Una gioiosa fatica (1964-2022) di Angelo Gaccione

Nota di Renato Pennisi

 

La poesia è lo specchio del suo tempo. Ogni epoca infatti vi riflette la propria immagine, le proprie tensioni, il continuo mutare di idee, mode, paure. Il prodigio della poesia, e di tutte le arti, sta nel trattenere ogni frazione di questo continuo divenire e nel contempo di rappresentare un percorso in perenne e dinamica trasformazione.  

Da un libro di poesia riassuntivo e obliquo come Una gioiosa fatica (1964-2022) di Angelo Gaccione, pubblicato da La scuola di Pitagora nella bella collana Fendinebbia diretta da Giuseppe Langella, inevitabilmente emergono le tematiche costanti che hanno segnato la nostra vita negli ultimi decenni, l’insofferenza per le storture sociali, il turbamento dei versi giovanili davanti alla violenza di quegli anni, le idealità appannate per l’offuscarsi dei valori dell’Occidente, il declino delle libertà aggredite dalla tossicità della indifferenza: «E tu coglievi dentro alle tue mani / copiose tracce di dolore / che non lasciavano segni nel deserto del cuore». E ancora «Più nessuna certezza, nel secolo dell’incertezza / può fugare i nostri dubbi».

La poesia di Angelo Gaccione è attraversata da nervature profetiche e oracolari, scossa dalla inaccettabilità della arroganza dei potenti, e animata da un pacifismo civile e indomabile, in un serrato rimbalzo con la propria storia personale e la propria formazione, i viaggi, gli incontri, gli oggetti che ci attorniano e che marcano lo spazio «nel labirinto del mio disordine».

E poi, e forse soprattutto, Milano «Mia città mio cuore», anche lei mutevole e chiaroscurale, dove vivono gli amici, i cui angoli, Porta Romana, Piazza Fontana, Via Besana, sono nominati affettuosamente. La poesia di Gaccione così procede, con un dire discorsivo e descrittivo, con passo lieve, con un nitore francescano, a manifestarci che c’è una dimensione pura e chiara aldilà delle brutture e delle sconcezze che ci riserva ogni tempo. C’è sempre un’attenzione per gli ultimi, gli emarginati, i migranti, spesso additati con disprezzo. In uno dei testi più arroventati e corrosivi del libro si legge «avete fin troppo buon cuore / a dire che si tratti di “cattivo odore” […] Che fortuna Signori / è proprio una fortuna / che ci sia gente come voi… / È proprio una fortuna».

Immaginiamo Angelo Gaccione in compagnia dei propri libri, compagni nel viaggio terreno: «Un ripiano a caso: / – troverò tra essi degli amici – / nessun libro mi fu ostile / – neppure il più banale – / diedero conforto e pianto / a giorni amari e lieti». Accostiamo la poesia di Gaccione, affabulante, riflessiva, alla nettezza dei versi di Caproni e alla intelligenza empatica di Magrelli, a rammentarci che ogni tempo trova il proprio cantore, ogni immagine, come si accennava in apertura, il proprio specchio.