Uno straordinario “strano romanzo”: L’infinito di amare di Sergio C. Perroni

Recensione di Vincenzo Luciani

 

Partirò dalla mail di accompagnamento di due suoi libri di Sergio Claudio Perroni all’editrice Elisabetta Sgarbi, inviata il 22 maggio 2019 ore 02:09 (non stupisca l’orario, si è scrittori e poeti h24, con predilezione per le ore notturne, quando si è più che mai soli con se stessi e il proprio mondo interiore).

“Cara Elisabetta, ti propongo due libri. Il primo, Sotto un mare di cielo, è costituito da 14 mie fotografie corredate da altrettante prose poetiche. L’infinito di amare (Due vite, una notte), è uno strano romanzo in cui succedono solo i pensieri di due amanti al risveglio.”

Colpisce in questa missiva la estrema sinteticità della definizione dei due libri proposti. Il primo, ancora inedito, ha un titolo che incuriosisce per l’indeterminatezza vasta dell’immagine e per il suono (non a caso un settenario, come il titolo dell’altro libro, esclusa la specificazione in parentesi) e che mi intriga per l’uso delle foto con le quali si sposano le prose poetiche. Ho sperimentato in proprio, in questi mesi di lockdown, lo stimolo fornito per miei scritti, non solo poetici, di foto da me scattate e adoperate come ‘appunti fotografici’ per integrare e creare i testi. Vedremo quando il libro avrà vita.

Del secondo libro Perroni fornisce questa fulminea sinossi: è uno strano romanzo / in cui succedono solo i pensieri / di due amanti al risveglio (l’ho scomposta in versi: due settenari e un endecasillabo. Perroni del resto affermava di pensare e scrivere in endecasillabi e in endecasillabi inconsapevolmente spesso noi italiani ci esprimiamo).

Lo scrittore definisce la sua opera “uno strano romanzo”. E in effetti lo è “diverso dal solito o dal comune, dal normale, molto singolare, tale quindi da destare meraviglia, stupore, curiosità” (uso la definizione del vocabolario della Treccani. E la diversità consiste nell’assenza di un susseguirsi di eventi ma “solo” e soprattutto di “pensieri di due amanti al risveglio”.

L’unica trama è quella fitta e cangiante dei pensieri di un lui e di una lei che via via ci appassiona e ci conduce nelle tre parti del libro: “Oggi” (stupenda e straniante), “Ieri” (la centrale e più corposa”, e “Domani” (una chiusura che non conclude ma che sfuma e riapre).

E ci accorgiamo alla fine di aver letto il libro pressoché ininterrottamente, trascinati da una narrazione fluida, senza intoppi, che va molto nella mente e nell’intimità dei due amanti (senza mai indulgere nell’erotismo), senza cadute di stile, calibrando le parole, usandole con grazia e maestria non comuni. Una prosa esatta, essenziale, poetica. E qui ripeto quello che Leopardi scriveva in proposito: “…l’uso ha introdotto che il poeta scriva in verso. L’uomo potrebb’essere poeta caldissimo in prosa, senza veruna sconvenienza assoluta” (Zibaldone 1695-97, 14 settembre 1821). E Sergio Perroni “poeta caldissimo in prosa” lo è. Lo dicevo recensendo Entro a volte nel tuo sonno, dello stesso editore di cui consiglio la lettura e rilettura.

Il “romanzo” non supera le 110 pagine, quindi è della misura considerata giusta e voluta dall’autore, come ha ricordato Cettina Caliò Perroni cui il libro è dedicato (“A Cettina, l’infinito di me”), da lui definita la “seconda preferita” tra le poetesse dopo Wislawa Szymborska e che ci rivela anche la genesi e la laboriosa gestazione del libro (cosa ignota a tanti scrittori e poeti da un libro all’anno).

“Sergio  – dice Cettina – ha cominciato a scrivere questo testo circa trent’anni fa. Il primo nucleo era costituito dai due estremi Oggi e Domani; “Così, solo per il piacere assoluto di scrivere, senza pensare a niente” mi disse porgendomi una manciata di fogli, un giorno di mezza estate di undici anni fa, al tavolo di un bar. Mi spiegò che c’era anche una parte centrale, “ma è sempre in fieri, pur non essendola”. L’infinito di amare è stato per Sergio un luogo sicuro, e caro, in cui custodire cose che gli dispiaceva perdere. L’infinito di amare risponde a quel suo pensiero così tante volte espresso: “Scrivo solo del teatro della mente e della resistenza umana.”

Queste ed altre rivelazioni e considerazioni appropriate troviamo al termine di questo bel libro di cui raccomando a chi non lo conosce ancora la lettura e una rilettura a chi, come me, l’ha letto avidamente e con l’attenzione che merita una così lunga e riuscita fatica letteraria, per riscoprirne risvolti nuovi.

Per altre indicazioni e un minimo assaggio dei testi rinvio a questa scheda da noi pubblicata, qualche giorno fa.

 

Vincenzo Luciani

 

Pubblicato il 10 giugno 2020