Una scoperta del pensiero e altre fedeltà di Mauro Sambi

Recensione e scelta di poesie di Maurizio Rossi

 

È esperienza di molti, credo, avere quell’urgenza nel dire, magari nella scrittura, che fa entrare nell’affollato mondo dei poeti; si esce poi dall’anonimato, solo con “quel tanto di incontrollato nella voce” insieme a quel tanto di lettura e di ascolto – “i compitini” secondo il Sambi, “le sudate carte” per Leopardi: “ma fatti per benino tutti i compiti /solo dopo stai certo che ti porta /alla meta quel tanto nella voce// che non controlli, che ti fa riconoscere.”

E qual è la “meta”? l’inespresso,/impenetrabile ai morsi del male e/zona di sicurezza”..cioè il “silenzio perfetto”? Forse ci illudiamo che ci sia una meta, crediamo di riconoscerla nelle tante stazioni di sosta, per un lungo o breve periodo di crisi o di riposo; in realtà sarebbe da chiedersi “qual è il viaggio” o meglio: nel viaggio, qual è la tensione, la “ragione” del viaggiare? Così accade di ritornare all’origine della vita sulla Terra, all’acqua primordiale, all’epoca in cui eravamo creature acquatiche“la dolce esca/ sull’amo della speranza, la luce/ ambigua e setosa, suddivisibile/ all’infinito, dell’amore, fresca/ ferita e balsamo…” e la ragione  sembra essere la speranza- magari luce ingannevole – dell’amore, forma ultima e sublime di conoscenza.

Ancora, sull’acqua si riflette e viaggia la luce stessa del sole, che conduce ai “coni d’ombra” al “verdenero dei pini” al presente, la cui “ragione” è essere; in questo essere è la radice, secondo il Sambi, del passato e del futuro, di ciò che è irrimediabile e di quel  che ancora si può fare, anche se la presunta libertà di pensare e d’agire non è che una “dolce esca”; e in altre parole – come l’Autore, professore di Chimica, ben sa –  è combinazioni di molecole, per effetto di cariche positive e negative, in ambienti favorenti o non, e che divengono codici nei quali comunica la Natura e l’essere umano. Ma è sempre una minima parte di noi, il messaggio che si scambia nell’attimo eterno- felice ossimoro per esprimere tutta la contraddizione  e  la relatività del tempo: “…sospetti allora che l’intransigenza/ prepotente del tempo sia fallace, e/ offra varchi e scorciatoie e passaggi/ segreti…” ma anche per  raccontare la complessità che noi siamo, combinazione di sensi che assorbono il mondo  troppo velocemente per poterlo com-prendere.

Del resto, tra i codici, difficile e anche ambiguo si presenta quello della lingua   -croato e italiano nel caso dell’Autore- “A lungo, forse troppo a lungo sono/ stato chiuso in una lingua tra due/ mondi, costringendone un’altra a un suono/ soffocato, sconoscendo le sue/ sante ragioni…” “ridda di doppi… collisione dolente di codici” metafora potente di altre umane contraddizioni, e  della stessa Poesia “Agli antipodi della poesia, inverno oscuro…Si è di nuovo bambini. Le barbe d’oro delle cascate/ Come dissolte in un’infanzia blu neve.” Tra essere e stare si gioca l’esistenza dei grandi e la loro Poesia, ma i bambini giocano senza badare alla differenza, tant’è che sono in quanto stanno nel presente, nell’oggi, e “verde che perdura”  è il loro appagamento, non oltre, ma al di fuori del tempo, passato e futuro.

Nei suoi densi significati, questa raccolta è poesia raffinata, come detto nella prefazione; lavorata con cura nelle rime discrete e nelle assonanze eleganti, senza essere ricercate, e  nella costruzione dell’endecasillabo: del resto, come la stechiometria è regola delle reazioni chimiche, e condizione perché possano accadere, così è per la Poesia: perché possa risuonare nelle persone (per sonam) deve “farsi” secondo certe combinazioni linguistiche, metriche e toniche, presenti, anche quando – soprattutto quando – non sono immediatamente evidenti.

 

 

 

E proprio come quando piega al culmine

la luce ed apre a un chiaro pomeriggio

indefinitamente duraturo,

sembra, se non per indizi (se vedi

allungarsi ombre, virare il blu all’indaco,

maturare il filo dell’orizzonte

a grado a grado dall’oro all’ambrato,

ultimo messaggero del tramonto) e

ritrovi proprio in quel carnato quanto

ornava di primi chiarori l’alba,

sospetti allora che l’intransigenza

prepotente del tempo sia fallace, e

offra varchi e scorciatoie e passaggi

segreti, dove non sono impossibili

inaspettati, minimi miracoli.

 

 

 

 

La stagione inclinerebbe piuttosto

ai gialli, ai rossi sfolgoranti che

una punta ultima di luce, se

resiste il bello, incide nella chiostra

eretta a schiera delle chiome, inchiostro

translucido che a fine ottobre le

trasfigura in un supremo «Perché? »

abbarbicato al tutto che non sosta

arde e declina; ma allora la sfida

ultimativa è volgere l’occhio alle

giade del verde che perdura e farne

un pegno di speranza per la carne

restia all’inverno, oltre l’inverno guida

incontro alle iris, ai crochi, alle calle.

 

 

 

 

Avrei tante cose da dirti, ma

una in particolare mi sta a cuore

grande e sfuggente, difficile da

uncinare a parole nel rumore

roco del presente – eppure non tanto

inudibile, se solo facciamo

molto silenzio; del resto, di quanto

abbiamo di più alto e caro diamo

una testimonianza non venale

riservandone il meglio all’inespresso,

impenetrabile ai morsi del male e

zona di sicurezza – da noi stessi

innanzitutto. Ascolta dunque attento

ora, finché sia perfetto il silenzio.

 

 

 

Mauro Sambi, Una scoperta del pensiero e altre fedeltà, Ronzani Ed. , Monticello (VI)

 

 

 

Mauro Sambi (1968) è nato e cresciuto a Pola, in Croazia. Vive a Padova dal 1987, dove è Professore ordinario di chimica generale e inorganica. Ha esordito nel 1998 con la silloge Di molte quinte vuote. Nel 2015 ha pubblicato Diario d’inverno.  Ha collaborato con il blog Cartesensibili dove ha curato la rubrica «Voci Oltrenordest», una serie di profili di poeti della Comunità Nazionale Italiana dell’Istria e del Quarnero. Ha firmato la prefazione a Graspi (Edit, Fiume, 2013) e la postfazione a Sfisse (Cofine, Roma, 2016),  l’opera in versi in dialetto istroromanzo di Loredana Bogliun. Alla sua attività letteraria è dedicato un capitolo de Le parole rimaste, Storia della letteratura italiana dell’Istria e del Quarnero nel secondo Novecento, a cura di Nelida Milani e Roberto Dobran (2010)