avanzi.

A volte sono il meglio
gli avanzi. Sì.
Sì, gli avanzi.

Tuttavia la versione in lingua non funge da semplice traduzione (come quelle che sono riportate in calce nella sezione dialettale), ma come alternativa, come diversa chiave di lettura per un’interpretazione binaria dell’esistenza che, a seconda della distanza prospettica, si presenta agli occhi dell’autore con una specifica identità, anche linguistica.
La prima sezione infatti rispecchia un passato più recente, relativo all’attività editoriale di Luciani (che pure dura da quarant’anni), alla sua frequentazione di poeti e al suo stesso impegno di scrittore. La riflessione sugli “avanzi” riguarda anzitutto la poesia e la possibilità che essa gli sopravviva:

Pagine e pagine di versi e appunti,
di file e di cartelle,
da non raccapezzarsi.
E li ritroverò dove sto andando?

Diventeranno poesia?
Poco si crea e molto si disperde.
Io sogno, da grande, di fare il poeta
ma mi disperdo sempre in qualcos’altro
che se potessi non vorrei più fare
in un’età che si sente bambina,
eppure è vicina all’addio.

L’autore riflette ironicamente sul lavoro del poeta che dovrebbe essere quello di immaginare e pazientare (in accordo rimico col mare che «non cessa se lo ascolti di parlare»), sulla necessità di fermare il tempo per dedicarsi al piacere della conversazione, al «tempo perso», alla «noia che crea e ricrea». Credo si riferisca al suo lavoro di direttore del mensile d’informazione “Abitare a Roma” quando descrive il frenetico copia-incolla di articoli, di sistemazione delle foto e di organizzazione del materiale secondo i vari quartieri della Capitale: «Copiaincollando si fa sera. Una / di meno all’appello / della poesia tradita, / nel più vicino / andarsene / via. // E così sia». Per questo motivo, Luciani guarda con nostalgia al sereno gioco d’incontri tra amici (spesso poeti), come il sodale Achille Serrao (rappresentato nell’arte tutta campana di gustare il caffè), Antonio Pilieri, Antonio Valicenti, Giuseppe Massara e Padre Ferdinando Montanari.
Ma non è nuova questa sua insofferenza per il mutare inesorabile dei ritmi esistenziali, per la “metropolizzazione” dei sentimenti. Già nella sua prima raccolta, Il paese e Torino (Roma, Salemi, 1985), che può definirsi una “epopea intimistica” dell’emigrazione meridionale verso il Nord («Partirono inquieti / prima che fosse l’alba / come per una mala azione»), Luciani denuncia lo straniamento di chi è stato costretto ad abbandonare la propria terra (nel 1961 i suoi genitori erano emigrati a Torino dove lui avrebbe lavorato, prima di trasferirsi a Roma, come segretario provinciale e poi nazionale del SUNIA), ma anche un senso di attaccamento a una città che, tra gli anni Sessanta e Settanta, aveva rappresentato un’epoca di rivoluzione civile, di organizzazione e di lotta politica. Tuttavia resta implacabile il legame con la propria terra, rievocata con alcune incursioni dialettali, ma soprattutto con lampi di vita contadina, impressa nella sua rudezza e nella sua sensualità («Pomeriggi affocati, / di formiche e cicale. / Il bambino sotto l’ulivo, / le mani nella terra, allunga sguardi / dentro il vestito di una sua cugina»), al modo di Lorca o Scotellaro.
Nella seconda sezione di Vanzature, Luciani si affida inevitabilmente al dialetto per riallacciarsi a un discorso familiare mai interrotto, a cominciare da quello con suo padre che, con scetticismo sul suo avvenire, gli ripeteva: “fortè” (“figuriamoci se…”):

Fortè, fortè, fortè, fortè, fortè…
sckitte quisse sapive dice a mme:
fortè. E pu me tramentive
e cutulave a cape. Uh, se sapisse
quante che me sciusckave
e me murtefecave ddu: fortè.

