Una piccolissima morte di Francesca Del Moro

Nota e scelta di poesie di Anna Maria Curci

Una piccolissima morte, (Edizionifolli, Milano e Bologna, 2017), raccolta preziosa nella cura di forma e sostanza, non è soltanto testimone e terapia e dramma – un atto unico in più quadri – ma è anche raffigurazione efficace di due moti in costante e fecondo conflitto nella poesia di Francesca Del Moro: spalancarsi e sottrarsi, offrire il petto e rannicchiarsi, incantarsi fino all’annullamento e vedersi spietatamente, perfino attraverso gli occhi di un dio irascibile o indifferente, un big brother stanco dal ventre gonfio di birra, sul quale pende tra il desolato e il divertito, il disperato e lo scanzonato, il sospetto di essere stato l’ispiratore della pellicola di Jaco Van Dormael Le Tout Nouveau Testament (nella versione italiana Dio esiste e vive a Bruxelles).

In molti versi, in più di una composizione, ho ritrovato, con accenti insieme dolenti e dissacranti, Francesca Del Moro della raccolta che è stata per me guida e accesso originario alla sua poesia, vale a dire Le conseguenze della musica; ho ricevuto dunque la conferma di una scrittura nella quale efficacia ed espressività si incontrano in una forma compiuta. Dinanzi ad altri passaggi, ad altre composizioni, ancora, gli occhi hanno sorriso alla mente che diceva all’orecchio: fermati, dove corri, non vedi che la bellezza è qui?

© Anna Maria Curci

Dentro le chiese vuote

l’aria è cosi ferma e la luce,

anche la fiamma che trema,

sembra prigioniera.

In belle terracotte ammiro

la passione di Cristo

ma la mia piccola passione

mi fa perdere il filo.

Non credo in niente

ma accendo una candela

e per poterti ritrovare qui

dico perfino una preghiera.

 

 

A te stella salivo

salivo a te sogno a te angelo custode

a te dio incarnato per me atea salivo

col corpo spalancato, col cuore impazzito,

un incendio negli occhi, al ceppo sull’altare salivo

– ché di sangue si nutre ogni amore divino –

in attesa di sentire la tua mano sul viso.

 

 

Mi ha risposto con una frase

aguzza, gelida, precisa,

sta tutta in una riga.

Ha scelto con cura il sostantivo,

i verbi, la punteggiatura. Ha espunto

ogni sfumatura di calore. Ha tagliato via

il sogno, la tenerezza, l’amore,

la possibilità del ricordo.

Io reagisco con una mancanza

di gentilezza che mi è nuova

all’amica che mi parla,

allo sconosciuto che passa.

La frase è ferma in mezzo al petto

e taglia.

 

 

Sono venuti i giorni del dolore freddo

e il tuo nome presto non sarà

niente di più che una parola.

Tutto il calore che ho dato

è il mio calore che ho perso.

Disamorata a tutto,

ai miei amici e agli altri indifferente,

il passo verso la vincente crudeltà

sarà breve.

 

 

Mi guarda. Mastica una gomma a piena bocca.

Si gratta la pancia da alcolista. Ha una birra in mano,

nell’altra tiene il telecomando. Onnivedente,

ci ha tutti in onda contemporaneamente.

E si diverte un sacco. Preme un tasto

e io mi gonfio d’amore. Si gode l’ennesimo

spettacolo del rifiuto. Spegne il televisore

solo dopo avermi guardata abbastanza

piangere con la fronte appoggiata al muro.

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L’immagine di copertina è di Nina Nasilli

pubblicato il 21 maggio 2018