Diverse definizioni si prestano quali utili strumenti per riassumere aspetti di una scrittura che si presenta molto variegata, ricca di motivi e suggestioni. Di “topografia poetica” parla Marco Marangoni introducendo la silloge, aperta da due poemetti – Luoghi e La mappa – che sono un interrogarsi sul senso profondo dello stare qui, in luoghi strettamente connessi al tempo vissuto. Come suggerisce la citazione in esergo (da una poesia di Mark Strand: “Each moment is a place you’ve never been”), cercare quel senso è inoltrarsi nella complessità dei momenti che scorrono e si perdono, dove nominarli significa comprenderli in un orizzonte, renderli comunicabili e trattenerli quel poco che si può. Non a caso gli avverbi di luogo indicano il tempo (Là significa allora, Qui è il presente), in un fecondo oscillare tra due poli: da un lato “il dilagare dell’assenza”, a cui corrisponde la “vertigine della parola rarefatta”, quella che vorrebbe far presa ma fatica a resistere al vuoto. Dall’altro le cose concrete, i gesti e le esperienze nella loro fisicità percepita dai sensi, che richiedono di delimitare uno spazio simbolico dove potersi esprimere: “Meglio sarebbe pane / sarebbe lacrima o carezza / ma serve un luogo / dove seminare / una casa abitata / un’eco almeno di lontano”.
È l’arduo compito della poesia, necessario ma fonte di conflittualità: con se stessi, tra sé e gli altri (presi da modalità espressive spesso inautentiche), tra sé e la realtà, che corrisponde in modo perfetto con la parola che la nomina solo nel periodo giocoso e creativo dell’infanzia, quando si gustano le parole e ciò che si nomina sembra accadere ed esistere davvero. La Trilogia per il nipotino Nicolò è encomiabile nel delineare un’esperienza fondamentale vissuta da ciascuno ma destinata a diventare troppo rapidamente inconscia: il venire al mondo – come dal grembo della vita cosmica – del bambino, che a sua volta ne scopre i segreti, fa germinare parole sconosciute, se ne nutre, custodisce come inconsapevole memoria futura la “Felicità di giocare al coccobrillo nel pantano / armi in pugno assaltare la fortezza malarancia”. Rivivere la “pienezza trasognata dell’infanzia” costituisce per l’adulto un riavvicinarsi alla sorgente della parola, che poi si intorbidisce e si disperde in mille rivoli. I tre testi in prosa poetica della Trilogia diventano una sorta di mito-grafia sull’esserci nel e del linguaggio “perché non vada persa la potenza del nome”.
È utile accennare ad un elemento importante, costituito dai molteplici interessi di Marina Giovannelli, confluiti in tante pubblicazioni di narrativa e saggistica, oltre che di poesia. Accadimenti sociali e storie individuali, la rivisitazione di alcuni miti, la questione femminile, il lavoro delle donne e la loro creatività artistica e letteraria sono argomenti che procedono insieme, e ai quali la scrittura – come espressione di sé e come pratica di conoscenza e riflessione – offre una forma, la traccia di tante esistenze e del proprio vivere. Scrittura come bio-grafia, dunque, con tutte le sue differenze, potenzialità e contraddizioni. I testi della sezione La pazienza dell’acqua suggeriscono la specificità della poesia (“Ordine si può fare solo in prosa / qui scintillano scarti nei recessi / s’accendono improvvisi primi piani”), i tentativi di dare un nome a sensazioni e pensieri, all’esperienza che sa cogliere il “moto leggero della vita che sale” ma raramente è in grado di offrire “il soccorso / di una lingua mai nata o perduta / com’è destino delle creature”. È il desiderio o la feconda utopia di una voce vera, una parola che sia condivisa e che crei corrispondenze in un mondo dove la comunicazione sembra inaridirsi lasciando “ognuno a recitare il suo breviario / di invocazioni e litanie / ognuno affaticato cupo nella corsa. / Nessuno che si fermi ad ascoltare / la vibrazione del vento fra gli sterpi”.
Nella sezione eponima che conclude la raccolta, l’autrice si sdoppia in un alter ego – La donna affacciata all’inverno – che nei sei testi osserva “le mutevoli traiettorie” del tempo che scorre fuori dalla finestra e dentro di sé, con una pensosità lieve, talora ironica sulle proprie défaillances e sulle limitazioni della vita, ma conservando sempre la fiducia nella parola, comunque in grado di assecondare i movimenti interiori. Sono brevi prose poetiche intense e pacate, nonostante alcune spine di dolore per quelle perdite che ripetutamente ritornano e alle quali il ricordo, nominandole, concede una rinnovata presenza: “enumera le assenze / ad una ad una nome per nome senza graduatorie / tutti ugualmente appesi all’amo della sua memoria”.
Marina Giovannelli Una sorta di felicità (Raffaelli Editore, Rimini 2019)
Nelvia Di Monte
Pubblicato il 31 marzo 2020