(Trad. «Fortè, fortè, fortè, fortè, fortè…» / solo questo sapevi dire a me: / “fortè”. E poi mi squadravi / e scrollavi la testa. Oh, se sapessi / quanto mi bruciava / e mi mortificava quel: “fortè”)

Salvo poi trovare la giusta formula per incoraggiare il figlio:

«Vengè – tu me dicive – fatte onore»
e quisse me piaceve, e no i “fortè”,
e quisse me vuttave
allonghe, sempre avante
truvanne ’a strata mije.

(Trad. «Vincenzo – mi dicevi – fatti onore.» / E questo mi piaceva, e non i “fortè”, / e questo mi sospingeva / lungamente, sempre avanti / cercando la mia strada)

Ancora più commosso è il dialogo con la propria madre, impelagata nel declino senile (come “nu dische ngantate”), che alla fine diventa un discorso col tempo che gli sente venir meno:

Ma i labbre
me mòcceche arrete,
che nun me rassegne
ch’jè arraddutte
a nu dische ngantate.
[…]

E pure… ji hé fà accume a te?

E u cerevedde ce n’hanne
ì de quagghje,
nun m’haje ’rrecurdà
d’oje e d’i cunte d’ajire,
secutanne i cunte de quanne
jeve nu guagliuncedde?

Signore mantìneme i senze.
E famme tenè a mmente
de chi ji songhe e da ddove ne venghe.
Addove stenghe abbijate
’u sacce,
e nu’ llu sacce.

(Trad. Ma il labbro / mi mordo di nuovo / e non mi rassegno che sia ridotta / a un disco rotto. / […] // Ma pure io farò come te? // E il cervello andrà di caglio, / non mi ricorderò / le cose di oggi e di ieri / inseguendo quelle di quando / ero un bambino? // Signore, preservami la mente. / E fammi ricordare / chi sono e da dove vengo. / Dove sono istradato / lo so / e non lo so.)

È anche l’occasione per rievocare i ricordi più disparati: lo zio Nardino che, con l’abilità di uno speziale, preparava la sua “insalata mista” da distribuire a parenti e amici, con un pensiero speciale per sua sorella («A Mamme mia che jeva a sore granne, / sempe ce la adduceve / e da sotte p’a mane le jettave / u paccuttine d’a nzalate ammiscke»; «A mamma mia che era sua sorella maggiore, / sempre gliela portava / e da sotto alla scala le lanciava / il pacchettino dell’insalata mischiata»); Ciccillo, il bizzarro vicino di casa che invogliava la famiglia dell’autore a trasferirsi sulla luna che credeva coperta di bambagia («che nun ce avèsseme scapuccià / dope u vole»; «così da non romperci l’osso del collo / dopo il volo»); una Rodi vista come mai gli era successo prima:

Nta nu tratture de lune
strascinijave i pide
papanonne. E ji
addrete, pede catapede
secutanne n’addore
de làvere e de mare
e via via appiccianne
na fratte de vucidde e
de vermelucente quanne
accumparette a lune
e Rode
bbianghe, ma bbianghe
che manghe u latte.

(Trad. In un tratturo di luna / trascinava i piedi / mio nonno. E io / dietro di lui passo dopo passo / seguendo un odore / di alloro e di mare / e via via incendiando / una fratta di uccelli e / di lucciole quando / arrivati ad un punto / apparve la luna / e Rodi / bianco, ma così bianco / che neppure il latte.)

Cambiano dunque le prospettive del ricordo (ora il poeta parla direttamente dal suo passato, ora ci si confronta con la lucidità del presente), ma non vediamo mai fibrillare quella sensibilità che porta Luciani ad avere un contatto diretto col suo patrimonio di memorie che, per dirla con Montale, sanno tanto di miele quanto di assenzio. Proprio la solidità della sua storia fa da contraltare alla fugacità del presente; pur se si sente fatto «de vente e nùvele», Luciani sa bene che il meglio della sua poesia (e della poesia in generale) sarà buona vanzature per l’avvenire.